Racconti

MISA 15.09.2022

Mappe °18


Articolo letto da 508 persone


A guardarlo dall’alto, d’estate, il Misa sembra solo uno dei tanti capillari vitali di una terra disegnata dalle geometrie dei tracciati agricoli, delle colture assetate. Ma a percorrere le sue sponde, il fiume si fa segno marcato, ma poco profondo, piccolo è il letto, breve il suo attraversare ondulato; da ovest ad est tocca Arcevia, Serra de’ Conti, Barbara, Ostra Vetere, Pianello e Casine di Ostra e infine a Senigallia si perde nel mare. Si attorciglia alla fonte tra le gole degli Appennini e arriva all’Adriatico lambendo sponde di pioppi e salici, sambuco e roverella, olmo e biancospino; di gelsi e grani o girasoli, una volta barbabietole e mais.

È spartiacque linguistico tra le aree dialettali settentrionali, influenzate dall’antico linguaggio celtico e quelle meridionali di matrice osco-umbra. Nessun gorgoglio, nessuno scroscio, nessun gocciolare né tantomeno scorrere dell’acqua, sempre poca. silenzioso, quasi assopito, stanco dell’arsura estiva, assetato e prostrato in preghiera verso un cielo accecante, perché questi si faccia sacro e doni un po’ di sollievo all’aria rovente, all’assenza delle ombre, ai colori dalle sfumature dorate e calde, insopportabili. Si sente, il profumo del Misa d’estate, è odore di sterpaglie secche, di qualche ultimo bocciolo succhiato dalle api, odore dell’asfalto che lo insegue parallelo. Il Misa è un filo che raccoglie a sé, dall’Appennino al mare, gli uomini di quei paesini in una convivenza amata e temuta, scelta un tempo e ora rammarico. Un amore difficile.

Il Misa è un fiume torrentizio. Il 15 settembre piove, a monte, acqua incalzante e tenace, presagio di un risveglio furibondo. A valle il cielo si fa piombo, brontola per ore, si illumina di baleni e saette e profuma ancora a tarda sera d’acqua e di speranza. Non piove, ma il Misa già corre, beve senza dissetarsi, si gonfia e urla. È la sua voce ad arrivare per prima nella valle già buia, dove non c’è più tempo per correre via. Complice la notte travolge la geografia conosciuta, bagna i piedi e i corpi, i campi e i sambuchi, terre, forme e colori, animali, piante e uomini. Il mattino dopo tutto è creta.

A guardarlo dall’alto adesso, il Misa, i girasoli e il grano, le sterpaglie secche, le case sono fango, una palude grigia dall’odore nauseante. Ora le sue acque scrosciano, gocciolano e gorgogliano. Non è arrivato l’autunno, né l’inverno, ma il disastro e il lutto, poi è tornato il silenzio. Il torrente diventa incisione profonda, ferita e poi cicatrice, in un paesaggio oltraggiato nel tempo dal quale si è sottratto e preteso troppo e che ora offende.

Articoli Correlati


link to page

Industrial Design

- Spalvieri&Del Ciotto
Un’idea di vita e di progetto
link to page

Architettura

- Nuove costruzioni
Spazio continuo e dialogo con l’esterno
link to page

Design

- Mappe N°21
La numero 001

di Marta Alessandri

link to page

Architettura

- Anniversari
Cartoline vanvitelliane

di Carlo Birrozzi

link to page

Pensieri

Le mie Marche

di Ampelio Bucci

link to page

Rivista

- Mappe N°19
Mappe °19
link to page

Architettura

- Nuove costruzioni
Apparizione sulla collina

di Manuel Orazi

link to page

Eventi

- Mappe N°20
30+20 non fa 50
link to page

Bookcase

Victor J. Papanek

di Manuel Orazi

link to page

Industrial Design

Calore, luce, aria
link to page

Racconti

MISA 15.09.2022

di Silvia Lupini

link to page

Architettura

- Nuove costruzioni
Un luogo di lavoro poetico e tecnologico

Vuoi entrare nella nostra Community?