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	<title>Cristiano Toraldo di Francia Archivi - MappeLAB</title>
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	<title>Cristiano Toraldo di Francia Archivi - MappeLAB</title>
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		<title>Ciao Cristiano</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2021 06:44:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cristiano Toraldo di Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da buon romano, pigro e distratto, ci ho messo un bel po’ a capire la ricchezza e la complessità delle Marche, un territorio che all’inizio mi sembrava fin troppo solidamente ancorato alle sue tradizioni contadine e alla sua nuova ricchezza industriale.</p>
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<p>Da buon romano, pigro e distratto, ci ho messo un bel po’ a capire la ricchezza e la complessità delle Marche, un territorio che all’inizio mi sembrava fin troppo solidamente ancorato alle sue tradizioni contadine e alla sua nuova ricchezza industriale. Non abbastanza wild come il vicino Abruzzo, né votato all’eccitazione metropolitana del leisure e dell’industria del divertimento come la confinante Romagna. Per accorgersi delle energie glocali e “non-omologate” che alimentano questa regione sottopelle c’è voluto un bel po’ di tempo e l’aiuto delle persone preziose che ho mano a mano incontrato da quando ho avuto la fortuna di cominciare a conoscere davvero questi luoghi. Tra queste un posto d’onore spetta naturalmente al gruppo che ruota intorno a questa rivista e in particolare a Cristiano Toraldo di Francia, che l’ha diretta fino a pochi mesi fa, quando ci ha molto prematuramente lasciati.</p>



<p>Cristiano a dire il vero lo conoscevo da molto prima che fosse coinvolto in “Mappe”. Prima, ancora studente negli anni Settanta, come protagonista di quelle esperienze radicali e dirompenti che avevano caratterizzato l’architettura italiana nella golden age ’60/’70 e che io vedevo da lontano, a una distanza (di sicurezza) definita dalla mia formazione prima romana e poi veneziana. Poi, nel mio apprendistato critico, come autore di opere architettoniche post-Superstudio che catturavano il mio interesse e miscelavano con grazia residui radicali, pragmatismo strutturale e attitudine postmoderna alla comunicazione veloce. In quella fase ci sono stati i anche primi contatti, magari grazie a qualche convegno che frequentavo con uno spirito a metà tra l’aspirante studioso e il critico young and angry o a qualche final review di studenti di scuole americane in trasferta fiorentina.</p>
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<p>Poi finalmente i “casi della vita” hanno spinto entrambi verso questo territorio e verso la stessa neonata facoltà di architettura (oggi “scuola”) di Ascoli Piceno. Da quel momento la scuola è stata la prima di una serie di piattaforme dove sviluppare sia la nostra collaborazione che una reciproca e sostanziosa empatia umana. Dopo Ascoli ci sono stati infatti Demanio Marittimo, di cui Cristiano era un pilastro generoso e vitale, la rivista che ospita questo testo e infine il MAXXI, con la grande mostra del 2016 sul lavoro di Superstudio. In tutti questi contesti Cristiano è stato un maestro allegro e generoso, capace di esprimere allo stesso tempo autorevolezza e curiosità, profondità e leggerezza. Soprattutto a scuola il contributo di Cristiano è stato essenziale, anche perché avveniva in un momento in cui si poteva aspirare a dar vita a una piccola rivoluzione culturale e didattica, rispetto allo stato appesantito e arretrato delle facoltà di architettura italiane all’inizio degli anni Novanta. Sul piano nazionale c’era la nascita di una serie di nuove e ambiziose facoltà in concomitanza con alcune novità importanti negli ordinamenti, come i laboratori di 50 studenti e una maggiore apertura verso docenti più giovani. Ad Ascoli Piceno c’erano in particolare la volontà e la leadership di Eduardo Vittoria, che metteva tutto il suo impegno nella costruzione di un progetto didattico originale, culturalmente forte (e ancora memore dello slancio Bauhaus) e allo stesso tempo strettamente connesso alle dinamiche del territorio. Il contributo di Toraldo di Francia a questo progetto è stato sostanziale, ha lasciato tracce forti nel tessuto dei docenti come in quello degli studenti, ha contribuito a fare della scuola di Ascoli un faro piccolo ma visibile da molte parti del mondo.</p>



<p>Per queste e per molte altre ragioni la scomparsa di Cristiano ci ha lasciato sorpresi e scioccati, anche perché sostanzialmente non aveva età, era coetaneo di ognuno di noi, autorevole come i migliori tra i suoi colleghi, impaziente come ogni architetto in piena attività, curioso come uno studente. Cristiano era giovane per definizione e per sempre. Conserviamo la sua energia e ci sforziamo di continuare decisi nella direzione che percorrevamo insieme.</p>
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		<title>Cristiano Toraldo di Francia e il Superstudio</title>
		<link>https://mappelab.it/cristiano-toraldo-di-francia-e-il-superstudio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2021 15:18:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cristiano Toraldo di Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre finivo di scrivere questo pezzo dedicato a Cristiano Toraldo di Francia, per un crudele gioco del destino lo raggiungeva anche Adolfo Natalini, con il quale Cristiano aveva condiviso l’avventura del Superstudio sin dagli inizi. La scomparsa dei due amici e coetanei, a nemmeno sei mesi di distanza, amplifica il dolore e rende ancor più sofferto il ricordo per noi che restiamo</p>
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<p class="has-medium-font-size">Mentre finivo di scrivere questo pezzo dedicato a Cristiano Toraldo di Francia, per un crudele gioco del destino lo raggiungeva anche Adolfo Natalini, con il quale Cristiano aveva condiviso l’avventura del Superstudio sin dagli inizi. La scomparsa dei due amici e coetanei, a nemmeno sei mesi di distanza, amplifica il dolore e rende ancor più sofferto il ricordo per noi che restiamo. Ma voglio credere che loro siano contenti di essersi ritrovati, magari anche con i fratelli Magris e tanti altri amici di allora, e da qualche parte stiano mabilmente ricordando “com’era ancora bella l’architettura nel 1966.”</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Tutti dovrebbero solo raccontare la propria vita e scrivere diari immensi.”</p><cite>Ettore Sottsass</cite></blockquote>



<p>Forse è presto per tracciare un bilancio della lunga esperienza progettuale di Cristiano Toraldo di Francia, così divaricata tra l’eterna giovinezza del Superstudio – che Cristiano ha peraltro incarnato alla lettera – e le molte cose che è stato, prima, durante e dopo gli anni d’oro della compagine fiorentina. Certamente possiamo parlare di Toraldo fotografo, designer, architetto, docente, declinandolo nei vari luoghi in cui ha operato, da Firenze alle Marche e in giro per il mondo. Ma la verità è che CTF ha sempre eluso ogni classificazione, fuggito ogni etichetta, rifiutato ogni inquadramento disciplinare. Cristiano era generoso oltre misura con chi lo sollecitava su temi a lui cari, quanto insofferente, seppure con gentilezza, a chi cercasse di riportarlo nei ranghi del mestiere di architetto, di docente, persino di “artista” – semmai volessimo introdurre questo termine giacché le sue opere sono esposte nei musei di tutto il mondo. Tuttavia la sua non era l’insofferenza dell’incompreso, piuttosto quella di chi guarda sempre oltre. La curiosità faceva il paio con la voglia di sperimentare, liberandosi di ogni genere di zavorra, al punto che il nuovo sembrava avere sempre la meglio sul vecchio. Vero è che la sua storia personale tornava sempre in gioco, con i suoi miti, soprattutto quelli dell’epoca d’oro del Superstudio. Ma veniva sempre rilanciata, confidando che le cose generano cose e che la creatività è un processo inarrestabile che si nutre di sé stesso rinnovandosi continuamente.</p>
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<p>Per CTF il Superstudio è stato un momento germinale e allo stesso tempo un’avventura con tanti “compagni di viaggio”, come recita il famoso collage del 1968, uno dei primi realizzati dal gruppo, in cui si vedono Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, Roberto Magris, Gian Piero Frassinelli, Alessandro Magris – li riporto come scrivevano sempre loro, in ordine di apparizione, come a teatro. C’era anche una delle prime collaboratrici, Marianne Burkhalter, anche lei prestatasi a diventare un personaggio di questa bizzarra vicenda architettonica, molto meno lineare di quello che si immagina. In quegli anni li ritroviamo tutti ad “abitare” le immagini dei loro progetti, dando corpo all’idea che progettare architettura significa immaginare un progetto di vita, in sostanza progettare sé stessi.</p>



<p>Per Toraldo e compagni il Superstudio è stato, infatti, innanzitutto un percorso di formazione, insieme reale e metaforico, e in questo senso si è protratto ben oltre la fine ufficiale delle attività del gruppo. Nel viaggio si incontrano persone, si registrano esperienze, e i progetti sono appunto il frutto dell’incontro tra individui, luoghi, situazioni. Cristiano amava ricordarli in ordine sparso, a seconda delle occasioni. Mi vengono in mente figure meno note, come il compagno di studi Ettore Chelazzi, con il quale apre il suo primo studio (di fotografia) a piazza Donatello, e altre ben conosciute ma estranee al mondo dell’architettura, come gli scrittori Giorgio Saviane e Giuseppe Berto. Del primo realizzerà alcune fotografie per le copertine di alcuni libri e, in seguito, uno spettacolare interno domestico a quadretti; il secondo invece fu il committente del famoso progetto purtroppo non realizzato per la sua villa sulla scogliera di Tropea. E poi c’è il gruppo che nel 1963 si incontra nella Facoltà di Firenze occupata e che nel 1964 realizza il progetto “Città estrusa” (Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Massimo Morozzi, Ali Navai, Sergio Pastorini, Piero Spagna e Cristiano Toraldo di Francia), preludio alla formazione degli Archizoom ai quali Toraldo stava per aggregarsi se non fosse scoccata la liaison con il pittore/architetto Adolfo Natalini.</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1900" height="1250" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/superstudio-gruppo-bn.jpg" alt="" class="wp-image-1094" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/superstudio-gruppo-bn.jpg 1900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/superstudio-gruppo-bn-300x197.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/superstudio-gruppo-bn-1024x674.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/superstudio-gruppo-bn-768x505.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/superstudio-gruppo-bn-1536x1011.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1900px) 100vw, 1900px" /><figcaption>Superstudio<br>Architettura nascosta<br>1970<br>foto Cristiano Toraldo<br>di Francia©</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="764" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Superstudio-and-Radicals-1982-764x1024.jpg" alt="" class="wp-image-1105" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Superstudio-and-Radicals-1982-764x1024.jpg 764w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Superstudio-and-Radicals-1982-224x300.jpg 224w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Superstudio-and-Radicals-1982-768x1029.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Superstudio-and-Radicals-1982.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 764px) 100vw, 764px" /><figcaption>Superstudio&amp;Radicals<br>cover di Tadanori Yokoo<br>1982</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="752" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/cultura-materiale-extraurbana-752x1024.jpg" alt="" class="wp-image-1186" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/cultura-materiale-extraurbana-752x1024.jpg 752w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/cultura-materiale-extraurbana-220x300.jpg 220w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/cultura-materiale-extraurbana-768x1046.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/cultura-materiale-extraurbana.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 752px) 100vw, 752px" /><figcaption>Adolfo Natalini, Lorenzo Netti, Alessandro Poli,<br>Cristiano Toraldo di Francia,<br><em>Cultura Materiale extraurbana.</em><br>Alinea 1983<br>cover di Frances Lansing</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-vertically-aligned-top is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p>La storia del Superstudio nasce così nel 1966 tra l’onda della mostra Superarchitettura a Pistoia e l’acqua dell’alluvione di Firenze, con Toraldo che invita Natalini a riparare sulla collina di Bellosguardo, in affitto dalla contessa Romanelli. Si alimenta delle epiche sortite alla Poltronova di Agliana, fondata da “professor” Sergio Cammilli – con la direzione artistica di Ettore Sottsass, un “fratello maggiore” del Superstudio, come lo definiva Cristiano – in un bagno di creatività tra design, fotografia e performance. Approda alle riviste ufficiali milanesi, la Domus di Gio Ponti e la Casabella ancora diretta da Gian Antonio Bernasconi ma già in aria di “radicalizzarsi” grazie alla presenza di Giovanni Klaus Koenig e Alessandro Mendini. Ma il Superstudio era ‘super’ anche grazie ad una rete di affetti, amicizie e conoscenze, a partire dalle famiglie Natalini e Toraldo, con tanto di mogli e figli, che vediamo comparire in tanti set fotografici e persino nei film come “Cerimonia” (1973) in un afflato di condivisione, insieme ironica e visionaria, di un’idea dell’arte come vita.</p>



<p>Cristiano amava raccontare gli aneddoti di questi incontri, ma le ricostruzioni erano sempre parziali, orientate, a suo modo tendenziose. Come in ogni storia che si rispetti, ogni indizio era definitivo e assoluto, ma allo stesso tempo parziale o addirittura inutile. Non era una Storia ma tante storie. C’era però sempre un’atmosfera eroica dalla incredibile energia propulsiva.</p>



<p>Adolfo Natalini l’ha descritta bene in quel formidabile pezzo dall’ancor più formidabile titolo: “Com’era ancora bella l’architettura nel 1966..”, scritto appena dieci anni dopo eppure già gravido di tutta quella nostalgia – seppur priva di rimpianti – che accompagna il ricordo dei momenti della formazione: “Quando si producevano i progetti e le immagini, gli scritti e gli oggetti dell’architettura radicale, l’architettura radicale non esisteva. Ora che questa etichetta esiste, l’architettura radicale non esiste più.” Nonostante i punti di vista differenti sull’eredità del gruppo da loro fondato nel 1966, sia Adolfo Natalini che Cristiano Toraldo di Francia concordavano che la stagione del Superstudio si fosse chiusa con un atto deliberato, un suicidio liberatorio per sfuggire alla morsa delle etichette, in primis appunto quella di architettura radicale. Non a caso i racconti di Cristiano si concludevano con l’epica narrazione di “ultimi fotomontaggi”, cartoline di saluti definitivi prima di scomparire, sottraendosi al pesante fardello di un’architettura o un design di maniera, che lui vedeva, ad esempio, nella controversa vicenda di Memphis.</p>



<p>Certo, c’era stato tutto il lavoro sulla cosiddetta Cultura materiale extraurbana: una serie di ricerche iniziate nel 1974 all’interno dei corsi di Plastica Ornamentale tenuti da Adolfo Natalini presso la Facoltà di Firenze. CTF le abbraccia con entusiasmo, affiancato da Alessandro Poli, che del Superstudio era stato membro tra il 1970 e il 1972, e dai più giovani Michele De Lucchi e Lorenzo Netti, oltre che da Gian Piero Frassinelli, che però in seguito ne prenderà le distanze. Per il Superstudio si tratta di riscoprire la prassi progettuale (e la sua costruzione) come fatto concreto, privo di mediazioni culturali, attraverso una antropologia del quotidiano e soprattutto il legame alle tradizioni degli oggetti d’uso nelle culture rurali. Ma soprattutto per gli autori della ricerca è un modo di riprendere in mano il proprio destino di progettisti, ripensarlo alla radice, interrogarsi sul proprio ruolo sociale e sulla propria vocazione personale. Nella sua semplicità formale e ricchezza concettuale (oltre che di bellissimi disegni) il libro pubblicato nel 1983, con le fotografie di CTF al mitico contadino Zeno Fiaschi e il disegno di copertina della moglie, Frances Lansing, è la testimonianza più completa di questa stagione.</p>
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<p>Mentre il Superstudio, bersagliato dagli ultimi colpi della critica tafuriana, seppellisce la propria adolescenza in celebrazioni sempre più definitive – la partecipazione alla Biennale di Arte di Venezia del 1978, con l’installazione di sale La moglie di Lot, la monografica all’In-arch di Roma nello stesso anno e quelle a Firenze nel ’79 e nell’82 – i suoi membri iniziano ad andare ciascuno per la propria strada. Per CTF è un momento di grande creatività progettuale. A rileggerlo oggi quel capitolo della storia dell’architettura, appunto gli anni ’80, è sin troppo facile storcere il naso di fronte alla ingombrante “presenza del passato”. Ricordiamo che proprio Paolo Portoghesi fu l’autore di una lusinghiera recensione su “Epoca” del lavoro di CTF nel 1984, e poi del saggio che introduce il libro dedicato al progetto del Terminal della stazione Santa Maria Novella a Firenze. La monografia Electa (1988) che racconta quel periodo restituisce bene un’atmosfera quasi opposta all’algida austerità concettuale dell’epoca dei quadretti del Superstudio. Trovarne le connessioni non è facile. simboli di una nuova temperie culturale, gli archetipi e i luoghi della Storia – stavolta con la “s” maiuscola – e della Città – anche questa con la “c” maiuscola – diventano i paesaggi di nuove avventure raccontate con il tratto a mano libera della matita e del pastello. Anche i compagni di viaggio si rinnovano, in parte sovrapponendosi ai diversi percorsi del Superstudio: da Andrea Noferi, che insieme a CTF firma la maggior parte dei progetti, sino agli studenti delle scuole americane che collaborano allo studio come Mark Macy, Johanna Grawunder, Kim Groves e Tim Power.</p>



<p>C’è tanto disegno in quegli anni ma c’è, soprattutto, tanta costruzione: dagli oggetti di design si passa agli interni, dagli arredi urbani a diversi edifici che proiettano CTF nel panorama di quel professionismo sofisticato ma realista, amato dai committenti ma non altrettanto dall’accademia. Ne è un’emblematica rappresentazione la sfortunata vicenda del Terminal di via Valfonda che, ancora in fase di progetto, campeggiava orgogliosamente sulla copertina della monografia del 1988. Appena completato e pubblicato nelle riviste l’edificio verrà via via abbandonato dall’amministrazione all’incuria e al degrado, diventando immeritatamente un simbolo della hybris dell’architetto. Processato in piazza, l’edificio verrà demolito con le ruspe nel 2010 per soddisfare le esigenze populiste del sindaco Renzi. Ma CTF aveva già da tempo nuovamente messo in atto la famosa “mossa del cavallo” – che Cristiano citava spesso riprendendo un passaggio di Filiberto Menna nel saggio sul catalogo della mostra Italy: the New Domestic Landscape (tra i pochi che all’epoca avevano capito il Superstudio): scartare di lato, cambiare direzione, sfuggire al destino facendo di necessità virtù.</p>



<p>Alla faccia dell’utopia!</p>



<p>Così, con l’inizio degli anni ’90 Cristiano Toraldo di Francia inizia una nuova stagione, personale e professionale. Sono gli anni del trasferimento nelle Marche, a Filottrano, con un secondo matrimonio e l’insegnamento nella neonata Facoltà di Architettura dell’Università di Camerino, con sede ad Ascoli Piceno.</p>



<p>La storia di questi anni è quella di una significativa attività progettuale nel territorio marchigiano insieme alla moglie Lorena Luccioni, ma soprattutto di una passione travolgente per la didattica che CTF dispiega senza risparmio di mezzi, anche personali. Mentre continua la collaborazione con le scuole di architettura americane nelle quali Toraldo insegnava a Firenze sin dai primi anni ’70, da vero one-man-band, con l’automobile sempre piena di libri e materiali vari, CTF trasforma la scuola di Ascoli in un avamposto di entusiastica sperimentazione a tutte le scale, dal design dell’abito all’architettura del paesaggio.</p>



<p>In un mondo di provincia sballottato tra il dovere morale del “mestiere” e i miraggi delle cosiddette archistar, Toraldo propone agli studenti di guardare dentro il proprio lavoro, di osservarlo, cioè, come pratica concreta, reale, materiale, con tutto l’armamentario di modelli, disegni e ogni genere di supporto tecnologico di cui CTF era, per principio, sempre entusiasta. Rispettato – ma non sempre compreso – dai colleghi, lui sperimentava con gli studenti e creava connessioni con istituzioni e aziende, per poi raccogliere, mettere in mostra, pubblicare. La stessa avventura della rivista Mappe, alla quale Cristiano generosamente si dedica dal 2011, va inscritta in questo entusiasmo di tessere relazioni tra didattica, ricerca, territorio e professione.</p>



<p>Allo stesso tempo, anche grazie a questa ritrovata dimensione di ricerca nella Scuola, CTF era tornato a raccogliere le memorie del Superstudio: storie in quegli anni ancora confuse con i ricordi nostalgici di un tempo andato, di una giovinezza troppo scapestrata per poter essere presa sul serio. E lui, che sul serio non ci si è mai preso più di tanto, aveva comunque capito che era il momento di rimettere insieme i pezzi di questa esperienza ancora in gran parte sconosciuta. Questo non per desiderio di ordine – Cristiano era tutto meno che una persona ordinata – e nemmeno per celebrarsi. Piuttosto per celebrare un’idea dell’architettura, ma più in generale dell’arte e, diciamolo pure, della vita. E il Superstudio era per lui l’emblema di questa idea di arte e di vita.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="677" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/terminal-valfonda-1990-677x1024.jpg" alt="" class="wp-image-1195" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/terminal-valfonda-1990-677x1024.jpg 677w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/terminal-valfonda-1990-198x300.jpg 198w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/terminal-valfonda-1990-768x1161.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/terminal-valfonda-1990.jpg 860w" sizes="auto, (max-width: 677px) 100vw, 677px" /><figcaption>Cristiano Toraldo di Francia<br>e Andrea Noferi,<br><em>Il Terminal di via Valfonda<br></em>a Firenze,<br>Alinea 1990</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1900" height="980" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/sofo-natalini-toraldo.jpg" alt="" class="wp-image-1222" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/sofo-natalini-toraldo.jpg 1900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/sofo-natalini-toraldo-300x155.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/sofo-natalini-toraldo-1024x528.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/sofo-natalini-toraldo-768x396.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/sofo-natalini-toraldo-1536x792.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1900px) 100vw, 1900px" /><figcaption>Cristiano Toraldo di Francia Sofo, Poltronova<br>Adolfo Natalini<br>Isabella e Cristiano Toraldo di Francia<br>1968</figcaption></figure>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="880" height="900" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Gherpe1-HR300-21X21.jpg" alt="" class="wp-image-1230" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Gherpe1-HR300-21X21.jpg 880w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Gherpe1-HR300-21X21-293x300.jpg 293w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Gherpe1-HR300-21X21-768x785.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 880px) 100vw, 880px" /><figcaption>Cristiano Toraldo di Francia<br>Lampade<br>Passiflora e Gherpe<br>Poltronova 1967</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p>Quando sembrava che i percorsi individuali fossero destinati ad avere la meglio, seppellendo le memorie del gruppo in un cimitero di bellissime immagini, Cristiano, che pure di quelle immagini era il custode grazie al suo formidabile archivio fotografico, si è speso senza riserve per tenerle vive.</p>



<p>Per lui, infatti, il Superstudio non era soltanto un manifesto, una dichiarazione di intenti, ma un vero e proprio laboratorio nel quale si è sempre mosso come raffinato combinatore di pezzi, artigiano, bricoleur. Lo testimonia anche il rapporto con la “nuova” Poltronova presa in mano da Roberta Meloni nel 2005 per rimettere in produzione oggetti come la lampada Gherpe o il divano Sofo, di cui Cristiano ha seguito la riedizione.</p>



<p>Con CTF, infatti, il Superstudio è sempre stato un montare e smontare, riflettere e rappresentare, mai distruggere completamente; una ars combinatoria per abitare il mondo con più intelligenza e passione; una scuola per imparare a guardare oltre le cose e scoprire che possono essere molto più di quello che pensiamo. In questo, Superstudio Backstage, la raccolta di fotografie del gruppo scattate da CTF tra il 1966 e il 1978, è stata senz’altro la sua “autobiografia scientifica”. Penso proprio al libro di Aldo Rossi, che cita Dante, fiorentino come Cristiano, e Max Planck, un fisico, come il suo babbo Giuliano Toraldo di Francia.</p>



<p>“Da un certo punto della mia vita ho considerato il mestiere o l’arte come una descrizione delle cose e di noi stessi &#8211; scrive Rossi nelle prime righe del libro &#8211; per questo ho sempre ammirato la Commedia dantesca che inizia attorno ai trent’anni del poeta. A trent’anni si deve compiere o iniziare qualcosa di definitivo e fare i conti con la propria formazione”. E poi, leggendo Max Planck la cui Autobiografia scientifica è per lui “il riferimento più importante”, Rossi apprende che ogni oggetto, ogni materiale immagazzina e conserva l’energia che lo ha trasformato. Quell’energia è sempre pronta a liberarsi, a trasformare ulteriormente, a distruggere ma anche a costruire di nuovo.</p>



<p>Ecco dunque che la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia.</p>



<p>“Può sembrare strano che Planck e Dante associno la loro ricerca scientifica e autobiografica con la morte; una morte che è in qualche modo continuazione di energia”, continua Rossi, “In realtà, in ogni artista o tecnico, il principio della continuazione dell’energia si mescola con la ricerca della felicità e della morte.” Le novanta fotografie di Superstudio Backstage – che in realtà sono una paziente ricombinazione di vari materiali inclusi frammenti di pubblicazioni d’epoca, e che probabilmente si sarebbero accresciuti se il tempo glielo avesse concesso – sono un lavoro a cui CTF ha dedicato almeno quindici anni.</p>



<p>Hanno prodotto una mostra, esposta al Centro Pecci di Prato nel 2011,<br>e accompagnato il progetto di ricapitolazione del Superstudio su cui abbiamo lavorato insieme e che si è concretizzato nel volume Superstudio Opere 1966-1978, edito da Quodlibet nel 2016, insieme alla mostra antologica in occasione dei cinquant’anni della fondazione del gruppo, promossa dal MAXXI di Roma lo stesso anno e giunta poi fino in Cina.</p>



<p>Guardando quelle fotografie appare chiaro quanto la differenza tra palcoscenico e backstage nel Superstudio fosse labile. Esse rivelano infatti l’essenza di quella energia che ha generato gli “oggetti” del Superstudio, cioè il lavoro (im)paziente di coloro che hanno prodotto tutte quelle immagini e progetti, disegni e racconti, modelli e prototipi, arredi e architetture, in uno strenuo tentativo di “descrivere le cose” e, in ultima istanza, se stessi. Per questo il racconto di Toraldo è tutto incentrato sui personaggi della storia, che ci appaiono nei ritratti dei protagonisti del Superstudio in tutta la loro teatralità. Si vede bene nel quadro di Ellie Daniels ripreso da un celebre autoscatto di Cristiano. Il destino volle che, arrivato un giorno dalla lontana America e tirato a sorte tra i membri del Supertstudio, toccò proprio a lui. Allora si capisce che ciò che questi personaggi mettono in scena nel loro viaggio di formazione “nelle regioni della ragione” alla ricerca dell’architettura “misteriosamente scomparsa”, è, in fondo, la loro stessa vita. L’avevano capito bene i giapponesi di The Moriyama Editors Studio, quelli della rivista Japan Interior Design, la prima ad accorgersi della portata filosofica del discorso del Superstudio. Nel 1982 CTF curerà per loro il volume Superstudio &amp; Radicals, primo bilancio complessivo dell’esperienza del gruppo. Cristiano amava molto la copertina di quel libro, una invenzione del celebre grafico giapponese Tadanori Yokoo. I volti del Superstudio, riprodotti in stile fumettistico, galleggiano in uno straniante tripudio di colori in bilico tra espressionismo e pop-art; niente di più lontano dai soliti cliché della griglia su fondo bianco. Proprio questa copertina, messa in cornice in un gioco di sottile ready-made e trasformata nella conclusione del suo Backstage, sembra tradurre in immagine le parole di Cristiano che raccontano la sua esperienza del Superstudio: “diario di un viaggio che continua senza illusioni che porti ad una destinazione definitiva”, che è esso stesso ricapitolazione, testimonianza e insieme dono da offrire, come avevano scritto alla fine degli Atti Fondamentali, “ai nostri figli e a quelli che con loro erediteranno la Terra”.</p>
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		<title>Cristiano e Adolfo</title>
		<link>https://mappelab.it/cristiano-e-adolfo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2021 13:31:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cristiano Toraldo di Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cristiano Toraldo di Francia era nato durante la guerra a Firenze, figlio di un fisico teorico e di una mamma molto impegnata a cercare da mangiare per il piccolo – che a causa della sua denutrizione manterrà per tutta la vita dei lineamenti infantili, motivo per cui ha sempre lasciato crescere lunghi baffi o la barba.</p>
<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/cristiano-e-adolfo/">Cristiano e Adolfo</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p style="font-size:30px"><em>“Io sono (tu sei, egli è, noi siamo, voi siete, essi sono) architettura vivente”. E per chi proprio voleva insistere nel progetto avevamo suggerito: “l’unica cosa da progettare è la nostra vita. E basta”.</em></p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Adolfo Natalini</strong> &#8211; <em>Com’era ancora bella l’architettura nel 1966, 1977.</em></p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Cristiano Toraldo di Francia era nato durante la guerra a Firenze, figlio di un fisico teorico e di una mamma molto impegnata a cercare da mangiare per il piccolo – che a causa della sua denutrizione manterrà per tutta la vita dei lineamenti infantili, motivo per cui ha sempre lasciato crescere lunghi baffi o la barba. Imparentato con Tristano Codignola e quindi con Roberto Calasso, “da bambini si andava a fare le zingarate”, crebbe con gli ideali di Giustizia e Libertà, quelli della tradizione liberalsocialista fondata dai fratelli fiorentini Carlo e Nello Rosselli. Da adolescente ebbe una crisi mistica, in ossequio al suo nome, ma poi si iscrisse ad Architettura seguendo i corsi dei tre Leonardo: Benevolo, Ricci e Savioli. L’alluvione del 1966 fu complice dell’apertura di uno studio in un posto più in alto, piazza Bellosguardo dove in passato lavorarono anche Galileo Galilei, Ugo Foscolo ed Eugenio Montale. Invece Toraldo, che per arrotondare faceva il fotografo di moda per le case autoctone come Ferragamo, fonda insieme con il suo compagno di studi pistoiese Adolfo Natalini il Superstudio. Volendo fare architettura a tutti i costi, anche senza committenti, si vestono con il camice bianco e con una possente dose di ironia. La presenza di un collegio femminile americano attiguo allo studio e l’aria libertaria (e libertina) del ’68 fecero il resto.</p>
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<p>Il ciclo del Monumento Continuo, una serie di collage di ieratici parallelepipedi vetrati che si sovrapponevano con indifferenza a metropoli e paesaggi esotici, conobbe un’immediata fortuna e furono pubblicati in Giappone, USA, Inghilterra, e in Italia dapprima su “Domus” e poi sulla “Casabella” di Alessandro Mendini. Ancora oggi conservano una freschezza tale da essere scopiazzati da architetti e grafici di mezzo mondo. Insieme ai gruppi fiorentini Archizoom, 9999, Pettena, Buti, Ziggurat e ad altri compagni di strada come Ugo La Pietra finirono al MoMA nel 1972 per la grande mostra “Italy: the New Domestic Landscape” che usava il progetto non come ingenua fuga verso l’utopia, ma come strumento critico. Iniziarono i pellegrinaggi al Bellosguardo di giovani fan come Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Kenneth Frampton.</p>



<p>Sciolto il Superstudio, Toraldo iniziò un suo percorso professionale autonomo dapprima in Toscana dove realizzò molti interni, la stazione Statuto, la pensilina della Stazione di Firenze – poi demolita da Matteo Renzi da sindaco –, quindi, dopo il trasferimento a Filottrano con Lorena Luccioni, nelle Marche dove ha realizzato l’autostazione delle corriere di Macerata o il grande cinema multiplex di Pesaro. Docente ad Ascoli Piceno – dove non riuscì mai a diventare professore ordinario, forse per eccesso di cortesia nei giochi accademici –, era amatissimo dagli studenti perché insegnava la sua curiosità progettuale verso i confini fra l’architettura, il design, la musica e soprattutto la moda, con abiti abitabili del tutto sperimentali che gli ricordavano quelli posticci indossati durante la guerra, vale a dire pieni di potenzialità. Non era difficile incontrare ai suoi corsi ospiti a sorpresa come Dario Bartolini degli Archizoom (gruppo in cui Cristiano rischiò di aderire se non avesse incontrato Adolfo), sperimentatore del dressing design insieme alla moglie Lucia Morozzi.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="647" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6403-1024x647.jpg" alt="" class="wp-image-1336" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6403-1024x647.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6403-300x189.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6403-768x485.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6403-1536x970.jpg 1536w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6403.jpg 1900w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>Monumento continuo<br></em>video mostra Superstudio MAXXI 2016<br>foto Paolo Rosselli</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="692" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/1968-monumento-continuo_NewNewYork-HR300-25x37-1.jpg" alt="" class="wp-image-1356" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/1968-monumento-continuo_NewNewYork-HR300-25x37-1.jpg 1000w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/1968-monumento-continuo_NewNewYork-HR300-25x37-1-300x208.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/1968-monumento-continuo_NewNewYork-HR300-25x37-1-768x531.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption>Superstudio<br><em>Il Monumento Continuo<br></em>(serie New New York) 1969-1970<br>fotomontaggi</figcaption></figure>



<p></p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="990" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Monumento-Continuo1.jpg" alt="" class="wp-image-1358" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Monumento-Continuo1.jpg 1000w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Monumento-Continuo1-300x297.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Monumento-Continuo1-150x150.jpg 150w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Monumento-Continuo1-768x760.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption>Superstudio<br><em>Il Monumento Continuo<br></em>(St. Moritz rivisitata) 1969<br>fotomontaggio</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="700" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Grand-Hotel-Colosseo.jpg" alt="" class="wp-image-1362" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Grand-Hotel-Colosseo.jpg 1000w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Grand-Hotel-Colosseo-300x210.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/Grand-Hotel-Colosseo-768x538.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption>Superstudio<br><em>Il Monumento Continuo<br></em>(Grand Hotel Colosseo)<br>1969</figcaption></figure>
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<p>Nelle Marche Cristiano era insomma un punto di riferimento e un ponte intellettuale con l’esterno per tutti gli studiosi e ricercatori, universitari e no, di architettura e design e la sua direzione di “Mappe” era un fatto naturale. Del resto la sua origine aristocratica aveva favorito o indotto la sua capacità diplomatica, utilissima per tenere le fila delle attività degli ex Superstudio. Quando Gilles Clément venne a Macerata nel 2007, Cristiano era in prima fila, da grande appassionato di erbe spontanee che amava conoscere e raccogliere nei dintorni di Filottrano. Da quell’incontro sortirà un’altra ricerca sul paesaggio e i suoi “giardini pensierosi”. Nel 2016 una mostra sul Superstudio a cura di Gabriele Mastrigli è stata organizzata al MAXXI di Roma e in concomitanza fu pubblicato il volume delle Opere complete del gruppo, frutto di un lavoro di anni portato avanti con grande pazienza e cura da Gabriele stesso insieme alla redazione Quodlibet; l’anno successivo il Museo ex Pescheria di Pesaro organizzò una mostra della sua ricerca sulla moda dal titolo del suo ultimo libro Ri-vestire e chi scrive è stato volentieri di supporto come aiuto e autista per la mostra nell’unico museo di arte contemporanea delle Marche che fu un piccolo punto di arrivo, condiviso con tutti gli studenti, collaboratori e interlocutori fra cui anche imprenditori locali. Significativamente aveva scelto una poesia di Antonio Machado come esergo del suo ultimo libro, che ora ci appare come un concentrato genuino della sua aurea modestia, della sua grazia artistica di intellettuale cosmopolita: “Ma cerca nel tuo specchio l’altro, / l’altro che vien con te. / Cerca specchio nel tuo prossimo; / ma che non sia per rasarti, / né per tingerti i capelli”. Si è spento il 30 luglio 2019, per una rara malattia, a 77 anni.</p>
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<p>Adolfo Natalini era un figlio della seconda guerra mondiale. Coetaneo di Cristiano, come lui era nato nel 1941. Secondo Leonardo Sciascia questo è il vero segreto dell’amicizia: essere coetanei, attraversare ogni fase della vita insieme. Anche se i due architetti in questione non potevano essere più diversi. Proprio in occasione della scomparsa dell’amico lo scorso luglio Natalini lo aveva ricordato citando la differenza di origini: lui di campagna, toscanaccio e più conservatore; Toraldo invece cittadino di buona famiglia, cosmopolita e progressista, uno più teso verso l’architettura l’altro verso il design, uno pittore l’altro fotografo, uno lettore di Papini e Soffici, l’altro di letture internazionali, uno con una famiglia tradizionale l’altro con una allargata e più moderna, uno seppellito nella cappella di famiglia disegnata da sé stesso, l’altro cremato ecc. Entrambi però portavano il basco come cappello, di norma, e la loro amicizia non si è mai interrotta. Oltre agli studi di architettura furono uniti da quella residenza di piazza Bellosguardo a seguito della grande alluvione del ’66. Dopo aver perso infatti i primi disegni per la furia delle acque, decisero di trovarsi un posto più elevato: la collina di Bellosguardo, che Ottone Rosai descriveva così in Via Toscanella (Vallecchi, 1930): “La collina di Bellosguardo sempre coperta di verde domina poeticamente e sembra cantare in eterno le grazie del Foscolo. I baracconi del tiro a segno e le barche volanti sostano di quando in quando rincattucciate negli angoli e i ragazzi del rione vanno a far la loro festa di tutti i pomeriggi […] Lassù è l’illusione del paradiso. Uno spiazzo seguito e definito da una ventina di case dignitose, quasi austere, che sembrano abitate da cittadini fantastici, invisibili, tanto è il silenzio e la solitudine”. Descrizione profetica: ci appaiono infatti esattamente fantastici e invisibili i collage del Monumento Continuo, ieratici e austeri ma sempre caratterizzati da silenzio e solitudine. Una solitudine che Natalini ha spesso lamentato a Firenze e denunciato nel caso dell’amico Toraldo, specie dopo le polemiche per la pensilina demolita. Natalini aveva più anticorpi, un’ironia verace. Forse perché era di Pistoia, come Giovanni Michelucci, e aveva la pelle più dura, ma non è il caso di insistere su queste lamentazioni perché il regalo più bello che il Superstudio ha lasciato all’architettura è la grande allegria visiva e la grandissima freschezza compositiva che attirò a Firenze i giovanissimi Rem Koolhaas, Bernard Tschumi, Daniel Libeskind.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="647" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6384-1024x647.jpg" alt="" class="wp-image-1379" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6384-1024x647.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6384-300x189.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6384-768x485.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6384-1536x970.jpg 1536w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/I0A6384.jpg 1900w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Cristiano Toraldo di Francia e Adolfo Natalini,<br>mostra <em>Superstudio 50</em><br>MAXXI 2016<br>foto Paolo Rosselli</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p>Non ci sono dubbi sul fatto che il Superstudio fosse un gruppo felice come quello coevo dei Beatles in cui non è chiaro se John Lennon fosse Natalini, McCartney fosse babyface Toraldo (probabilmente il contrario), sicuramente George Harrison era Gian Piero Frassinelli con la sua predilezione verso l’antropologia. In ogni caso va ricordato che Natalini è stato oggetto di revival per gli anni dell’architettura radicale e per la sua produzione successiva. Quella in cui invertì la rotta verso un’architettura più anonima, più fisica, più durevole perché priva di stile e più attenta a costruire legami indiretti con la storia come la banca di Alzate Brianza (con Frassinelli) o l’edificio di Zola Pedrosa. Una delle sue opere preferite era l’edificio universitario di Siena per l’attenzione verso la tradizione vernacolare: l’argomento era stato anche l’inizio della sua carriera accademica quando Natalini si scelse uno studente molto particolare come assistente ai suoi corsi di plastica ornamentale dedicata alla cultura materiale extraurbana: l’oggetto di studio era la vita quotidiana di un contadino di Fiesole, Zeno Fiaschi. Il suo assistente era Michele De Lucchi, il grande designer che poi andrà a Milano con una lettera di raccomandazione del maestro fiorentino nello studio di Ettore Sottsass e produrrà la lampada più celebre del design italiano del ’900, la Tolomeo, che Natalini ha sempre conservato sulla sua scrivania dello studio al Salviatino.</p>



<p>Col passare degli anni le architetture dello studio Natalini Architetti si sono sempre di più rarefatte, i riferimenti storici sono diventati sempre più astratti. Ne sono prova le due grandi opere che lascia alla città: la scala agli Uffizi e il Museo dell’Opera del Duomo, realizzato insieme con lo studio Guicciardini Magni, e i grandi capolavori di Arnolfo di Cambio, Donatello, Tino di Camaino, Nanni di Banco ecc. Tutti i protagonisti cioè della stagione prebrunelleschiana di Santa Maria del Fiore. È proprio in questa epoca alto-medievale che troviamo la cifra di Natalini che Giovanni Klaus Koenig chiamava non a caso Adolfo da Pistoia: nato pittore, divenuto “architectore”, instancabile disegnatore nonché latore di una bottega artistica che ha formato moltissimi architetti con tanti progetti anche in Olanda e Germania, avvertendoli del pericolo di lasciarsi andare alla ricerca di un’identità stilistica troppo marcata. Si era dotato per questo di tutta la pazienza necessaria a un capomastro medievale per poter portare a termine cantieri dalla durata infinita come quelli di Fidenza (la città del suo amico Vittorio Savi), di Ferrara, del Museo dell’Opera del Duomo o della Prefettura di Pistoia, soffrendone un po’ e resistendo protetto dalle sue abitudini come il pranzo dal Natalino in Borgo degli Albizi – prendeva sempre maccheroni alla garfagnina, gli faceva pensare all’Ariosto (di cui conosceva a memoria interi canti dell’Orlando furioso), che era stato governatore per gli Estensi proprio della Garfagnana. Altra opera travagliata per la lunghissima durata è il bellissimo cimitero dell’Antella, che lui ha iniziato appena laureato. Lì ha seppellito i suoi genitori e sua moglie Frances che purtroppo raggiungerà ora per sempre, lasciando la figlia Arabella e l’amatissimo nipote Arno, appena sei mesi dopo Cristiano.</p>
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		<title>Toraldo</title>
		<link>https://mappelab.it/toraldo-libridazione-dei-media-dei-saperi-delle-culture/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2021 10:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cristiano Toraldo di Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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<p class="has-medium-font-size">Abbiamo incontrato tante volte Toraldo in questo ventennio di vita in cui 3D Produzioni ha raccontato sul web e in tv la storia e l’attualità del mondo del design e dell’architettura. Abbiamo avuto spesso bisogno della sua memoria, della sua visione, di un pensiero in cui sopravvivesse un po’ di utopia. Le interviste, eppur condotte davanti alla telecamera, si sono sempre trasformate in lunghe chiacchierate, non si risparmiava Toraldo, dava sempre più di quanto gli chiedevi. L’ultima volta è stato al MAXXI in occasione della mostra Superstudio 50, retrospettiva allestita nel 2016 per festeggiare i 50 anni dalla fondazione di Superstudio. Ne riportiamo una parte, un contributo alla memoria, un piccolo omaggio postumo.</p>



<p><strong>Ci racconti come ha avuto inizio l’avventura Superstudio?</strong><br>Erano i primi anni ‘60, un momento di passaggio critico per l’Italia: il boom economico si stava ormai esaurendo e le discussioni politiche si stavano facendo molto aspre. Quindi, anche all’interno delle università, cominciavano ad affiorare dibattiti. Nel ’63, con alcuni compagni dell’università che poi si uniranno a me nel Superstudio, abbiamo fatto la prima occupazione di facoltà per poter affrontare nuovi discorsi legati all’idea di architettura. Allora si pensava che l’architettura fosse un sistema di risoluzione di problemi; noi invece volevamo trasformare l’architettura in un sistema teorico, in un sistema di indagine dei problemi, in un laboratorio di ricerca del pensiero, insomma, in un pensiero politico.</p>



<p><strong>Quali mezzi espressivi scelse Superstudio per comunicare le proprie idee?</strong><br>La prima mostra del collettivo doveva essere una mostra di pittura, ma venne fuori una mostra che sfiorava i limiti dell’arte, dell’architettura e del design; una delle nostre preoccupazioni maggiori è sempre stata quella del superamento della disciplina, dell’ibridazione dei media, dei saperi, delle culture. Ci sembrava che l’architettura fosse troppo legata alla fiducia, oramai illusoria, che l’industria avrebbe risolto tutti i problemi dell’umanità, producendo l’oggetto definitivo. Questo ovviamente non successe, perché il mercato ha continuamente bisogno di nuovi modelli, necessari a rinnovare il desiderio del consumo. Quindi il mercato era ormai artificiale e noi eravamo dei componenti di questo mercato artificiale.</p>
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<p><strong>Cosa vi legava all’arte?</strong><br>Adolfo Natalini era un pittore e faceva anche molte mostre; io ero un fotografo, mi guadagnavo da vivere con questo mestiere. Era una passione che veniva da lontano: mio padre, che era fisico e insegnava all’Università, in gioventù aveva progettato le lenti per la microcamera Ducati Sogno, piccolissima macchina fotografica prodotta subito dopo la guerra. Per tale motivo aveva installato nel bagno di casa una camera oscura e io, fin da bambino, mi appassionai alla fotografia. Una volta nato il Superstudio, lo scatto fotografico è diventato lo strumento di registrazione del nostro lavoro: appena finiti i disegni o i fotomontaggi, li fotografavo, e ancora oggi possiedo l’archivio fotografico del Superstudio.</p>



<p><strong>Portavate avanti l’analisi di un mondo distopico, un po’ legato a quello della fantascienza?</strong><br>L’idea del portare avanti questo mondo distopico in realtà è una visione che hanno avuto gli altri, perché il fatto stesso di chiamarci “super architetti” significava che volevamo essere all’interno del sistema, perché noi lo accettavamo in maniera molto realistica cercando di essere più irrealisti degli altri. Il nostro obiettivo era quello di immettere una fantasia rivoluzionaria nelle case degli italiani. Se noi fossimo stati subito considerati degli architetti radicali, fantastici, non avremmo avuto più alcun potere di lavorare all’interno dei deserti domestici, cioè deserti di creatività, luoghi nei quali il consumismo aveva tolto la possibilità creativa. Quindi, le prime produzioni, erano produzioni che cercavano di sconvolgere l’equazione secondo la quale la forma segue la funzione. Per noi la forma veniva prima e aveva la possibilità di creare delle nuove funzioni. Funzioni sensoriali ed emozionali. Dunque, con questa operazione di riempire i nostri oggetti di qualità tali da provocare amore o odio, cercavamo di produrre una forte reazione nel pubblico, provocando intenzionalmente una partecipazione alla creatività.</p>



<p><strong>Siete stati solo dei teorici dell’architettura o avete progettato degli edifici che sono stati effettivamente costruiti?</strong><br>Spesso si dice che non abbiamo mai costruito nulla, ma questo non è affatto vero perché noi eravamo dei super architetti e ci finanziavamo attraverso il lavoro di architettura pragmatica. Abbiamo fatto negozi, banche, edifici di tutti i tipi, ma sempre portando all’interno della professione nuovi materiali e nuovi sistemi di innovazione, gli stessi che portavamo nel design.</p>



<p><strong>Il design, che in quegli anni rappresentava l’Italia creativa, vi permetteva di sperimentare maggiormente?</strong><br>Sì, il design ci ha permesso di sperimentare tecniche diverse e di affrontare molteplici avventure. Per noi fiorentini è stato fondamentale il professor Cammilli, proprietario della Poltronova, un’azienda che aveva come art director Ettore Sottsass e che ha visto la collaborazione di Gae Aulenti, Superstudio, Archizoom e artisti come Max Ernst. Era un’azienda che aveva capito l’importanza di mescolare il design classico con le arti figurative ed era disponibile alle nuove sperimentazioni. Con loro abbiamo fatto le prime poltrone senza struttura, il Sofo. Successivamente Aurelio Zanotta ci chiese di produrre alcuni pezzi della serie Misura, che lui chiamò “Quaderna”. Durante la presentazione a Parigi di questa serie di tavoli lui fece fare per sé stesso e per tutto lo staff dei vestiti a quadretti, comprendendo il nostro spirito che vedeva l’architettura e la vita in dialogo, come una performance teatrale.</p>
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<p><strong>Come nacque Quaderna?</strong><br>Dopo il primo periodo di super architettura e super design, ci siamo resi conto che le nostre produzioni non facevano altro che alimentare il sistema, creando sempre più povertà e inducendo nuovi bisogni. Dunque perché focalizzarsi sulla qualità degli oggetti se potevamo lasciare sul tavolo una serie di quantità neutre a disposizione? Così nascono gli istogrammi, dei diagrammi tridimensionali di spazio che creano una griglia fatta di quadratini di 3&#215;3 centimetri. Nel panorama culturale italiano dell’epoca sono stati un unicum.</p>



<p><strong>Chi erano i vostri maestri?<br></strong>I nostri maestri erano tutti gli architetti che avevamo conosciuto e studiato durante il periodo dell’università, non c’era un maestro unico. Anche il fatto stesso che noi non ci siamo chiamati con il nostro nome ma abbiamo scelto di fondare un collettivo, aveva questo significato. Proclamavamo la fine dell’architetto superstar. Chiaramente ognuno di noi aveva delle preferenze e degli interessi, ma quello che ci interessava era capire che cosa stava succedendo al di fuori dell’Italia. Dialogavamo e ci confrontavamo con i nostri colleghi esteri, ma ci distinguevamo da essi per via dell’impronta politica del nostro lavoro.</p>
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