Futuro

In attesa

Mappe °19


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Non sempre è possibile assicurare il racconto delle architetture del territorio pensato per il numero di MAPPE. E non sempre è possibile trovare una chiave di lettura capace di dare a una serie di esempi disponibili una cornice tematica utile a innescare un ragionamento sui temi attuali del dibattito disciplinare.

Ma sicuramente Mappe non rinuncia a ricavare, a partire da uno stimolo che proviene da fuori regione, alcuni buoni spunti di riflessione sullo stato di salute della produzione progettuale nostrana. O del bisogno di cure che esprime. Il tentativo editoriale per questo numero, sull’onda lunga della mostra Technoscape realizzata al MAXXI di Roma cui Luca di Lorenzo Latini ha dato un sostanziale contributo, era raccontare il rapporto tra architettura e ingegneria. Ovvero mettere insieme progetti virtuosi dove la soluzione strutturale e tecnologica si fa linguaggio dell’architettura, o forse ancora meglio, dove lo spazio e la sua intellegibilità si danno attraverso il linguaggio della struttura. Avremmo voluto mostrare alcuni edifici-simbolo (non dico il Beaubourg, l’Opera di Sidney o il padiglione Philips di Bruxelles), ma non ci siamo riusciti.

Comunque il numero presenta una bellissima rassegna dei casi marchigiani più eclatanti in cui il compito di form-finder è ricaduto sul progettista strutturale. Pertanto, a partire dalle storie di queste strutture, possiamo capire gli approcci diversificati usati da progettisti del passato, catalogare buone pratiche e sperare di orientare possibili scenari futuri. Avremmo voluto provare a comprendere il ruolo che oggi hanno settori scientifici e tecnologici mai prima accostati all’architettura: dal green delle scienze applicate al clima, agli “smart devices” per la gestione sostenibile delle città; dalle tecniche di assemblaggio urbano low budget fino all’universo ossessivo dei big data. Ma non ci siamo riusciti. Però con la Marketing suite della torre Hekla di Parigi riusciamo a mettere a fuoco il ruolo centrale della comunicazione come strumento operativo, la concretezza sperimentale della temporaneità nella gestione dello sviluppo della città, il valore dell’oggetto architettonico in relazione al dato strutturale dei flussi urbani.

Con il progetto per il ponte Elica di Fabriano possiamo invece raccontare la capacità del restauro di essere un momento di riflessione sulla tecnologia come servizio necessario a evitare problemi successivi alla struttura restaurata, a migliorarne l’uso e potenziarne l’immagine di landmark urbano.

E poi c’è un caso estremo, i nuovi laboratori Biotech, in cui l’annullamento di qualsiasi elemento strutturale, anche solo per la definizione degli ambienti di lavoro, permette di “strutturare” uno spazio diafano, così algido da sembrare igienico, come strumento poetico di rappresentazione della vocazione tecnica dell’azienda proprietaria.

Infine non poteva mancare un controracconto della consuetudine (non me ne vogliano gli storici); cioè uno sguardo alle tecniche più consolidate di adeguamento strutturale di edifici esistenti coinvolti in un progetto di trasformazione dal respiro più contemporaneo. Fluidità spaziale e prospettive profonde per il piccolo albergo di Fermo sono garantite da controllati interventi di agopuntura strutturale stranamente lasciati a vista. E poi due progetti, composti e garbati… dove lo sforzo di nascondere la tensione della struttura si confronta con soluzioni architettoniche entrate ormai da tempo nel vocabolario formale dell’architettura residenziale del nostro territorio: lo sbalzo accentuato, il timpano allungato e la vetrata spinta al massimo delle sue possibilità dimensionali.

Ultimo progetto, ma non per qualità e importanza: il nuovo allestimento per i musei Oliveriani di Startt a Pesaro. Forse un po’ distante dal discorso fatto finora, ma sicuramente da salutare con grande piacere. Seguire il percorso espositivo è stata una importante esperienza conoscitiva: scoprire la storia della collezione, trovare nuovi significati per frammenti e reperti accostati in modo poeticamente inconsueto, l’uso di dispositivi allestitivi che ne hanno disvelato i significati più remoti rendono questo piccolo museo uno spazio ritrovato di grande valore.

In conclusione, forse mi posso lanciare in un ragionamento che da tempo mi ossessiona: il nostro territorio, con i suoi progettisti e la sua committenza, sembra sempre meno interessato ad accogliere forme di sperimentazione progettuale a fronte di un continuo ricorso a soluzioni verificate. Forse ha messo in attesa ricerche anche spurie ma dal forte valore espressivo, frammentarie e bisognose di prova, così vitali da diventare necessarie per spostare l’immaginario collettivo dal sistema consolidato di codici assunti come universalmente apprezzati. Per discutere di questo argomento e registrare gli esiti del dibattito a suon di realizzazioni, Mappe è strumento privilegiato, a disposizione di tutta la comunità del progetto.

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