Cristiano Toraldo di Francia

Cristiano Toraldo di Francia e il Superstudio

Mappe °15


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Mentre finivo di scrivere questo pezzo dedicato a Cristiano Toraldo di Francia, per un crudele gioco del destino lo raggiungeva anche Adolfo Natalini, con il quale Cristiano aveva condiviso l’avventura del Superstudio sin dagli inizi. La scomparsa dei due amici e coetanei, a nemmeno sei mesi di distanza, amplifica il dolore e rende ancor più sofferto il ricordo per noi che restiamo. Ma voglio credere che loro siano contenti di essersi ritrovati, magari anche con i fratelli Magris e tanti altri amici di allora, e da qualche parte stiano mabilmente ricordando “com’era ancora bella l’architettura nel 1966.”

“Tutti dovrebbero solo raccontare la propria vita e scrivere diari immensi.”

Ettore Sottsass

Forse è presto per tracciare un bilancio della lunga esperienza progettuale di Cristiano Toraldo di Francia, così divaricata tra l’eterna giovinezza del Superstudio – che Cristiano ha peraltro incarnato alla lettera – e le molte cose che è stato, prima, durante e dopo gli anni d’oro della compagine fiorentina. Certamente possiamo parlare di Toraldo fotografo, designer, architetto, docente, declinandolo nei vari luoghi in cui ha operato, da Firenze alle Marche e in giro per il mondo. Ma la verità è che CTF ha sempre eluso ogni classificazione, fuggito ogni etichetta, rifiutato ogni inquadramento disciplinare. Cristiano era generoso oltre misura con chi lo sollecitava su temi a lui cari, quanto insofferente, seppure con gentilezza, a chi cercasse di riportarlo nei ranghi del mestiere di architetto, di docente, persino di “artista” – semmai volessimo introdurre questo termine giacché le sue opere sono esposte nei musei di tutto il mondo. Tuttavia la sua non era l’insofferenza dell’incompreso, piuttosto quella di chi guarda sempre oltre. La curiosità faceva il paio con la voglia di sperimentare, liberandosi di ogni genere di zavorra, al punto che il nuovo sembrava avere sempre la meglio sul vecchio. Vero è che la sua storia personale tornava sempre in gioco, con i suoi miti, soprattutto quelli dell’epoca d’oro del Superstudio. Ma veniva sempre rilanciata, confidando che le cose generano cose e che la creatività è un processo inarrestabile che si nutre di sé stesso rinnovandosi continuamente.

Per CTF il Superstudio è stato un momento germinale e allo stesso tempo un’avventura con tanti “compagni di viaggio”, come recita il famoso collage del 1968, uno dei primi realizzati dal gruppo, in cui si vedono Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, Roberto Magris, Gian Piero Frassinelli, Alessandro Magris – li riporto come scrivevano sempre loro, in ordine di apparizione, come a teatro. C’era anche una delle prime collaboratrici, Marianne Burkhalter, anche lei prestatasi a diventare un personaggio di questa bizzarra vicenda architettonica, molto meno lineare di quello che si immagina. In quegli anni li ritroviamo tutti ad “abitare” le immagini dei loro progetti, dando corpo all’idea che progettare architettura significa immaginare un progetto di vita, in sostanza progettare sé stessi.

Per Toraldo e compagni il Superstudio è stato, infatti, innanzitutto un percorso di formazione, insieme reale e metaforico, e in questo senso si è protratto ben oltre la fine ufficiale delle attività del gruppo. Nel viaggio si incontrano persone, si registrano esperienze, e i progetti sono appunto il frutto dell’incontro tra individui, luoghi, situazioni. Cristiano amava ricordarli in ordine sparso, a seconda delle occasioni. Mi vengono in mente figure meno note, come il compagno di studi Ettore Chelazzi, con il quale apre il suo primo studio (di fotografia) a piazza Donatello, e altre ben conosciute ma estranee al mondo dell’architettura, come gli scrittori Giorgio Saviane e Giuseppe Berto. Del primo realizzerà alcune fotografie per le copertine di alcuni libri e, in seguito, uno spettacolare interno domestico a quadretti; il secondo invece fu il committente del famoso progetto purtroppo non realizzato per la sua villa sulla scogliera di Tropea. E poi c’è il gruppo che nel 1963 si incontra nella Facoltà di Firenze occupata e che nel 1964 realizza il progetto “Città estrusa” (Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Massimo Morozzi, Ali Navai, Sergio Pastorini, Piero Spagna e Cristiano Toraldo di Francia), preludio alla formazione degli Archizoom ai quali Toraldo stava per aggregarsi se non fosse scoccata la liaison con il pittore/architetto Adolfo Natalini.

Superstudio
Architettura nascosta
1970
foto Cristiano Toraldo
di Francia©
Superstudio
Ellie Daniels
1972
Superstudio&Radicals
cover di Tadanori Yokoo
1982
Adolfo Natalini, Lorenzo Netti, Alessandro Poli,
Cristiano Toraldo di Francia,
Cultura Materiale extraurbana.
Alinea 1983
cover di Frances Lansing

La storia del Superstudio nasce così nel 1966 tra l’onda della mostra Superarchitettura a Pistoia e l’acqua dell’alluvione di Firenze, con Toraldo che invita Natalini a riparare sulla collina di Bellosguardo, in affitto dalla contessa Romanelli. Si alimenta delle epiche sortite alla Poltronova di Agliana, fondata da “professor” Sergio Cammilli – con la direzione artistica di Ettore Sottsass, un “fratello maggiore” del Superstudio, come lo definiva Cristiano – in un bagno di creatività tra design, fotografia e performance. Approda alle riviste ufficiali milanesi, la Domus di Gio Ponti e la Casabella ancora diretta da Gian Antonio Bernasconi ma già in aria di “radicalizzarsi” grazie alla presenza di Giovanni Klaus Koenig e Alessandro Mendini. Ma il Superstudio era ‘super’ anche grazie ad una rete di affetti, amicizie e conoscenze, a partire dalle famiglie Natalini e Toraldo, con tanto di mogli e figli, che vediamo comparire in tanti set fotografici e persino nei film come “Cerimonia” (1973) in un afflato di condivisione, insieme ironica e visionaria, di un’idea dell’arte come vita.

Cristiano amava raccontare gli aneddoti di questi incontri, ma le ricostruzioni erano sempre parziali, orientate, a suo modo tendenziose. Come in ogni storia che si rispetti, ogni indizio era definitivo e assoluto, ma allo stesso tempo parziale o addirittura inutile. Non era una Storia ma tante storie. C’era però sempre un’atmosfera eroica dalla incredibile energia propulsiva.

Adolfo Natalini l’ha descritta bene in quel formidabile pezzo dall’ancor più formidabile titolo: “Com’era ancora bella l’architettura nel 1966..”, scritto appena dieci anni dopo eppure già gravido di tutta quella nostalgia – seppur priva di rimpianti – che accompagna il ricordo dei momenti della formazione: “Quando si producevano i progetti e le immagini, gli scritti e gli oggetti dell’architettura radicale, l’architettura radicale non esisteva. Ora che questa etichetta esiste, l’architettura radicale non esiste più.” Nonostante i punti di vista differenti sull’eredità del gruppo da loro fondato nel 1966, sia Adolfo Natalini che Cristiano Toraldo di Francia concordavano che la stagione del Superstudio si fosse chiusa con un atto deliberato, un suicidio liberatorio per sfuggire alla morsa delle etichette, in primis appunto quella di architettura radicale. Non a caso i racconti di Cristiano si concludevano con l’epica narrazione di “ultimi fotomontaggi”, cartoline di saluti definitivi prima di scomparire, sottraendosi al pesante fardello di un’architettura o un design di maniera, che lui vedeva, ad esempio, nella controversa vicenda di Memphis.

Certo, c’era stato tutto il lavoro sulla cosiddetta Cultura materiale extraurbana: una serie di ricerche iniziate nel 1974 all’interno dei corsi di Plastica Ornamentale tenuti da Adolfo Natalini presso la Facoltà di Firenze. CTF le abbraccia con entusiasmo, affiancato da Alessandro Poli, che del Superstudio era stato membro tra il 1970 e il 1972, e dai più giovani Michele De Lucchi e Lorenzo Netti, oltre che da Gian Piero Frassinelli, che però in seguito ne prenderà le distanze. Per il Superstudio si tratta di riscoprire la prassi progettuale (e la sua costruzione) come fatto concreto, privo di mediazioni culturali, attraverso una antropologia del quotidiano e soprattutto il legame alle tradizioni degli oggetti d’uso nelle culture rurali. Ma soprattutto per gli autori della ricerca è un modo di riprendere in mano il proprio destino di progettisti, ripensarlo alla radice, interrogarsi sul proprio ruolo sociale e sulla propria vocazione personale. Nella sua semplicità formale e ricchezza concettuale (oltre che di bellissimi disegni) il libro pubblicato nel 1983, con le fotografie di CTF al mitico contadino Zeno Fiaschi e il disegno di copertina della moglie, Frances Lansing, è la testimonianza più completa di questa stagione.

Mentre il Superstudio, bersagliato dagli ultimi colpi della critica tafuriana, seppellisce la propria adolescenza in celebrazioni sempre più definitive – la partecipazione alla Biennale di Arte di Venezia del 1978, con l’installazione di sale La moglie di Lot, la monografica all’In-arch di Roma nello stesso anno e quelle a Firenze nel ’79 e nell’82 – i suoi membri iniziano ad andare ciascuno per la propria strada. Per CTF è un momento di grande creatività progettuale. A rileggerlo oggi quel capitolo della storia dell’architettura, appunto gli anni ’80, è sin troppo facile storcere il naso di fronte alla ingombrante “presenza del passato”. Ricordiamo che proprio Paolo Portoghesi fu l’autore di una lusinghiera recensione su “Epoca” del lavoro di CTF nel 1984, e poi del saggio che introduce il libro dedicato al progetto del Terminal della stazione Santa Maria Novella a Firenze. La monografia Electa (1988) che racconta quel periodo restituisce bene un’atmosfera quasi opposta all’algida austerità concettuale dell’epoca dei quadretti del Superstudio. Trovarne le connessioni non è facile. simboli di una nuova temperie culturale, gli archetipi e i luoghi della Storia – stavolta con la “s” maiuscola – e della Città – anche questa con la “c” maiuscola – diventano i paesaggi di nuove avventure raccontate con il tratto a mano libera della matita e del pastello. Anche i compagni di viaggio si rinnovano, in parte sovrapponendosi ai diversi percorsi del Superstudio: da Andrea Noferi, che insieme a CTF firma la maggior parte dei progetti, sino agli studenti delle scuole americane che collaborano allo studio come Mark Macy, Johanna Grawunder, Kim Groves e Tim Power.

C’è tanto disegno in quegli anni ma c’è, soprattutto, tanta costruzione: dagli oggetti di design si passa agli interni, dagli arredi urbani a diversi edifici che proiettano CTF nel panorama di quel professionismo sofisticato ma realista, amato dai committenti ma non altrettanto dall’accademia. Ne è un’emblematica rappresentazione la sfortunata vicenda del Terminal di via Valfonda che, ancora in fase di progetto, campeggiava orgogliosamente sulla copertina della monografia del 1988. Appena completato e pubblicato nelle riviste l’edificio verrà via via abbandonato dall’amministrazione all’incuria e al degrado, diventando immeritatamente un simbolo della hybris dell’architetto. Processato in piazza, l’edificio verrà demolito con le ruspe nel 2010 per soddisfare le esigenze populiste del sindaco Renzi. Ma CTF aveva già da tempo nuovamente messo in atto la famosa “mossa del cavallo” – che Cristiano citava spesso riprendendo un passaggio di Filiberto Menna nel saggio sul catalogo della mostra Italy: the New Domestic Landscape (tra i pochi che all’epoca avevano capito il Superstudio): scartare di lato, cambiare direzione, sfuggire al destino facendo di necessità virtù.

Alla faccia dell’utopia!

Così, con l’inizio degli anni ’90 Cristiano Toraldo di Francia inizia una nuova stagione, personale e professionale. Sono gli anni del trasferimento nelle Marche, a Filottrano, con un secondo matrimonio e l’insegnamento nella neonata Facoltà di Architettura dell’Università di Camerino, con sede ad Ascoli Piceno.

La storia di questi anni è quella di una significativa attività progettuale nel territorio marchigiano insieme alla moglie Lorena Luccioni, ma soprattutto di una passione travolgente per la didattica che CTF dispiega senza risparmio di mezzi, anche personali. Mentre continua la collaborazione con le scuole di architettura americane nelle quali Toraldo insegnava a Firenze sin dai primi anni ’70, da vero one-man-band, con l’automobile sempre piena di libri e materiali vari, CTF trasforma la scuola di Ascoli in un avamposto di entusiastica sperimentazione a tutte le scale, dal design dell’abito all’architettura del paesaggio.

In un mondo di provincia sballottato tra il dovere morale del “mestiere” e i miraggi delle cosiddette archistar, Toraldo propone agli studenti di guardare dentro il proprio lavoro, di osservarlo, cioè, come pratica concreta, reale, materiale, con tutto l’armamentario di modelli, disegni e ogni genere di supporto tecnologico di cui CTF era, per principio, sempre entusiasta. Rispettato – ma non sempre compreso – dai colleghi, lui sperimentava con gli studenti e creava connessioni con istituzioni e aziende, per poi raccogliere, mettere in mostra, pubblicare. La stessa avventura della rivista Mappe, alla quale Cristiano generosamente si dedica dal 2011, va inscritta in questo entusiasmo di tessere relazioni tra didattica, ricerca, territorio e professione.

Allo stesso tempo, anche grazie a questa ritrovata dimensione di ricerca nella Scuola, CTF era tornato a raccogliere le memorie del Superstudio: storie in quegli anni ancora confuse con i ricordi nostalgici di un tempo andato, di una giovinezza troppo scapestrata per poter essere presa sul serio. E lui, che sul serio non ci si è mai preso più di tanto, aveva comunque capito che era il momento di rimettere insieme i pezzi di questa esperienza ancora in gran parte sconosciuta. Questo non per desiderio di ordine – Cristiano era tutto meno che una persona ordinata – e nemmeno per celebrarsi. Piuttosto per celebrare un’idea dell’architettura, ma più in generale dell’arte e, diciamolo pure, della vita. E il Superstudio era per lui l’emblema di questa idea di arte e di vita.

Cristiano Toraldo di Francia
e Andrea Noferi,
Il Terminal di via Valfonda
a Firenze,
Alinea 1990
Cristiano Toraldo di Francia Sofo, Poltronova
Adolfo Natalini
Isabella e Cristiano Toraldo di Francia
1968
Cristiano Toraldo di Francia
Lampade
Passiflora e Gherpe
Poltronova 1967

Quando sembrava che i percorsi individuali fossero destinati ad avere la meglio, seppellendo le memorie del gruppo in un cimitero di bellissime immagini, Cristiano, che pure di quelle immagini era il custode grazie al suo formidabile archivio fotografico, si è speso senza riserve per tenerle vive.

Per lui, infatti, il Superstudio non era soltanto un manifesto, una dichiarazione di intenti, ma un vero e proprio laboratorio nel quale si è sempre mosso come raffinato combinatore di pezzi, artigiano, bricoleur. Lo testimonia anche il rapporto con la “nuova” Poltronova presa in mano da Roberta Meloni nel 2005 per rimettere in produzione oggetti come la lampada Gherpe o il divano Sofo, di cui Cristiano ha seguito la riedizione.

Con CTF, infatti, il Superstudio è sempre stato un montare e smontare, riflettere e rappresentare, mai distruggere completamente; una ars combinatoria per abitare il mondo con più intelligenza e passione; una scuola per imparare a guardare oltre le cose e scoprire che possono essere molto più di quello che pensiamo. In questo, Superstudio Backstage, la raccolta di fotografie del gruppo scattate da CTF tra il 1966 e il 1978, è stata senz’altro la sua “autobiografia scientifica”. Penso proprio al libro di Aldo Rossi, che cita Dante, fiorentino come Cristiano, e Max Planck, un fisico, come il suo babbo Giuliano Toraldo di Francia.

“Da un certo punto della mia vita ho considerato il mestiere o l’arte come una descrizione delle cose e di noi stessi – scrive Rossi nelle prime righe del libro – per questo ho sempre ammirato la Commedia dantesca che inizia attorno ai trent’anni del poeta. A trent’anni si deve compiere o iniziare qualcosa di definitivo e fare i conti con la propria formazione”. E poi, leggendo Max Planck la cui Autobiografia scientifica è per lui “il riferimento più importante”, Rossi apprende che ogni oggetto, ogni materiale immagazzina e conserva l’energia che lo ha trasformato. Quell’energia è sempre pronta a liberarsi, a trasformare ulteriormente, a distruggere ma anche a costruire di nuovo.

Ecco dunque che la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia.

“Può sembrare strano che Planck e Dante associno la loro ricerca scientifica e autobiografica con la morte; una morte che è in qualche modo continuazione di energia”, continua Rossi, “In realtà, in ogni artista o tecnico, il principio della continuazione dell’energia si mescola con la ricerca della felicità e della morte.” Le novanta fotografie di Superstudio Backstage – che in realtà sono una paziente ricombinazione di vari materiali inclusi frammenti di pubblicazioni d’epoca, e che probabilmente si sarebbero accresciuti se il tempo glielo avesse concesso – sono un lavoro a cui CTF ha dedicato almeno quindici anni.

Hanno prodotto una mostra, esposta al Centro Pecci di Prato nel 2011,
e accompagnato il progetto di ricapitolazione del Superstudio su cui abbiamo lavorato insieme e che si è concretizzato nel volume Superstudio Opere 1966-1978, edito da Quodlibet nel 2016, insieme alla mostra antologica in occasione dei cinquant’anni della fondazione del gruppo, promossa dal MAXXI di Roma lo stesso anno e giunta poi fino in Cina.

Guardando quelle fotografie appare chiaro quanto la differenza tra palcoscenico e backstage nel Superstudio fosse labile. Esse rivelano infatti l’essenza di quella energia che ha generato gli “oggetti” del Superstudio, cioè il lavoro (im)paziente di coloro che hanno prodotto tutte quelle immagini e progetti, disegni e racconti, modelli e prototipi, arredi e architetture, in uno strenuo tentativo di “descrivere le cose” e, in ultima istanza, se stessi. Per questo il racconto di Toraldo è tutto incentrato sui personaggi della storia, che ci appaiono nei ritratti dei protagonisti del Superstudio in tutta la loro teatralità. Si vede bene nel quadro di Ellie Daniels ripreso da un celebre autoscatto di Cristiano. Il destino volle che, arrivato un giorno dalla lontana America e tirato a sorte tra i membri del Supertstudio, toccò proprio a lui. Allora si capisce che ciò che questi personaggi mettono in scena nel loro viaggio di formazione “nelle regioni della ragione” alla ricerca dell’architettura “misteriosamente scomparsa”, è, in fondo, la loro stessa vita. L’avevano capito bene i giapponesi di The Moriyama Editors Studio, quelli della rivista Japan Interior Design, la prima ad accorgersi della portata filosofica del discorso del Superstudio. Nel 1982 CTF curerà per loro il volume Superstudio & Radicals, primo bilancio complessivo dell’esperienza del gruppo. Cristiano amava molto la copertina di quel libro, una invenzione del celebre grafico giapponese Tadanori Yokoo. I volti del Superstudio, riprodotti in stile fumettistico, galleggiano in uno straniante tripudio di colori in bilico tra espressionismo e pop-art; niente di più lontano dai soliti cliché della griglia su fondo bianco. Proprio questa copertina, messa in cornice in un gioco di sottile ready-made e trasformata nella conclusione del suo Backstage, sembra tradurre in immagine le parole di Cristiano che raccontano la sua esperienza del Superstudio: “diario di un viaggio che continua senza illusioni che porti ad una destinazione definitiva”, che è esso stesso ricapitolazione, testimonianza e insieme dono da offrire, come avevano scritto alla fine degli Atti Fondamentali, “ai nostri figli e a quelli che con loro erediteranno la Terra”.

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