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	<title>Futuro Archivi - MappeLAB</title>
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	<title>Futuro Archivi - MappeLAB</title>
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		<title>Abitare vs Esporre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Sep 2025 08:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°23]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cercare di raccontare la relazione tra queste due azioni architettoniche a partire dall'etimo filosofico è un'impresa ardita e ambiziosa. Se poi ai verbi, per definire l'azione nello spazio, nel tempo o nelle modalità, si prova ad associare l'avverbio "poeticamente", allora il tentativo diventa utopia. N</p>
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<p class="text-white">Cercare di raccontare la relazione tra queste due azioni architettoniche a partire dall&#8217;etimo filosofico è un&#8217;impresa ardita e ambiziosa. Se poi ai verbi, per definire l&#8217;azione nello spazio, nel tempo o nelle modalità, si prova ad associare l&#8217;avverbio &#8220;poeticamente&#8221;, allora il tentativo diventa utopia. Non me ne vorranno gli estimatori di Hölderlin – il grande poeta tedesco &#8211; o anche solo quelli di Vitta &#8211; filosofo e autore di <em>Dell&#8217;abitare. Corpi spazi oggetti immagini</em> (Einaudi, 2008). Preferisco non inoltrarmi in questo territorio pericoloso. Mi limiterò a usare i termini in gioco per descrivere un fenomeno che sembra ormai prendere campo anche nelle nostre città, strutturalmente lontane dalla dimensione e dai flussi dei grandi centri di produzione e promozione culturale. Case atelier, case gallerie, musei domestici &#8211; o come li vogliamo chiamare &#8211; si affacciano sempre più numerosi nella scena urbana marchigiana. Non si tratta di case museo, né di case d&#8217;artista (come quelle storiche della Tuscia viterbese), ma di abitazioni private, dimore che diventano spazi espositivi, che ibridano la dimensione intima del rifugio domestico con l&#8217;azione rappresentativa della galleria e del museo. Si tratta quasi sempre dell&#8217;esito di progetti di recupero che attraverso poche, ma profonde azioni di trasformazione, aprono gli spazi domestici a usi &#8220;altri&#8221;, che si sovrappongono a quelli che associamo generalmente al salotto o alla sala da pranzo, fino a sfumarne i contorni.</p>



<p class="text-white">Una &#8220;vita nuova&#8221; della casa che estende le funzioni dell&#8217;abitare dentro quelle della vita, pubblica e culturale, che, invece di ritrovarsi ingigantita dalla creatività intrinseca alla vita museale, si sovrappone a modi di essere esercitati nei luoghi dell&#8217;intimità. Nella storia dell&#8217;architettura italiana, gli scambi fra l&#8217;esporre, l&#8217;allestire e l&#8217;abitare sono stati riconosciuti da una vasta bibliografia come &#8220;l&#8217;educazione pratica&#8221; che ha segnato fortemente la formazione dell&#8217;immaginario e la concezione spaziale di Gardella, dei suoi coetanei BBPR e Albini o dei successivi Scarpa e Riva. Il confinamento forzato nel mondo effimero delle esposizioni, degli allestimenti fieristici come nei piccoli interventi di arredamento all&#8217;interno di abitazioni preesistenti, costituisce il teatro di prova in cui è possibile sperimentare, nello spazio della casa, l&#8217;allestimento e il dialogo fra oggetti antichi e nuovi, fra materiali artigianali e opere d&#8217;arte, tra testimonianze della memoria e prodotti all&#8217;avanguardia, fra il silenzio contemplativo e la sua dimensione espressiva. In questo senso, le stanze di queste case-galleria sono &#8220;scene ALTRE&#8221; che si attivano in un continuo scambio di immaginari e tecniche compositive a partire dalla disponibilità degli spazi ad accogliere simultaneamente opere e arredi, rappresentazioni del mondo ed espressioni dell&#8217;intimità. Per un tempo limitato e sempre diverso.</p>



<p class="text-white">Uno degli aspetti di maggior interesse di queste case ibride sta nella forma della soglia tra la parte lasciata all&#8217;intimità e la porzione resa disponibile alla ostensione delle opere, sia essa uno spazio di passaggio e di transizione o una semplice porta, separazione minima, opaca o trasparente. Un dispositivo che separa e connette allo stesso tempo, che segna la transizione dell&#8217;uso e la misura del tempo. Capire dove questa soglia è posizionata, nell&#8217;articolazione degli spazi della casa, significa capire fin dove l&#8217;abitante sceglie di ex-porre sé stesso e quali sono gli spazi destinati al rifugio e alla cura di sé.</p>



<p class="text-white">Il secondo aspetto su cui porre attenzione è l&#8217;organizzazione dell&#8217;abitare in relazione alla presenza del vuoto necessario per ospitare le COSE da mostrare. Lo spazio architettonico di una casa è sempre mediato da un apparato funzionale, l&#8217;arredamento, che dà ordine e dà luce allo spazio intimo della dimora. Una volta accettata la presenza di &#8220;altre cose&#8221;, che occupano anche solo temporaneamente come ospiti (indesiderati?) lo spazio del quotidiano, che valore assumono i divani, i tavoli, le poltrone, le sedie, i lampadari? Che ruolo hanno nel definire che soggiorno e sala da pranzo sono sale espositive e non solo spazi dove riposare e mangiare? Che senso assumono nella vita domestica le luci tecniche, utili per migliorare la visione di una foto d&#8217;autore, o le sedute necessarie per meglio stare di fronte a un&#8217;opera d&#8217;arte? In alcuni casi si fa fatica a scegliere cosa tenere. Si può optare per la compresenza, per l&#8217;indifferenza, per la selezione. A volte l&#8217;arredo scompare, a volte ne rimane una traccia, un residuo, a volte organizza totalmente lo spazio in una virtuosa relazione con le opere in mostra.</p>



<p class="text-white">In questo numero sono presentati tre esempi diversi di case galleria: tre diversi approcci all&#8217;abitare per tre diverse declinazioni dell&#8217;esporre, tre diverse articolazioni degli spazi per tre diverse interpretazioni del tema della soglia. Tre diversi rapporti con il contesto basati su tre diversi modi di gestire le aperture e le viste. Tre case per tre gallerie.</p>



<p class="text-white"><strong>PS 1.</strong> Casa e arte hanno un legame misterioso che trascende l&#8217;ordinario abitare. Definiscono uno spazio di vita e di creazione complesso perché la storia della casa si intreccia con la storia di chi la abita e del suo rapporto con il contesto in cui vive. Ed è illusorio ridurla a un tipo architettonico facilmente riconoscibile e corrispondente a specifiche caratteristiche fissate una volta per tutte. Quindi, studiare le case che diventano spazi di esposizione per l&#8217;arte significa soffermarsi sulla loro essenza ibrida, indugiare sulla soglia della loro indeterminatezza. Due caratteristiche che suscitano, in modo perturbante e inevitabile, la questione del nostro abitare il mondo.</p>



<p class="text-white"><strong>PS 2.</strong> La parola &#8220;altre&#8221; non indica soltanto l&#8217;intenzione di occuparsi dell&#8217;inedito e degli aspetti forse non del tutto compresi o a volte tralasciati da una critica prevalentemente rivolta alle architetture di grande potenzialità iconica. Significa accettare anche la possibilità di aggiungere materiale di indagine al progetto di architettura degli interni, attraverso le sistemazioni espositive o gli allestimenti effimeri. Esiste &#8220;un legame sottile ma continuo&#8221; tra i progetti di grandi architetture e la ricerca sullo spazio interno. Il lavoro negli interni costituisce un luogo più aperto alla sperimentazione e meno noto della ricerca. In esso le questioni d&#8217;architettura, affrontate nella città o nel paesaggio, riaffiorano, si trasformano o, forse, prendono forma. Comunque si avvalgono di una reciprocità sperimentale.</p>



<p class="text-white"><strong>PS 3.</strong> Le cose hanno a che fare con ciò che coinvolge affettivamente le persone. Spesso una cosa, è investita di affetti, caricata di interpretazioni e di simboli. Amando e rispettando le cose nella loro singolarità, intrecciamo con esse un legame unico che ci spinge a innalzarle dalla loro condizione precaria e a trasformarle in piccoli frammenti di eternità. Come accade per un&#8217;opera d&#8217;arte. A partire dal momento in cui si decide di affidarsi al potere ordinatore delle cose, una mera scatola tridimensionale può trasformarsi nello spazio intimo di una casa o in un ambiente pronto ad ospitare un racconto espositivo.</p>
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		<title>Questioni di Stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 15:09:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°22]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>	Questo numero racconta di un confronto impari tra nuove ville<br />
di campagna e case di città. Un fenomeno locale che si inscrive nel quadro della dialettica disciplinare, che non trova mai una sintesi compiuta, tra residenze<br />
di grandi dimensioni e dimore caratterizzate da una disponibilità limitata di spazio. </p>
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<p class="text-white">Questo numero racconta di un confronto impari tra nuove ville di campagna e case di città. Un fenomeno locale che si inscrive nel quadro della dialettica disciplinare, che non trova mai una sintesi compiuta, tra residenze di grandi dimensioni e dimore caratterizzate da una disponibilità limitata di spazio. Da una parte sistemi edilizi complessi, inseriti in contesti di grande fascino paesaggistico, generosi da ogni punto di vista, e dall’altra edifici autonomi di piccole dimensioni, in lottizzazioni ritagliate da tessuti urbani consolidati, o interventi di recupero edilizio, nella compressione dei centri storici o nel sottotetto di una villetta di paese. </p>



<p class="text-white">Per me è anche il modo più sereno per condividere una riflessione che mi affligge e ossessiona da tempo. Per capirne la ricaduta reale sul territorio, misurarne il peso nella determinazione dell’immaginario diffuso, o semplicemente per edulcorare i timori che mi procura.</p>



<p class="text-white">Ormai da tempo, girovagando per le colline marchigiane, vedo atterrare grandi edifici residenziali distesi su una pianta così larga da far impallidire le case californiane degli anni ’50; residenze a molte stanze alla ricerca della massima flessibilità degli ambienti, con geometrie secche caratterizzate da ampie vetrate, pareti bianche e superfici preziosissime, piani larghi, sfuggenti o volumi scomposti all’insegna di un uso entusiastico della luce e del paesaggio come elementi essenziali della progettazione.<br><br>È come se a un certo punto della storia della produzione architettonica locale delle ville per una committenza importante, in un grande anelito internazionalista, fosse diventato necessario far confluire e intrecciare di nuovo le due principali correnti ideologiche dell’architettura moderna: la corrente razionalista e la corrente organica &#8211; chiedo umilmente perdono a Gropius e Wright. Con uno scopo preciso: fondere in uno stile neo-originale, sintesi tra funzionalità e benessere, quella duplice esperienza che fu europea e americana, nella certezza assoluta di indicare all’immaginario diffuso la via per la rappresentazione del gusto e della contemporaneità. </p>



<p class="text-white">E allora sembrano quasi scontate le raccomandazioni dei clienti per avere una casa “in stile moderno”, fatta di ambienti pieni di luce, spazi definiti da linee tese, con il ricorso al minimal chic fino al limite della deriva algida e l’uso rischioso di un linguaggio estetizzante.</p>



<p>E allora mi chiedo perché, da dove viene questo approccio stilistico, questo immaginario diffuso che poggia su paradigmi appaganti e rischia di ridurre la portata della sperimentazione? Qualcuno direbbe che le ragioni della crisi dell’architettura italiana hanno trovato il loro sfogo anche nei territori nella nostra provincia: in una battuta folgorante e politicamente scorretta di Groucho Marx, riproposta da Giovanni e Michele e poi ancora da Pippo Ciorra: “avessi un giardino<br>la terrei una fidanzata, avessi un giardino, la terrei un’architettura moderna”.</p>



<p>Mi limito a credere che ancora oggi non ci siano le forze necessarie e necessariamente diffuse per organizzare una vera “opposizione” a un Stile Internazionale, che sembra tornare di nuovo. Rischiamo di rinnegare l’eredità di alcuni maestri che hanno attuato questa opposizione con passione… E qualcuno lo abbiamo anche visto operare nelle Marche &#8211; De Carlo. È possibile che non ci siano ancora le condizioni, nel pensiero di intellettuali e politici, per garantire lo spazio all’innovazione nella città e nel paesaggio? È possibile continuare a sprecare le giovani energie buone, capaci di elaborare in chiave locale le innovazioni rintracciabili in giro per il pianeta? </p>



<p>Si tratta di una crisi di lungo corso, nonostante da tempo si coltivi la sensibilità per i temi del dibattito disciplinare globale, si moltiplichino eventi e mostre, si rintracci un apprezzamento mediatico per l’architettura contemporanea e si contino nel Bel Paese molti importanti edifici di “firme internazionali”. </p>



<p>Per entrare in questa dialettica, pubblichiamo anche gli esiti dei progetti di case nate nel cuore delle piccole città che caratterizzano il territorio marchigiano. Una casa realizzata in una lottizzazione strappata a un’area residenziale consolidata: una nuova costruzione sospesa tra ricordo del contesto e sviluppo urbano, tra rarefazione e materialità spuria. Un recupero di una casa a schiera nella sequenza storica di una via del centro storico: un intervento fatto di misurati innesti, di operazioni che sfiorano superfici ed elementi della tradizione. Una trasformazione di una mansarda: un interno neutro e solare, punteggiato da oggetti iconici colorati, nato dall’energia dell’azione di separazione dalla villetta che lo ospita.</p>



<p>E poi due progetti curiosi in contesti religiosi e devozionali: il restauro di un altare, tutt’altro che ortodosso, e una serie di nuove edicole concepite non solo come oggetti, ma come spazi di una nuova devozione familiare.<br>Alcuni segnali di novità… almeno così sembrano.</p>
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		<title>Io vorrei poter restare zitto con una donna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 13:49:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°21]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto tra architettura e natura ha origini antichissime.<br />
Architetture che respirano l’aria dei luoghi riempiono migliaia di pagine dei libri di storia. Costruire ha sempre dovuto “rendere conto” alla natura. </p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="text-white">“[…] io vorrei poter restare zitto con una donna. […] avere con lei un tipo di rapporto come con la natura. […] davanti al mare, in mezzo a un bosco, da solo che fai? Guardi in silenzio. Però senza che tu te ne accorga un dialogo c’è. Parli, e rispondi. Come se ci fosse un’altra persona. La donna ideale per me è quella che si identifica con questa altra persona.”</p>



<p class="text-white">Dialogo tratto dal film Identificazione di una donna, regia di M. Antonioni, 1983</p>
</blockquote>



<p class="text-white">Il rapporto tra architettura e natura ha origini antichissime.<br>Architetture che respirano l’aria dei luoghi riempiono migliaia di pagine dei libri di storia. Costruire ha sempre dovuto “rendere conto” alla natura. Quando la natura aveva il valore della categoria metafisica. Quando, dal modernismo in poi, si è cominciato a pensare l’architettura come un fatto universale per il quale il progetto diventava astratto e la realizzazione possibile in qualunque luogo, con qualsiasi materiale e con qualsivoglia sfumatura linguistica. Ma anche quando, paradossalmente e con buona pace dei nostalgici storicisti, i paesaggi che la storia consegnava come cristalli di Boemia alla luce perfetta delle culture locali, si sono riempiti di strutture che sarebbero potute sorgere ovunque, a volte così estranee al paesaggio da diventare esperienze costruttive senza luogo. Abbiamo visto sorgere palazzi di sei o sette piani in villaggi di montagna, enormi caserme tra dolci colline o giganteschi condomini in riva al mare. Nel linguaggio giornalistico, edifici così avulsi dalla realtà circostante da essere considerati “mostri”. Contrari alla natura, lontani dai paesaggi che comunque erano lì, solido sfondo contro il quale anche il più smargiasso edificio sbatteva duro. Senza apparente dialogo.</p>



<p class="text-white">Allora se è vero che l’architettura deve entrare in vibrazione con il contesto altrimenti non è (Vittorio Gregotti), e la mera ricerca estetica va rifiutata e il semplice gusto reso una chiacchiera superficiale (Norberg-Schultz), sembra oggi più che mai necessario capire le dinamiche di questa vibrazione e la lingua attraverso la quale stabilire un possibile dialogo. A quale storia, narrazione, responsabilità (e chi più ne ha più ne metta) la progettazione architettonica deve rivolgersi per definire un’armonia tra l’uomo e la natura, realizzare un nuovo sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale attraverso l’integrazione dei vari elementi artificiali e naturali?</p>



<p class="text-white">Con i dovuti distinguo e le doverose precisazioni, credo che la natura (e forse anche la storia) e l’architettura possono dialogare in silenzio. Accogliere innesti e stratificazioni come tentati schiaffoni e amabili carezze. L’importante è guardarle in silenzio e lasciarsi accogliere in un dialogo le cui logiche non sono dettate dall’ansia di parlare con loro, ma dal bisogno di guardarle standone zitti. Sospesi tra il bisogno di affermarsi e l’ansia di scomparire, il progetto potrebbe trovare nella natura e nella storia la sua donna ideale solo guardandole.</p>



<p class="text-white">Senza cercare di dire nulla di sé. Che non significa rinunciare a stare insieme, ma capendo il valore dello sguardo silenzioso. Come se ci fosse un interlocutore ideale che capisci solo con lo sguardo.<br>Ai posteri l’ardua sentenza</p>
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		<title>In attesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 09:45:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Futuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sempre è possibile assicurare il racconto delle architetture del territorio pensato per il numero di MAPPE. E non sempre è possibile trovare una chiave di lettura capace di dare a una serie di esempi disponibili una cornice tematica utile a innescare un ragionamento sui temi attuali del dibattito disciplinare. Ma sicuramente Mappe non rinuncia [&#8230;]</p>
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<p class="text-white">Non sempre è possibile assicurare il racconto delle architetture del territorio pensato per il numero di MAPPE. E non sempre è possibile trovare una chiave di lettura capace di dare a una serie di esempi disponibili una cornice tematica utile a innescare un ragionamento sui temi attuali del dibattito disciplinare.</p>



<p class="text-white">Ma sicuramente Mappe non rinuncia a ricavare, a partire da uno stimolo che proviene da fuori regione, alcuni buoni spunti di riflessione sullo stato di salute della produzione progettuale nostrana. O del bisogno di cure che esprime. Il tentativo editoriale per questo numero, sull’onda lunga della mostra Technoscape realizzata al MAXXI di Roma cui Luca di Lorenzo Latini ha dato un sostanziale contributo, era raccontare il rapporto tra architettura e ingegneria. Ovvero mettere insieme progetti virtuosi dove la soluzione strutturale e tecnologica si fa linguaggio dell’architettura, o forse ancora meglio, dove lo spazio e la sua intellegibilità si danno attraverso il linguaggio della struttura. Avremmo voluto mostrare alcuni edifici-simbolo (non dico il Beaubourg, l’Opera di Sidney o il padiglione Philips di Bruxelles), ma non ci siamo riusciti.</p>



<p class="text-white">Comunque il numero presenta una bellissima rassegna dei casi marchigiani più eclatanti in cui il compito di form-finder è ricaduto sul progettista strutturale. Pertanto, a partire dalle storie di queste strutture, possiamo capire gli approcci diversificati usati da progettisti del passato, catalogare buone pratiche e sperare di orientare possibili scenari futuri. Avremmo voluto provare a comprendere il ruolo che oggi hanno settori scientifici e tecnologici mai prima accostati all’architettura: dal green delle scienze applicate al clima, agli “smart devices” per la gestione sostenibile delle città; dalle tecniche di assemblaggio urbano low budget fino all’universo ossessivo dei big data. Ma non ci siamo riusciti. Però con la Marketing suite della torre Hekla di Parigi riusciamo a mettere a fuoco il ruolo centrale della comunicazione come strumento operativo, la concretezza sperimentale della temporaneità nella gestione dello sviluppo della città, il valore dell’oggetto architettonico in relazione al dato strutturale dei flussi urbani.</p>



<p class="text-white">Con il progetto per il ponte Elica di Fabriano possiamo invece raccontare la capacità del restauro di essere un momento di riflessione sulla tecnologia come servizio necessario a evitare problemi successivi alla struttura restaurata, a migliorarne l’uso e potenziarne l’immagine di landmark urbano.</p>



<p class="text-white">E poi c’è un caso estremo, i nuovi laboratori Biotech, in cui l’annullamento di qualsiasi elemento strutturale, anche solo per la definizione degli ambienti di lavoro, permette di “strutturare” uno spazio diafano, così algido da sembrare igienico, come strumento poetico di rappresentazione della vocazione tecnica dell’azienda proprietaria.</p>



<p class="text-white">Infine non poteva mancare un controracconto della consuetudine (non me ne vogliano gli storici); cioè uno sguardo alle tecniche più consolidate di adeguamento strutturale di edifici esistenti coinvolti in un progetto di trasformazione dal respiro più contemporaneo. Fluidità spaziale e prospettive profonde per il piccolo albergo di Fermo sono garantite da controllati interventi di agopuntura strutturale stranamente lasciati a vista. E poi due progetti, composti e garbati… dove lo sforzo di nascondere la tensione della struttura si confronta con soluzioni architettoniche entrate ormai da tempo nel vocabolario formale dell’architettura residenziale del nostro territorio: lo sbalzo accentuato, il timpano allungato e la vetrata spinta al massimo delle sue possibilità dimensionali.</p>



<p class="text-white">Ultimo progetto, ma non per qualità e importanza: il nuovo allestimento per i musei Oliveriani di Startt a Pesaro. Forse un po’ distante dal discorso fatto finora, ma sicuramente da salutare con grande piacere. Seguire il percorso espositivo è stata una importante esperienza conoscitiva: scoprire la storia della collezione, trovare nuovi significati per frammenti e reperti accostati in modo poeticamente inconsueto, l’uso di dispositivi allestitivi che ne hanno disvelato i significati più remoti rendono questo piccolo museo uno spazio ritrovato di grande valore.</p>



<p class="text-white">In conclusione, forse mi posso lanciare in un ragionamento che da tempo mi ossessiona: il nostro territorio, con i suoi progettisti e la sua committenza, sembra sempre meno interessato ad accogliere forme di sperimentazione progettuale a fronte di un continuo ricorso a soluzioni verificate. Forse ha messo in attesa ricerche anche spurie ma dal forte valore espressivo, frammentarie e bisognose di prova, così vitali da diventare necessarie per spostare l’immaginario collettivo dal sistema consolidato di codici assunti come universalmente apprezzati. Per discutere di questo argomento e registrare gli esiti del dibattito a suon di realizzazioni, Mappe è strumento privilegiato, a disposizione di tutta la comunità del progetto.</p>
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		<title>Buone Notizie</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2022 08:24:19 +0000</pubDate>
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<p class="text-white">Forse può sembrare un discorso abusato, che si basa su due categorie logore. Roba da fine anni ’90. Ma con buona pace di Rem Koolhaas e di Mark Koehler, può essere ancora interessante provare a tenere insieme, in un veloce ragionamento sul valore della prassi, qualche strana meteora progettuale marchigiana, sovradimensionata al limite dell’inganno verso il contesto, con piccoli interventi sospesi tra l’allestimento e la dimensione domestica, manifestazioni molto più diffuse nel nostro territorio. Da una parte, lo choc visivo e perturbante di edifici XXL che irrompono nel minuto tessuto urbano e, dall’altra, piccole azioni di disturbo del paesaggio consolidato con la capacità o l’ambizione di costruire relazioni ampie, a-scalari, con mondi lontani, storici e concettuali.</p>



<p class="text-white">Ebbene sì. Bigness e Smallness, o nella versione meno esterofila ma non certo dialettale, MACRO e MICRO a dialogo. Ben oltre la dimensione fisica, questo confronto non ordinato di progetti ha lo scopo di indicare la possibilità, e anche la forzatura, verso una modernizzazione della pratica progettuale (brutta espressione, ma è ancora la migliore per descrivere la tensione verso un cambiamento di impostazione metodologica).</p>



<p class="text-white"><strong>MACRO </strong>è un concetto utile per definire una soglia, che non è solo fisica, oltre la quale non si può più parlare di architettura, un limite che estremizza il valore della dimensione fino a renderlo generatore di un paesaggio oltre-architettonico. Dove l’immagine percepita dell’edificio si amplia al punto di evocare una unità che dovrebbe far riemergere la realtà reinventando il concetto di collettivo.</p>



<p class="text-white"><strong>MICRO </strong>si basa invece su un’idea di connessione, multiscalarità e creazione di relazioni leggere, le cui qualità risiedono nella collaborazione definita dalla rete, nella fortuna della mobilità, nella disponibilità della tecnologia orientate verso la definizione di una strategia di rigenerazione fatta di operazioni eversive di agopuntura architettonica.</p>



<p class="text-white">Guardando la presentazione senza gerarchia dei progetti sembra emergere un dato comune: la necessità di affrancarsi dalla dimensione e trovare relazioni significanti proprio a partire dalla negazione del dato fisico. Piccole case private che sommano culture progettuali lontane, grandi edifici che non celebrano la loro grandezza in faccia al contesto ma cercano di dimostrare al territorio il valore della propria presenza. Edifici che finiscono per usare la dimensione (la grande e la piccola) per costruire un pretesto per sperimentare immaginari possibili, pratiche progettuali meticce.</p>



<p class="text-white"><strong>Provo a mettere in fila.</strong></p>



<p class="text-white">Partendo dal progetto della CHIP di Camerino, (interessante il ricorso al componente elettronico minimo) il concetto di MACRO come soglia sembra avere un senso solo a partire dal bisogno di collettivo che dovrebbe manifestarsi nell’uso: l’edificio si staglia con una grandezza monumentale e stereometrica contro l’andamento acclive del suolo, usa tutti gli elementi del lessico Bigness (grande scala di accesso, struttura muscolare, involucro continuo distante dai patii interni) per costruire spazi algidi che si limitano a guardare fuori solo per estetizzare la percezione del paesaggio. Ma è un edificio per la formazione, una roccaforte del sapere dal respiro sovralocale, che cerca di chiamare a sé luoghi lontani dal contesto per costruire una comunità.</p>



<p class="text-white">Cosa diversa il grande ponte di Peccioli, che attraverso una cintura metallica a spirale, che cambia colore lungo il suo sviluppo lineare, sembra voler declinare con ironia il significato dell’infrastruttura e alludere all’idea di conquista della distanza tra mondi da conoscere: il territorio e la città, l’individuo e la comunità urbana… e trovare una sintesi.</p>



<p class="text-white">E non ultimo il cantiere navale di Pesaro: una invasione formale MACRO, apparentemente sfacciata. La soglia varcata è forse più psicologica che architettonica. Le forme morbide e l’azzurro lucente danno all’edificio l’aspetto dell’onda che si staglia sulla spiaggia e la consistenza del gioco d’infanzia che tutti abbiamo portato al mare. E proprio grazie a questo sconfinamento ironico nella memoria, l’edifico si rende disponibile al paesaggio del porto.</p>



<p class="text-white">Ora i progetti MICRO, quelli che cercano di trovare la loro ragion d’essere nel legame stretto con il “pezzetto” di mondo che mostrano, nel racconto di una rigenerazione curata attraverso piccoli gesti che sprigionano potenza immaginifica.</p>



<p class="text-white">Per la casa in vigna di Ostra può sembrare troppo facile riuscire nell’intento di trovare una relazione con il paesaggio: è una piccola casa ricavata da un fienile che affaccia i suoi spazi intimi e domestici verso la campagna. La vigna è lì, a due passi, basta aprire una generosa finestra, grande come lo sportellone che nascondeva il trattore; basta far crescere la vite sulla pergola dalla struttura sottilissima, o scegliere di riusare il mattone del vecchio fienile come trama del paramento murario. Ma allora cosa dire del volume delle camere che scompagina qualsiasi articolazione tradizionale della casa di campagna? E che finisce per determinare l’ampliamento calibrato del vecchio fienile? E poi come far stare insieme i pochi altri segni e oggetti, tutti così felicemente legati a una materia, non astratti, quasi sporcati dal colore? Risposta: un confronto umile (“humble”) e collaborativo tra il progetto e la prassi del costruire, tra il bisogno di memoria del paesaggio agricolo conosciuto e la personalissima rilettura della casa nordeuropea.</p>



<p class="text-white">Allo stesso modo, anche la casa scura di Civitanova Alta mette insieme due mondi e due culture progettuali: la memoria del luogo, fatto di agglutinazioni volumetriche tipiche dei borghi marchigiani e la fluidità degli spazi della casa giapponese, tenuta insieme dal vuoto del patio che ospita una presenza esterna e non uno spazio domestico, un giardino e non un salotto. E poi la tecnologia che invece di nascondersi (come Soprintendenza vuole), si mostra in pieno accordo con il grigio scuro dei volumi giustapposti.</p>



<p class="text-white">Toccando meno le corde emotive, chiama a sé orizzonti della memoria del luogo anche il progetto della casa sulle mura di Morro d’Alba, dove la storia del contesto è trattata con una pulizia da manuale, con le composte operazioni di un bravo impaginatore, al punto di dichiarare la crisi della tradizione costruttiva per eccesso di rispetto.</p>



<p class="text-white">E ultimi, ma non ultimi… i due interventi di allestimento per la Casa Natale di Maria Montessori a Chiaravalle e il MA di Corinaldo. Due episodi diversi ma con il chiaro ed evidente scopo di proporre una prassi progettuale che tiene insieme due dimensioni estreme: il dato MICRO dell’intervento e il valore MACRO della ricaduta narrativa.</p>



<p class="text-white">Il progetto per Casa Montessori Chiaravalle fa ricorso al valore universale del pensiero della protagonista a cui lo spazio è dedicato mescolando elementi di memoria domestica con matrici astratte, materiali di una tradizione povera con elementi grafici e di design dal lessico internazionale, la tassonomia degli oggetti del metodo montessoriano con la grandezza quasi ideologica della mappa democratica di Buckminster Fuller. Tutto in un piccolo museo fatto di stanze in una sequenza non lineare, basata sulla circolarità tra spazio interno ed esterno, che coinvolge il condominio, la piazza e la rete.</p>



<p class="text-white">Il MA &#8211; Moderna Agorà &#8211; nuovo polo culturale di Corinaldo, si propone di costruire un spazio che parla di comunità, che amplifica il valore del ruolo femminile nei percorsi multidisciplinari della conoscenza. Attraverso l’uso di illustrazioni dai toni volutamente pop, una moltitudine di volti femminili, di grandi pensatrici e studiose, popola le stanze dello storico Monastero Agostiniano. Il progetto si configura come una vivace aggressione archigrafica di spazi attentamente recuperati come codice vuole, un racconto gioioso, fatto di cromie che si ispirano alle palette settecentesche rielaborate in forme dal macroscopico valore comunicativo.</p>



<p class="text-white">In conclusione… un meticciato interessante di esperienze solo apparentemente lontane. Forse l’indice di un nuovo modo di operare senza condizionamenti concettuali? Forse una prassi progettuale che scopre la variazione a-scalare in barba alla dimensione fisica per provare nuovi orizzonti formali? Una modalità sporca, spuria, di trattare i materiali del progetto? Il prodotto di viaggi tra culture, dei ritorni, dello sconfinamento tra discipline? Anche in un contesto difficile e refrattario, dove lo stile moderno e il minimal sono diventati l’ideale diffuso di una sexyness progettuale ormai sfinita, si registrano buone notizie.</p>
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