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	<title>Bookcase Archivi - MappeLAB</title>
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	<title>Bookcase Archivi - MappeLAB</title>
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		<title>Officina Gio Ponti</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 14:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bookcase]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo libro raccoglie otto saggi sull’attività di Gio Ponti, riferendola a quattro sfere di interesse: la scrittura, la grafica per libri e riviste, il progetto di edifici, il progetto di oggetti. La scelta di articolare l’indice sulle diverse sfere di interesse del protagonista è dettata dalla volontà di restituirne la programmatica poliedricità, pensando il lavoro di Ponti come il prodotto di una officina di progetto, in cui i materiali lavorati possono variare, ma gli strumenti e il metodo di lavoro sono comuni e hanno un epicentro fisso, in questo caso Milano. </p>
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<h5 class="wp-block-heading">Introduzione di<br>Manfredo di Robilant e Manuel Orazi</h5>



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<p class="wp-block-paragraph">Questo libro raccoglie otto saggi sull’attività di Gio Ponti, riferendola a quattro sfere di interesse: la scrittura, la grafica per libri e riviste, il progetto di edifici, il progetto di oggetti. La scelta di articolare l’indice sulle diverse sfere di interesse del protagonista è dettata dalla volontà di restituirne la programmatica poliedricità, pensando il lavoro di Ponti come il prodotto di una officina di progetto, in cui i materiali lavorati possono variare, ma gli strumenti e il metodo di lavoro sono comuni e hanno un epicentro fisso, in questo caso Milano. Al tempo stesso, la metafora dell’officina vuole suggerire come l’obiettivo costante dell’attività di Ponti progettista sia stato quello di far prevalere l’intenzione progettuale sul processo attraverso cui essa si realizza. Una officina può produrre intensivamente, ma resta il fatto che implichi una scala di organizzazione artigianale e conseguentemente un controllo sempre in presa diretta sul processo di produzione da parte del titolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso della sua lunga attività Ponti ha lavorato a moltissimi progetti, di cui tanti a grande scala, ma non ha tipizzato il processo di lavoro, preservando invece sempre il proprio ruolo autoriale. Può essere significativo a riguardo il confronto con due altri studi di paesi mediterranei che, come lo studio Ponti, si collocano sulla frontiera dell’innovazione nazionale &#8211; di Grecia e Spagna rispettivamente &#8211; e al tempo stesso puntano alla internazionalizzazione dei propri mercati: quelli fondati ad Atene nel 1951 da Constantinos Doxiadis e da Antonio Lamela a Madrid nel 1954, i cui rispettivi fondatori puntavano a un modello aziendale più che a un atelier. In entrambi i casi, la vita dello studio è andata oltre quella del fondatore, che si pone più come direttore che non come autore. Lo studio Ponti è forse quello che in Italia più avrebbe avuto le potenzialità per raggiungere una dimensione corporate, ma la biografia stessa di Ponti è eloquente al riguardo.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’aver lavorato all’inizio della propria carriera su grafica e ceramica &#8211; questa è l’ipotesi -ha abituato l’architetto milanese a compiere una traiettoria breve e lineare tra l’idea e la sua realizzazione, in un processo appunto autoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando progetta, Ponti sembra volersi portare dietro questa linearità, a cui collega il proprio ruolo di autore: dalla scala dell’oggetto a quella dell’edificio lavora con l’intenzione di raggiungere un risultato pensato a priori, il più possibile a prescindere dalle imprevedibilità e dai conseguenti scarti di traiettoria che si possano frapporre fra l’idea e la realizzazione. In questo senso, il mestiere dell’architettura così come Ponti lo esercita è il risultato di uno sforzo univoco e mirato, dove la poliedricità deriva dalle molte scale alle quali progetta, non da una varietà di metodi. In tutti i casi, l’obiettivo è l’ottenimento di una conclusione, non la definizione di una tappa. Il catalogo dei lavori di Ponti &#8211; edifici costruiti od oggetti prodotti &#8211; sembra fatto di tanti microcosmi, ognuno sufficiente a sé stesso, e ognuno in grado di riflettere l’immagine dell’architetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questo, non si vuole certo negare la continuità e la contiguità fra i lavori di Ponti, nel tempo e alle diverse scale. Tuttavia, ognuno di essi può essere opera a sé, pensata come asserzione definitiva e assoluta di una volontà progettuale che Ponti stesso promuove attraverso le retoriche della volontà di forma e dell’istinto creativo, anche, se non soprattutto, davanti a incarichi complessi per le esigenze a cui devono rispondere, il contesto in cui devono inserirsi, il ruolo degli attori sociali ed economici coinvolti. L’opera a cui Ponti pensa è un’opera chiusa, non aperta. Il titolo di un breve libro che pubblica nel 1945, appena conclusa la guerra è emblematico: L’architettura è un cristallo. Il cristallo è una forma perfetta, che non può e non deve essere modificata, e il cui valore attiene alla sfera estetica, dunque simbolica, prima che utilitaria. Per un volume che esce mentre le rovine dominano le città italiane, si tratta di una presa di posizione netta. Nel 1957, una versione rielaborata del testo viene pubblicata con un titolo esortativo: Amate l’architettura.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Officina Gio Ponti<br>Scrittura, grafica,<br>architettura, design</p>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di Manfredo di Robilant e Manuel Orazi<br>Quodlibet 2023<br>Collana Habitat</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Luca Barontini<br></strong>I Cento disegni di Leonardo Savioli. Luogo, tracce, città ideale</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2023<br>Collana Quodlibet Studio.<br>Città e paesaggio.<br>Saggi</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Il volume indaga il corpus delle circa cento tavole disegnate da Leonardo Savioli nei primi anni Quaranta sull’ambizioso tema della Città Ideale. Il punto di partenza è la distruzione della città reale a causa della Seconda guerra mondiale e dei suoi bombardamenti, che spinse allora tanto Savioli quanto il suo collega Leonardo Ricci e il loro comune maestro Giovanni Michelucci a guardare insieme verso il futuro con una rinnovata speranza. Savioli continuerà a lavorare per tutta la vita a questo ciclo di disegni, prodotti, come scrive Barontini, «ad un ritmo frenetico e spontaneo, che spesso spaventano lo stesso autore, il quale vi legge, come in uno specchio, le proprie paure e il riflesso del proprio stato fisico e mentale». Una ricerca carsica, che si è nutrita nel corso del tempo del confronto con i maestri internazionali – soprattutto il Corbusier di Chandigarh – e del dialogo quotidiano con gli amici architetti e storici dell’arte, da Lara Vinca Masini fino agli allievi, gran parte dei quali formeranno lo storico gruppo dei radicali fiorentini.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>L’avversario &#8211; The Adversary<br></strong>Rivista «Vesper» n. 9, Autunno-inverno 2023</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Volume in lingua italiana e inglese<br>Quodlibet 2023</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Il nono numero di «Vesper» è dedicato all’avversario. Avversare è volgersi verso qualcuno o qualcosa contro (in un combattimento, in un gioco, in una discussione, in un processo), ma è anche prendere le distanze da una posizione, da una teoria come da una pratica. L’etimologia dell’avversario implica quindi una logica di fronteggiamento: l’esser rivolto contro dischiude però paradossalmente il legame costitutivo dell’interazione fra antagonisti. Questo «incrocio di sguardi» fa dell’interazione conflittuale un luogo privilegiato di produzione di mascheramenti, mimetizzazioni, ma anche parate, ostentazioni, minacce, intimidazioni. L’avversario prende corpo sia inseguendo accanitamente progetti dell’Eden, sia lasciando prosperare immani miserie, mancanze, accantonandole in un altrove, che poi ritorna. È la misura (avversativa) della difficile ricerca di un equilibrio. Con saggi di Sara Marini, Roberto Esposito, Silvia Bodei, Lorenzo Mingardi, un’intervista a Kengo Kuma di Marco Vanucci et al.</p>
</div>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Laguna Futuri<br></strong>Esperienze e progetti dal territorio veneziano</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di <br><strong>Marta De Marchi, Michela Pace Maria Chiara Tosi, Luca Velo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2023<br>Collana Città e paesaggio.<br>Fuori formato</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Forse esistono tante lagune di Venezia quanti sono i progetti che l’hanno interessata nel corso dei suoi mille anni di storia. Sia le grandi pianificazioni sia le minute hanno costruito spazi reali e immaginari alla ricerca di un equilibrio tra opposti: la terra e l’acqua, la natura e l’uomo, la necessità di regolazione e gli effetti imprevedibili dei cambiamenti climatici. È sul futuro, o per meglio dire sui molteplici futuri di questo territorio che il volume si interroga, e lo fa raccontando la prima esperienza partecipata di un Contratto di Area Umida per la Laguna Nord di Venezia. Le esperienze, le testimonianze e le riflessioni che ne derivano forniscono prospettive originali per guardare questi luoghi e riconoscerne non solo i mutamenti fisici e spaziali ma anche quelli propri dell’immaginario di chi li vive quotidianamente. Un complesso eterogeneo di informazioni, temi e confronti, descritti e mappati sotto forma di atlante eclettico, compone così un vero e proprio lessico lagunare.</p>
</div>



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<figure class="wp-block-image size-full shadow"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="850" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/02/Officina-Ponti-book-04.jpg" alt="" class="wp-image-13770" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/02/Officina-Ponti-book-04.jpg 600w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/02/Officina-Ponti-book-04-212x300.jpg 212w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Theodor Cron<br></strong>Stanze italiane<br>Italian Rooms</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di <br>Markus Breitschmid, Enrico Molteni</p>



<p class="wp-block-paragraph">Testi in lingua italiana e inglese<br>e con la riproduzione fotografica<br>del dattiloscritto originale tedesco</p>



<p class="wp-block-paragraph">Testi in lingua italiana e inglese<br>e con la riproduzione fotografica<br>del dattiloscritto originale tedesco</p>
</div>
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<p class="small wp-block-paragraph">«C’era qualcos’altro in queste stanze, qualcosa che non avevo mai considerato prima e che ora voglio spiegare.» Scoperto di recente negli archivi dell’architetto Theodor Cron, Stanze italiane è un testo originalissimo sulla concezione dello spazio architettonico e sulla sua continua ridefinizione. Scritto nel 1947, è il risultato di un viaggio nel Sud Italia in cui l’autore osserva anonime stanze saracene e ne confronta le qualità architettoniche rispetto ai canoni dell’architettura praticata nel Nord Europa. “Qui si abita sul pavimento, mentre noi viviamo tra quattro mura”: è l’affermazione paradigmatica che permette a Cron di proseguire con una serie di osservazioni originali, secondo una concezione dello spazio genuinamente diversa dai paradigmi spaziali del Movimento Moderno. Il saggio, ancor più che per il suo carattere storico, si caratterizza dunque per un apporto teorico che, in questo senso, ha un valore senza tempo e fa del testo una sorta di rivelazione nel panorama del contemporaneo.</p>
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		<title>Giorgio Ciucci</title>
		<link>https://mappelab.it/giorgio-ciucci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2023 13:58:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bookcase]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È difficile scrivere su Giancarlo De Carlo, per più ragioni. Innanzi tutto perché è ancora in piena attività creativa e ogni discorso che lo riguarda non può avere il distacco storico necessario per meglio valutare il suo percorso intellettuale.</p>
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<p class="m-0 p-0 has-medium-font-size wp-block-paragraph"><em>«Poi forse, e anche per altre vie – verrà l’arte»</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Giancarlo De Carlo</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile scrivere su Giancarlo De Carlo, per più ragioni. Innanzi tutto perché è ancora in piena attività creativa e ogni discorso che lo riguarda non può avere il distacco storico necessario per meglio valutare il suo percorso intellettuale; poi perché quel percorso si sviluppa ininterrottamente da sessant’anni, sempre a livelli molto alti e complessi, non riducibili a una idea, a una forma, a un contenuto unitario. È un po’ il problema che gli storici si trovano di fronte quando affrontano i creativi artisticamente longevi (siano essi architetti o artisti o musicisti), un rompicapo sia per chi ne ricerca l’unità di percorso, sia per chi si propone di rappresentarne la complessità. E De Carlo, come si diceva prima, è ancora attivo, scrive, progetta, costruisce, viaggia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è un’altra difficoltà, ben più sostanziale, di cui dobbiamo tener conto: la vastità e complessità del suo lavoro, svolto in più campi disciplinari, con diversi strumenti, molteplici connessioni, testi aperti a più livelli di lettura. Ogni tentativo di scendere in profondità rischia di risolversi o nel fardello del troppo informare, che impiomba la comprensione, o nella leggerezza del poco dire, che ci fa galleggiare in superficie. Di fatto, De Carlo vive la contraddittoria situazione di chi è spesso rimosso perché è troppo presente, di chi è presente proprio perché rimosso. Questo avviene vuoi per la sua difficilmente collocabile identità, vuoi perché è stimato ma non sempre amato dagli altri architetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua opera non è collocabile in un gruppo, non c’è una sua architettura che emerga unica e «identitaria». Come ha notato Marco De Michelis nell’affrontare, seppur parzialmente, la biografia intellettuale di De Carlo, questi non ha mai formulato una teoria sistematica dell’architettura urbana sulla quale, da versanti diversi e anche opposti, si sono cimentati in tanti alla fine degli anni Sessanta, da Rossi ad Aymonino, da Gregotti a Benevolo e Cervellati, a Caniggia1. Si potrebbe concludere, forzando un po’ la mano, che in generale non esiste un De Carlo sistematico: le cose nascono si concludono in lui e con lui, rinnovandosi ogni volta.</p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>Giorgio Ciucci<br></strong>Figure e temi nell’architettura italiana del Novecento<br>Da Gigiotti Zanini a Vittorio Gregotti</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di Guia Baratelli<br>Quodlibet 2023<br>Collana Habitat</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">i aggiunga, a tutto ciò, che De Carlo ha affidato i suoi ricordi e l’interpretazione della sua opera a numerose interviste, dalle quali emerge l’intreccio fra scelte ideali, impegni professionali, aspetti personali, in un rincorrersi di vicende, nomi, giudizi, amicizie, valutazioni, commenti. Negli ultimi trent’anni, De Carlo ne ha concesse una trentina di interviste, e forse il conto è per difetto. Si può anche affermare che molti scritti su di lui sono, direttamente o indirettamente, da lui stesso influenzati (un po’ lo è anche questo saggio). Fra le interviste, spicca quella rilasciata nel 2001 a Franco Bunçuga e pubblicata in volume2, che potremmo considerare, di fatto, una autobiografia, come autobiografico è il libro Il progetto Kalhesa, del 1995, di Ismé Gimdalcha, appunto «io sono GDC», Giancarlo De Carlo. Interviste e libri in codice, da decifrare, viaggi dentro sé stesso attraversando i luoghi della sua vita nel ricordo delle persone che ha incontrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frase di De Carlo che dà il titolo a questo scritto è tratta un suo intervento del 1958: Poi forse, e anche per altre vie – verrà l’arte. L’arte che non ho mai menzionato finora poiché sono persuaso che l’architettura italiana – e tutta l’architettura moderna nella situazione storica che attraversa la società contemporanea – debba ancora tendere ad altro. A chi volesse rimproverarmi questo silenzio dovrei rispondere con un verso di Bertolt Brecht che riecheggia l’impegno modesto e tenace dei grandi protagonisti della vicenda architettonica moderna: da Morris a Loos, da Gropius a Persico, a Pagano: «Quale epoca! In essa un discorso sugli alberi è quasi un delitto – Poiché nasconde il silenzio su tante malvagità ».</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel «tendere ad altro» è racchiuso De Carlo. Se qui vogliamo parlare della forma, e dello spazio, è perché la forma è stato l’obiettivo verso il quale si è rivolta la tensione che lo ha da sempre animato. Insomma, la difficoltà è grande e per ora, o per me, forse irresolubile. Quindi, nella continuità temporale del suo percorso intellettuale e nella discontinuità dei frammenti sparsi, si può solo tentare di riproporre la citazione di uno scritto, la lettura di un progetto, un ricordo personale, il titolo di un libro, il confronto con altri architetti, un suo giudizio, una sua esperienza. Avendo come guida solo una traccia, un aspetto particolare, che si sviluppa negli anni: il valore e il significato della forma. Il che non è a sua volta riconducibile ai soli aspetti estetici della sua architettura, ma rappresenta un complesso e articolato sviluppo del suo essere architetto, del suo particolare modo di intendere l’architettura, nel quale ritroviamo il rifiuto del formalismo e il valore sociale della forma, la riscoperta della forma come componente essenziale del fare architettura e la forma come sintesi delle arti. Con l’avvertenza che De Carlo ha rivelato di non aver pudore nei confronti della forma, ma solo della bellezza. Con il dubbio se non dobbiamo, nel suo caso, associare, quando non sostituire, alla forma anche lo spazio e la luce. E con la consapevolezza che, parlando della forma, rischiamo sempre di limitare i molteplici significati espressi dalle sue opere, non ultime quelle letterarie.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Gilles Clément<br></strong>Il giardino in movimento</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di <strong>Emanuela Borio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2023<br>Collana Habitat</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Trent’anni dopo la sua prima pubblicazione, Il giardino in movimento racchiude ancora in sé diversi gradi di leggibilità: è una guida per il giardiniere, è un trattato di filosofia della natura, è un resoconto letterario delle esperienze che Gilles Clément (paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo) ha fatto interagendo con la natura. E parte non secondaria dell’importanza di questo libro sta nell’imponente apparato di immagini che lo stesso autore ha raccolto a corredo del suo racconto. È per questo che, in linea con le idee qui esposte, il libro è continuamente aggiornato proprio per illustrare come «fare il più possibile con e il meno possibile contro la natura». Non un manuale o un prontuario, dunque, non si tratta di precetti o prescrizioni, ma un vero e proprio viatico, la scorta di provviste per il viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell’ecologia – il giardino planetario.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Giovanni Rocco Cellini<br></strong>Spazio tra <br>Un tema per modificare il costruito</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2023<br>Collana Città e paesaggio. Saggi</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Trent’anni dopo la sua prima pubblicazione, Il giardino in movimento racchiude ancora in sé diversi gradi di leggibilità: è una guida per il giardiniere, è un trattato di filosofia della natura, è un resoconto letterario delle esperienze che Gilles Clément (paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo) ha fatto interagendo con la natura. E parte non secondaria dell’importanza di questo libro sta nell’imponente apparato di immagini che lo stesso autore ha raccolto a corredo del suo racconto. È per questo che, in linea con le idee qui esposte, il libro è continuamente aggiornato proprio per illustrare come «fare il più possibile con e il meno possibile contro la natura». Non un manuale o un prontuario, dunque, non si tratta di precetti o prescrizioni, ma un vero e proprio viatico, la scorta di provviste per il viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell’ecologia – il giardino planetario.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Carlo Aymonino<br></strong>Progetto Città Politica</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di <strong>Orazio Carpenzano</strong>, <strong>Federica Morgia</strong>, <strong>Manuela Raitano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2023<br>Collana DiAP PRINT</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Carlo Aymonino, architetto, docente di Composizione Architettonica e Urbana, rettore allo IUAV di Venezia, assessore per gli Interventi sul Centro storico di Roma, presidente dell’Accademia di San Luca è stato un protagonista dell’architettura italiana del secondo Novecento. Il volume raccoglie la sintesi di una serie di iniziative curate da un gruppo di docenti DiAP e volte ad aprire una discussione sull’eredità attiva dell’opera del maestro romano nel panorama architettonico contemporaneo e nel rapporto con le giovani generazioni. I saggi, suddivisi in tre capitoli illustrati da una selezione di schizzi autografi dell’architetto, si alternano ai ventisette disegni redatti per Carlo da altri autori, anch’essi divisi in tre blocchi. Si viene a costruire, così, una narrazione intrecciata, rapsodica, libera ed evocativa, in sintonia col temperamento dell’autore cui queste pagine sono dedicate.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>La fabbrica diffusa<br></strong>Produzione e architettura a Cesena</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di <strong>Francesco Gulinello</strong>,<br><strong>Elena Mucelli</strong>, <strong>Stefania Rössl</strong><br>Volumi fotografici di <strong>Michele Buda</strong>, <strong>Francesca Gardini</strong>, <strong>Guido Guidi<br>Francesco Raffaelli</strong>, <strong>Massimo Sordi</strong></p>
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<p class="small wp-block-paragraph">La fabbrica diffusa presenta i contenuti di una ricerca dedicata alle trasformazioni del territorio cesenate dall’Unità d’Italia alla contemporaneità, interpretando l’evolversi del sistema produttivo come elemento in grado di influenzare con forza e incisività i cambiamenti della città e del territorio. La scelta di una sequenza dichiaratamente cronologica non rinuncia all’intreccio delle relazioni fra elementi che attengono a contesti differenti ma inevitabilmente connessi. Eventi storici, a scala locale ma anche nazionale e internazionale, fatti istituzionali, in particolare legati all’organizzazione della produzione, e mutamenti fisici, relativi a progetti e realizzazioni a scala urbana e territoriale, costruiscono una continua tensione dialettica, incrociando costantemente la linea del tempo che accompagna le quattro sezioni temporali in cui si organizza il racconto. Cinque volumi fotografici si affiancano al percorso di ricerca, proponendo una narrazione visiva plurale del territorio (Guidi, Gardini, Raffaelli, Sordi, Buda). Ognuna di queste cinque campagne fotografiche si focalizza su alcune aree strategiche del territorio cesenate come punto di partenza per una riflessione più ampia sulla relazione tra fotografia e paesaggio contemporaneo.</p>
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		<title>Victor J. Papanek</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2023 10:57:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bookcase]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fra tutte le professioni, una delle più dannose è il design industriale. Forse, nessuna professione è più falsa. Il disegno pubblicitario, che tende a persuadere la gente ad acquistare cose di cui non ha bisogno, con denaro che non ha, allo scopo di impressionare altre persone che non ci pensano per niente, è forse quanto di più falso oggi possa esistere.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Fra tutte le professioni, una delle più dannose è il design industriale.<br>Forse, nessuna professione è più falsa. Il disegno pubblicitario, che tende a persuadere la gente ad acquistare cose di cui non ha bisogno, con denaro che non ha, allo scopo di impressionare altre persone che non ci pensano per niente, è forse quanto di più falso oggi possa esistere. Subito dopo arriva il design industriale, che appronta le sgargianti idiozie propagandate dagli esperti pubblicitari. Non era mai accaduto prima d’oggi che individui adulti si mettessero seriamente al lavoro per progettare spazzole elettriche per capelli, schedari per ufficio foderati di cristallo di rocca e tappetini da bagno in visone, e preparassero poi programmi per produrre e vendere a milioni di persone aggeggi di tal fatta. Nel bel tempo perduto, se a una persona piaceva uccidere doveva fare il generale, o acquistare una miniera di carbone, o studiare la fisica nucleare; oggi invece la progettazione industriale ha portato il delitto al livello della produzione in serie. Con la progettazione di automobili criminalmente infide, che uccidono o storpiano quasi un milione di persone l’anno in tutto il mondo, con la creazione di intere categorie di indistruttibili rifiuti che deturpano il paesaggio e con la scelta di materiali e processi di lavorazione che inquinano l’aria che respiriamo, i designer sono diventati una razza pericolosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente con grande cura s’insegnano ai giovani le tecniche richieste per le diverse attività. In un’epoca di produzione in serie, in cui ogni cosa deve essere programmata e pianificata, il design è divenuto il più potente mezzo attraverso il quale l’uomo modella i suoi strumenti e il suo ambiente naturale (e, per estensione, la società e sé stesso). Questo fatto implica una grande responsabilità sociale e morale da parte del designer. Richiede anche una maggiore comprensione degli altri da parte di coloro che praticano la progettazione, e più capacità conoscitiva di fronte al processo progettuale da parte dell’opinione pubblica. Nel febbraio 1968 la rivista «Fortune» pubblicò un articolo che presagiva la fine della professione del designer. I progettisti, come ci si poteva aspettare, reagirono con sdegno e preoccupazione. Ho la sensazione, però, che le principali argomentazioni sostenute nell’articolo siano valide. Pare stia giungendo l’ora in cui la progettazione industriale, come la conosciamo adesso, dovrà cessare di esistere. Fino a quando la progettazione industriale si occuperà di confezionare volgari «giocattoli per adulti», automobili micidiali con le loro pinne belle lucenti, oppure «sessualizzate» custodie per macchine da scrivere, tostapane, telefoni e calcolatori elettronici, avrà perduto infatti ogni ragione di esistere. Il design deve diventare un mezzo interdisciplinare innovatore, altamente creativo, capace di rispondere ai veri bisogni dell’uomo. Deve essere orientato più specificamente verso la ricerca, e noi dobbiamo smettere di sporcare la terra con oggetti e strutture mal disegnati.</p>



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</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:75%">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Victor J. Papanek<br></strong>Design per il mondo reale<br>Ecologia umana e cambiamento sociale</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2022<br>Collana Saggi<br>a cura di Alison J. Clarke, Emanuele Quinz</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Poiché le biciclette sono utili come mezzi di trasporto nel Terzo Mondo, è stato progettato un portapacchi che può essere rovesciato e usato come generatore d’energia. Può essere costruito in un villaggio con mezzi assai modesti. Progettato da Michael Crotty e Jim Rothrock, studenti della Purdue University.<br>p. 234</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un’altra versione di un veicolo sperimentale a forza muscolare. Progetto di uno studente di Stoccolma.<br>p. 235</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Gianni Pettena<br></strong>Tutto, tutto, tutto… o quasi / Absolutely Everything… or Almost</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di <strong>Pino Brugellis</strong>, <strong>Alberto Salvadori</strong>, <strong>Elisabetta Trincherini</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Volume in lingua italiana e inglese Quodlibet 2022<br>Collana Habitat</p>
</div>
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<p class="small wp-block-paragraph">Gianni Pettena è stato uno dei fondatori dell’architettura radicale fiorentina degli anni Sessanta e Settanta insieme con Archizoom, Remo Buti, 9999, Superstudio, UFO e Zziggurat, verso i quali ha sempre mantenuto una posizione autonoma. Oltre a criticare il funzionalismo modernista, a frequentare le gallerie, gli artisti e i critici legati a quella stagione, si è distinto per una sua deliberata riottosità progettuale. Per questo può essere considerato L’anarchitetto, per citare il titolo del suo primo libro. In quest’ottica va inquadrata la sua esperienza giovanile negli Stati Uniti e l’assidua frequentazione di (an)architetti come Buckminster Fuller o James Wines, attenti all’ecologia, alle periferie e al “rendere significanti luoghi insignificanti”. Più in generale l’unicità del suo lungo lavoro, anche sul piano storico, consiste nel rifiuto dei codici e canoni consueti della progettazione, nella realizzazione di interventi temporanei e in una costante ricerca di alleanze con l’arte concettuale, il radical design austriaco, la land art e la musica sperimentale. Il volume documenta tutto, o quasi, il suo lavoro e ospita un’ampia antologia dei suoi testi.</p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:10%"></div>



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<figure class="wp-block-image size-large shadow"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2023/07/bookcase-03-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-9133" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2023/07/bookcase-03-725x1024.jpg 725w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2023/07/bookcase-03-212x300.jpg 212w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2023/07/bookcase-03-768x1085.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2023/07/bookcase-03.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Alberto Rosselli<br></strong>Architettura design e «Stile Industria»</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di <strong>Paolo Rosselli</strong> con <strong>Elisa Di Nofa</strong>, <strong>Francesco Paleari</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2022<br>Collana Habitat</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Figura di spicco della cultura architettonica del Novecento, Alberto Rosselli (Palermo 1921 &#8211; Milano 1976) ha attraversato il secolo breve dedicandosi alla progettazione «non tanto dell’oggetto, che costituisce il momento più caduco e relativo del design, quanto dell’ambiente nel suo senso più generale». In una prima fase si è impegnato in ricerche e iniziative corali nello Studio Ponti-Fornaroli-Rosselli, fondando con altri l’Adi, il premio Compasso d’Oro e la rivista di culto «Stile Industria», da lui diretta lungo tutto il periodo in cui è stata attiva (1954-1963), nella quale si esaminavano criticamente i pilastri del Made in Italy (design, packaging, grafica). In seguito si è dedicato all’insegnamento universitario nell’alveo della «cultura politecnica» milanese e all’attività di designer. Questo volume ricostruisce l’intera opera di Alberto Rosselli fra architettura, ricerca e design, rendendo direttamente accessibili tutti i suoi scritti apparsi su «Stile Industria» e una ricca selezione di documenti e immagini d’archivio in larga parte inediti.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Gianni Pettena<br></strong>Tutto, tutto, tutto… o quasi / Absolutely Everything… or Almost</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2022<br>Collana Città e paesaggio. Saggi</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Cinque oggetti di studio situati in diverse parti della penisola (Brianza, Reggio Emilia, Roma, Pesaro, Torino) vengono sottoposti a un’osservazione ravvicinata, il cui fuoco non si colloca però dentro i singoli luoghi, quanto piuttosto nelle vicende che li attraversano, portando in primo piano lo spazio di risonanza che li unisce e li separa. Categorie interpretative consolidate, come quelle basate sull’opposizione tra pubblico e privato o tra autoriale e anonimo, vengono provvisoriamente poste in parentesi da una lettura che insiste sul ruolo degli attori progettuali (tra gli altri, Osvaldo Piacentini, Vico Magistretti, Carlo Aymonino, Ludovico Quaroni), sullo studio dei processi e sulla circolazione trasversale degli immaginari. Un libro narrativo nel suo incedere, argomentativo nel suo impianto, che indaga i modi attraverso i quali le storie dell’architettura, del territorio e del paesaggio possono costruire forme di generalizzazione capaci di non perdere il senso dei luoghi e di rinnovare le ragioni della propria dimensione pubblica.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Non-finito<br></strong>I Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia / The Cloisters of Saint Peter in Reggio Emilia. ZAA Zamboni Associati Architettura</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di<br><strong>Andrea Zamboni</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Volume in lingua italiana e inglese<br>Quodlibet 2022<br>Collana Città e paesaggio</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">I Chiostri di San Pietro – il più singolare complesso monumentale di Reggio Emilia, recuperato dopo decenni di abbandono grazie al progetto di Zamboni Associati – formano oggi un polo culturale di rilievo internazionale, uno spazio pubblico dove è ancora viva la memoria comunitaria dell’antico monastero benedettino. Cuore concettuale dell’intervento è stato il restauro del Chiostro Grande, opera non finita attribuita alla mano di Giulio Romano. Come rileva Walter Angonese, si è trattato di «una scelta precisa e ponderata nell’evocare un carattere come quello di un vuoto pieno di storia». La valorizzazione del non finito è diventata, in questo senso, la regola metodologica per le altre scelte progettuali, incluse le nuove addizioni e gli spazi aperti. Attraverso la storia del complesso, le attribuzioni artistiche, il racconto del progetto e del cantiere, la nuova campagna fotografica (Alessandra Chemollo, Kai-Uwe Schulte-Bunert, Alessandro Molesini), e infine mediante una lettura dell’opera ultimata, il volume ricostruisce l’intera vicenda architettonica dei Chiostri di San Pietro secondo più punti di vista.</p>
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		<title>Rem Koolhaas</title>
		<link>https://mappelab.it/rem-koolhaas/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2022 14:32:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bookcase]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per me i momenti fondamentali della composizione modernista sono rappresentati da Mies, sicuramente più che da Le Corbusier, e da Leonidov, molto più di Gropius. Potrei andare avanti con<br />
la lista, ma dubito che sarebbe molto originale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/rem-koolhaas/">Rem Koolhaas</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">Per me i momenti fondamentali della composizione modernista sono rappresentati da Mies, sicuramente più che da Le Corbusier, e da Leonidov, molto più di Gropius. Potrei andare avanti con la lista, ma dubito che sarebbe molto originale. Tuttavia, ogniqualvolta mi capita di passare in rassegna queste immagini moderniste, a colpirmi è la straordinaria discrepanza che c’è tra la perfezione e l’immediata compiutezza raggiunta da questi architetti sul piano architettonico (si veda ad esempio il Padiglione di Barcellona di Mies o il Danteum di Terragni) e la rigida semplicità, quasi infantile, dei loro progetti urbanistici, concepiti come se la complessità della vita quotidiana potesse essere risolta improvvisamente dalla libertà offerta dalla «pianta libera», o come se tutta l’esperienza della frammentazione, e ciò che in prospettiva significava, potesse verificarsi senza avere conseguenze nell’ambito della città. Questo si vede molto chiaramente anche nei progetti poco convincenti di Otto Wagner per l’ampliamento di Vienna. Così, secondo me, l’architetto più visionario, colui che meglio ha inteso l’ineluttabile disordine in cui viviamo, resta Frank Lloyd Wright con la sua Broadacre City. I progetti a cui ho lavorato nel corso degli ultimi dieci anni erano collocati in un territorio non più definibile come periferico, ma che bisogna considerare come limite o confine della periferia. È qui, ai bordi della periferia, il posto dove guardare a come prendono forma le cose. La città contemporanea, quella composta da queste periferie, dovrebbe produrre una sorta di manifesto, di omaggio anticipato a una forma di modernità che, rispetto alle città del passato, può sembrare priva di qualità, ma della quale un giorno dovremo riconoscere che i molti vantaggi sono quanto meno pari agli svantaggi. Dimenticate Parigi e Amsterdam, e andate subito a vedere Atlanta senza preconcetti: è tutto quello che posso dire. A parte certi aeroporti e pochi pezzi delle periferie urbane, l’immagine della città moderna, almeno com’era stata prevista, non è mai stata realizzata da nessuna parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">a città con cui oggi dobbiamo arrangiarci è praticamente costituita da frammenti di modernità – come se i tratti formali o stilistici astratti fossero a volte sopravvissuti in essa allo stato puro, mentre invece la programmazione urbanistica fosse fallita. Ma di questa mancata riuscita non farei un dramma: questi strati neomoderni, che negano letteralmente la città tradizionale nello stesso modo in cui negano il progetto iniziale della modernità, offrono nuovi temi su cui lavorare. Attraverso di loro si possono mettere a confronto edifici di epoca e spazialità diverse, cosa che era inconcepibile per la pura dottrina del modernismo. Da loro si può anche imparare a destreggiarsi con i substrati, mescolando il già costruito con il progetto ideale. Questa è una situazione paragonabile a quella che fu già bersaglio di molte critiche nel XIX secolo, quando a Milano, a Parigi o a Napoli veniva applicata la strategia di ristrutturare la città senza distruggere quella preesistente.</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="900" height="596" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-01.jpg" alt="" class="wp-image-7188" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-01.jpg 900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-01-300x199.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-01-768x509.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /><figcaption>Singapore foto Bianca Rinaldi</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="900" height="596" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-02.jpg" alt="" class="wp-image-7189" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-02.jpg 900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-02-300x199.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-02-768x509.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi quindici anni c’è stata tutta una produzione di immagini di porzioni di città che, densamente popolate o meno, esercitano un innegabile potere di attrazione. Il problema è che sono state concepite in una sorta di utopia inconscia, come se i poteri costituiti, i meccanismi decisionali e i mezzi realmente a disposizione potessero rimanere incantati dalla bellezza o dall’interesse che presentano. Come se la realtà potesse aderire a questi schemi e riuscisse a capire quanto importante sarebbe stato realizzarli, cosa che per quanto ne so non si è ancora mai verificata. Invece di affidarsi a questo tipo di fascinazione, o puntare sull’autorità assoluta dell’architettura, penso ci si dovrebbe chiedere in che direzione stanno andando le forze che contribuiscono a definire lo spazio. Sono per l’urbanizzazione o per la disurbanizzazione? Vogliono l’ordine o il disordine? Giocano sulla continuità o sulla discontinuità? Quale che sia la risposta, lì c’è movimento e ci sono delle dinamiche che bisogna imparare a riconoscere, perché sono la materia stessa del progetto. […] Oggigiorno qualsiasi spazio vuoto è preda della frenesia di riempire, di tappare. A mio modo di vedere, sono due le ragioni per cui i vuoti urbani costituiscono almeno una delle principali linee di combattimento, se non l’unica, per chi ha ancora a cuore la città. La prima è molto semplice: adesso è più facile controllare lo spazio vuoto che giocare con volumi pieni e forme di agglomerazione che sono diventati, benché nessuno sappia dire bene perché, incontrollabili. La seconda nasce da una mia constatazione: il vuoto, il paesaggio, lo spazio – se li si vuole usare come leva, se li si vuol far entrare in uno schema – possono funzionare da campo di battaglia e suscitare un’adesione quasi totale da parte di chiunque. Questo non succede più per un lavoro architettonico che oggi ispira sempre sospetto e una diffidenza preventiva. […] siccome la nostalgia mi infastidisce, sempre di più cerco di non essere moderno, bensì contemporaneo.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Rem Koolhaas Testi sulla (non più) città </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2021 collana Habitat</p>



<p class="wp-block-paragraph">a cura e con un saggio introduttivo di Manuel Orazi traduzione di Fiorenza Conte</p>
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<h4 class="wp-block-heading"><strong>Manfredo Tafuri<br></strong>Dal progetto alla storia. Gli anni della critica e della nuova dimensione urbana</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di Luka Skansi</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2022<br>Collana Habitat</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Subito dopo la laurea, Manfredo Tafuri, in parallelo all’insegnamento universitario come assistente di Ludovico Quaroni, si è impegnato nella progettazione architettonica e nella «critica in atto» sulle questioni più cogenti del primo dopoguerra, in particolare a Roma come la «città territorio» che in quegli anni di boom economico e grandi migrazioni interne infiammavano la discussione urbanistica. Secondo Tafuri, tutto ciò non poteva certo «risolversi curando lo studio dei singoli problemi edilizi, ma per le sue dimensioni, richiedeva una scala più vasta, la scala del piano regolatore comunale, se non di quello territoriale». A questa stagione appartengono i saggi qui riuniti per la prima volta. Come sostiene Giorgio Ciucci, «Tafuri era giunto alla conclusione che non era dato all’intellettuale cambiare il mondo, e che tuttavia doveva inevitabilmente lavorare per quel cambiamento».</p>
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<h4 class="wp-block-heading"><strong>Sigfried Giedion<br></strong>Costruire in Francia Costruire in ferro Costruire in cemento</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet 2022<br>Collana Habitat</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">In questo libro seminale del 1928 – qui riproposto in una edizione il più possibile fedele all’originale – le grandi frecce di sapore costruttivista che Giedion dispone nel libro sotto la supervisione di László Moholy-Nagy – grafico responsabile, fra l’altro, dei libri della Bauhaus – uniscono visivamente autori francesi dell’Ottocento ad altri tedeschi del Novecento (da Jules Saulnier a Ludwig Mies van der Rohe, Gustave Eiffel a Walter Gropius), suggerendo in questo modo una linea evolutiva che la comparsa di nuovi materiali come il ferro aveva accelerato e orientato verso la creazione di inedite tipologie architettoniche quali gallerie coperte (i «passages» parigini), esposizioni internazionali, grandi magazzini, oltre a colossali infrastrutture. Come rileva Jean-Louis Cohen nell’introduzione, «la narrazione spesso enfatica offerta dal libro, specialmente al “lettore frettoloso” che si limita alle didascalie delle illustrazioni, sembra combattuta fra propaganda e storia».</p>
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<h4 class="wp-block-heading"><strong>Lorena Alessio<br></strong>Progettare con il compensato strutturale. Da Accupoli a Poplyhouse</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet Studio. Città e paesaggio<br>Album<br>2021</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Negli ultimi anni, il ritorno al legno nell’ambito dell’edilizia ha comportato un rinnovato interesse verso la progettazione di strutture prefabbricate e a secco. Il volume è dedicato al percorso progettuale sviluppato dallo studio laa (Lorena Alessio Architetti) che si propone di individuare soluzioni architettoniche sostenibili e antisismiche attraverso l’utilizzo del legno, in particolare del compensato, senza pregiudicare l’interazione con altri materiali. In questo senso è emblematico il racconto della nascita di PoplyHouse: dopo la prima esperienza del progetto Accupoli, nei pressi di Amatrice, la sperimentazione sul campo si è tradotta nella definizione del brevetto per un nuovo giunto, combinato (ad esempio nei progetti dello showroom per E. Vigolungo S.p.A. e dell’Eremo del Silenzio) all’innovativo utilizzo strutturale del compensato di pioppo, la cui riscoperta contribuisce peraltro alla tutela e al sostegno della filiera locale legata a quest’albero.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large shadow"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-libro-05-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-7212" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-libro-05-725x1024.jpg 725w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-libro-05-212x300.jpg 212w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-libro-05-768x1085.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/bookcase-libro-05.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading"><strong>Borgofuturo+<br></strong>Un progetto locale per le aree interne</h4>



<p class="wp-block-paragraph">a cura di<br>Matteo Giacomelli<br>Fulvia Calcagni</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quodlibet Studio. Città e paesaggio<br>Saggi<br>2022</p>
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<p class="small wp-block-paragraph">Le questioni legate alle cosiddette aree interne acquisiscono un rilievo sempre maggiore nel dibattito accademico e politico. I temi dell’ambiente e delle culture locali sono una chiave di lettura prioritaria e distintiva, proprio in virtù della loro pervasività e del ruolo che assumono nel determinarne i caratteri identitari e le specificità territoriali. I territori oggetto del presente studio sono quelli dell’Alto Maceratese nelle Marche, dove nel 2010 è nato Borgofuturo, un progetto legato al borgo di Ripe San Ginesio, una scommessa che, partendo dal festival della sostenibilità a misura di borgo, ha prodotto un nuovo immaginario del luogo, e ha promosso una concreta opera di rigenerazione. Nell’estate tra i due lockdown dovuti all’emergenza Covid-19, l’edizione celebrativa del decennale di Borgofuturo+ ha trasformato il quadro: quella che era un’isola di rinascita diventa un fattore d’influenza nel macro-territorio della Val di Fiastra, generando nuove reti e nuovi processi di trasformazione condivisa.</p>
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