Architettura
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Float like a butterfly, sting like a bee L’architettura di Innocenzo Prezzavento

Mappe °15


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“Agisco nel rispetto reverenziale della natura. Non oso violentarla con l’inserimento di un oggetto architettonico definito, cerco invece di plasmare i luoghi stessi ad uso dell’uomo.”

Tra i livelli sovraimposti e i dettagli disordinatamente armoniosi della facciata-palinsesto del Palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno, prototipo per Robert Venturi di quelle “contraddizioni evidenti” tracciate nel libro-manifesto Complexity and Contradiction in Architecture, è indelebilmente scolpito sul travertino un monito in latino che recita: “Difficile Placere Multis”.

La tradizione locale vuole che le tre parole, incise sull’architrave di una piccola finestra che si affaccia su Piazza del Popolo, siano la laconica risposta dell’artista e architetto Nicola Filotesio, detto Cola dell’Amatrice, alle critiche ricevute dagli ascolani a seguito della realizzazione della facciata posteriore del Palazzo stesso agli inizi del Cinquecento.

L’architettura di Cola, seppur molto distante dalle vette raggiunte a Roma da Raffaello, Bramante o Michelangelo in termini di proporzioni e armonie del disegno, ha in sé un elemento di genio e sperimentazione riscontrabile in ogni progetto. Se la facciata della Cattedrale di Ascoli gioca con il tema del vuoto nelle sue colonne senza fusto, nella trabeazione senza fregio o nei riquadri e troni senza bassorilievi o statue, la facciata posteriore di Palazzo dei Capitani si misura con la stretta via del Trivio enfatizzando al limite delle possibilità strutturali i cornicioni e le modanature che sporgono progressivamente seguendo lo sguardo che sale. Il talento visionario e l’ingegno costruttivo difficilmente trovano un riconoscimento adeguato in una città di provincia come Ascoli Piceno, intorpidita e troppo spesso adagiata su ciò a cui è tranquillamente abituata. Un destino comune che lega, a distanza di cinque secoli, il lavoro di Cola agli azzardi strutturali e le invenzioni formali di Innocenzo Prezzavento.

L’architettura di Prezzavento è fatta di interventi netti ma misurati, riconoscibili nella predilezione per una geometria organica e per lo studio maniacale del dettaglio costruttivo. È un’architettura che trascende la scala di rappresentazione, non esprimibile appieno attraverso i modi tradizionali del disegno: ichnographia, orthographia, scaenographia. È un’architettura quadridimensionale che va vissuta direttamente sulla propria pelle, misurandone ogni gesto e ogni particolare, ma che al tempo stesso vive del luogo in cui è immersa. Si nutre del contesto, incarnandone qualità sottese ed esaltandone possibilità inattese. È un’architettura in cui i confini tra natura e artificio, tra passato e futuro, sbiadiscono in uno spazio indefinito e liquido il cui massimo comun denominatore è il cemento, malleabile e fedele compagno di viaggio. Lontano del gusto brutalista ‘a priori’ e della ricerca formale fine a sé stessa, per Prezzavento il cemento è solo un mezzo: un sostegno utile e altamente manipolabile. Grigio, grezzo e consunto, è trattato senza pudicizia e senza timori reverenziali, lasciandolo in balìa del tempo, dell’acqua e della vegetazione.

Innocenzo Prezzavento
nel suo Studio-Rifugio
Ascoli Piceno, 1972
foto Mimì Riga

A metà strada tra l’architettura organica e le derive utopiche di Archigram e dei Metabolisti giapponesi, tra fantascienza e cultura pop, Prezzavento è fortemente sbilanciato verso un futuro perfetto ma potenzialmente raggiungibile in cui l’uomo non vivrà più in opposizione alla natura, ma diverrà parte integrante di essa. Una nuova forma di primitivismo che cavalca la modernità anziché fuggirla completamente e che vede nell’architettura l’unica forza creatrice in grado di generare nuovi spazi e nuovi riti. Non è un caso che Prezzavento oggi ami passare il tempo nel suo studio-rifugio: un piccolo eremo scavato e incastonato in un costone di arenaria che si affaccia su un corso d’acqua. Nella parete naturale hanno trovato posto due cilindri cavi autoportanti in calcestruzzo armato, adagiati in modo tale da mostrare al fiume una delle due basi. Il primo, la cui facciata circolare è vetrata, ospita uno spazio dedicato al lavoro e allo studio, l’altro, aperto e provvisto di un grande tavola di legno, ruota attorno al focolare e ospita lo spazio della convivialità e della contemplazione. Tutto è a misura d’uomo: la sezione circolare, la compenetrazione di spazi interni ed esterni, la luce, gli arredi dal gusto quasi monastico, lo sciabordio del fiume sottostante. Un senso di malinconica serenità pervade l’ambiente, in bilico tra arcadia e rovina archeologica. È la quintessenza della sua filosofia: l’illusione che l’opera dell’architetto si possa salvare solo attraverso l’archeologia.

La formazione di Prezzavento è fortemente influenzata da figure quali Roberto Pane, Nello Aprile, Michele Capobianco, Ludovico Quaroni, Piero Sanpaolesi, Giovanni Michelucci, suoi professori prima a Napoli e poi a Firenze dove si laurea nel 1968 con Leonardo Ricci. Ciononostante il debito più grande lo ha sempre espresso nei confronti della sua infanzia vissuta in campagna a contatto con mastri falegnami e fabbri, imparando fin da subito l’arte del costruire, la manualità e l’importanza della forma utile.

Passeggiando attraverso le strade di Ascoli (via Rovereto, via Napoli) e di altri paesi del territorio piceno (Acquasanta Terme, Comunanza), la firma di Prezzavento si rivela nell’uso ridondante, quasi frattale, di sagome concavo-convesse e attraverso l’utilizzo del calcestruzzo armato, non in veste di materiale meramente espressivo ma di tecnologia in grado di supportare aggetti e virtuosismi strutturali che sfidano la gravità. In molte di queste opere si nota il tentativo di ricreare, anche in ambito urbano, una nuova topografia che simula la complessità nella natura. Percorsi in quota e rampe, terrazze e balconi, fioriere e giardini pensili, pilastri rastremati e non: tutto si trasforma in un vortice piranesiano che vuole donare nuovi spazi all’aperto agli abitanti.

Le tre architetture più celebrate e pubblicate risalgono agli anni Settanta: la Musichall ‘Il Gattopardo’ ad Alba Adriatica (Te) del 1971, presentata ironicamente in Domus n. 532 (1974) come UAO (Unidentified Architectural Objects), e le ville Di Giambattista a San Vito di Acquasanta Terme (Ap) del 1971 e Fioretti a Valle Senzana di Ascoli Piceno del 1978. Questi tre progetti seminali portano a galla i due temi cruciali della simbiosi e dell’esaltazione del luogo, da approfondire ed estendere anche in relazione alle altre opere. ‘Il Gattopardo’ sviluppa un intero piano ipogeo, nascosto, che ingloba le funzioni di sala da ballo e accesso pedonale e meccanico. Il profilo originale del terreno è preservato, così come la villa settecentesca, restaurata e adibita a ristorante. Dalla pullulante vita sotterranea emergono solo due sfere in vetroresina, due ambienti riservati adibiti uno all’ascolto della musica e l’altro alla conversazione e al godimento del parco illuminato dalla luna artificiale.

Le due ville, ribattezzate ‘Casa nella collina’ e ‘Casa sulla collina’, portano il tema della simbiosi alle estreme conseguenze, anticipando di quasi vent’anni le ricerche progettuali riguardanti la cosiddetta landform architecture. A San Vito Prezzavento modella e plasma il paesaggio fino a renderlo abitabile. L’attenzione sull’oggetto e sul volume, squisitamente modernista, scompare in favore di una più ampia visione dell’architettura come parte integrante del contesto naturale. Dal testo autonomo e autoreferenziale, al contesto che diventa forma e che incarna al meglio il Genius Loci. Prezzavento racconta nei taccuini come “il luogo stesso si è fatto casa e forse architettura”, un’architettura del suolo che usa elementi compositivi semplici come i piccoli segni lasciati sul territorio da un sentiero, una radura o uno specchio d’acqua. Risucchiando le curve di livello all’interno dell’abitazione, la materia inorganica viene sottratta con operazioni di incisione, taglio, scavo e modellazione. Il sistema a pettine degli spazi abitati ipogei segue l’orografia ascendente ed è innervato dalla spina di percorsi, memore di un vecchio cammino che si inerpicava nel bosco. Questo asse forte è formato da due scale sovrapposte, una esterna che si perde nella collina e una interna che serve i quattro piani di cui è composta la villa. Dal basso verso l’alto si dispongono: la zona giorno, la zona notte e la zona ospiti. Nel basamento sono allocati garage e scuderie. La sezione originaria è così trasformata in un sistema di terrazzamenti verdi, affaccianti l’uno sull’altro. Vetro e cemento sono gli unici materiali non naturali, gli unici in grado di donare da un lato l’inconsistenza alle tamponature e dall’altro il supporto strutturale necessario per i grandi vassoi di terra.

“Il mio intervento è localizzato in un punto poi si diluisce gradatamente in tutte le direzioni. È quindi impossibile individuare il limite tra il segno dell’uomo e quelli della natura.”

Musichall ‘Il Gattopardo’
Alba Adriatica 1971.
Innocenzo Prezzavento
all’interno della sfera in vetroresina
che emerge nel parco
Pieghevole pubblicitario
del Musichall

Domus n. 532, 1974, copertina

A Valle Senzana, pochi anni dopo, Prezzavento progetta e realizza una seconda villa in cui il tema della sottrazione è ancora più sottile. La sommità del promontorio è tagliata e ricreata attraverso due curve di livello artificiali che altro non sono che i due solai in cemento armato che definiscono la villa. Sagomati seguendo le geometrie curvilinee, si conformano in modo tale da alloggiare completamente i percorsi all’interno del loro spessore e liberare la vista sul panorama da ogni ostacolo. Il risultato è una coinvolgente sovrapposizione di giardini pensili, liberi di fluttuare nello spazio a-gerarchico della composizione. La stessa idea di casa è esasperata attraverso la disposizione non banale del programma funzionale e dei percorsi. Al piano terra, contenuto nel profilo originale, prendono posto la sala da pranzo con le due cucine, le tre camere da letto, i locali di servizio e il garage. Il pranzo e le due camere principali dei ragazzi e dei genitori, sono trattati come elementi autonomi che dialogano direttamente con il piano soprastante attraverso tre scale a chiocciola indipendenti che portano rispettivamente al soggiorno, allo spazio studio-gioco e all’uscita diretta sul verde. Tra spazio interno e vista esterna vi è solo un effimero diaframma vetrato che corre lungo tutto il perimetro sinuoso dell’edificio, protetto in caso di necessità da un sistema di pannelli oscuranti nascosto nel soffitto e figlio di un duplice e contrastante desiderio del committente: la totale trasparenza diurna di una glass house e la completa sicurezza notturna di un bunker.

Il tema della simbiosi e del rispetto reverenziale del contesto – naturale e non – può essere sviluppato ulteriormente al di fuori del recinto dei progetti più famosi. In particolare, emblematici sono gli interventi per un edificio residenziale nel centro storico di Ascoli Piceno del 1991 e per una voliera nel bosco adiacente alla villa di Tullio Pericoli a Rosara, Ascoli Piceno, del 2001. Il palazzo storico in rua dei della Torre 6 ragiona sul rapporto conflittuale e stimolante tra contenitore e contenuto. La scena cittadina delle strette rue ascolane è preservata grazie alla conservazione integrale del fronte strada, isolato e restaurato scientificamente senza l’uso di quelle nuove tecnologie, come gli infissi o gli impianti, che inevitabilmente contaminano l’esistente. L’interno è completamente svuotato e strutturato in base all’uso e all’abitare contemporaneo. È così che i tre piani originali, ancora visibili attraverso la lettura della facciata esterna, si riorganizzano internamente in quattro livelli. Fulcro del progetto è uno spazio filtro aperto, largo un metro e mezzo, che si pone a cerniera tra passato preservato e futuro reinventato. Questo taglio netto attraversa la sezione dell’edificio dal piano terra fino alla copertura e ospita solamente piccole passerelle che mettono in connessione i due prospetti. Solo l’assenza degli infissi nella facciata-schermo rivela a bassa voce l’artificio che permette agli spazi interni di godere di luce, aria e verde.

Edificio residenziale in rua dei della Torre 6, Ascoli Piceno, 1991.
Due sezioni trasversali che evidenziano il rapporto tra muro preesistente (a destra) e i nuovi spazi (in grigio a sinistra)
Piazza, Acquasanta Terme, 1989.
Vista aerea che mostra il profilo dello spazio coperto e la connessione con il centro cittadino attraverso la passerella sospesa
Ampliamento del Municipio di Comunanza, 1980.
Vista dal basso della facciata posteriore con la terrazza circolare aggettante sul fiume

La voliera ideata per Pericoli è pura espressione del misto di sensibilità e coraggio con cui Prezzavento affronta il gioco progettuale e impone il suo segno tangibile sul contesto. La struttura temporanea, semitrasparente e dalla consistenza quasi nulla, sfida la gravità e dà l’impressione di respirare autonomamente seguendo i ritmi del bosco. La forma segue rigidamente la logica della struttura, inglobando in un grande paesaggio astratto querce e altre grandi piante del parco. Vento, sole, precipitazioni, movimento umano e animale sono protagonisti inconsapevoli di una scenografia sospesa e cangiante fatta solo di carrucole, reti e contrappesi. D’inverno, la voliera accoglie delicatamente il peso della neve, abbassandosi e adagiandosi sugli alberi più alti, creando voliere più piccole comunicanti tra loro.

Un modo di progettare fatto di contrasti e ossimori che richiama alla mente la famosa citazione di Muhammad Ali “float like a butterfly, sting like a bee”: da un lato l’attesa paziente, il fluttuare della farfalla nell’aria che entra in punta di piedi nel contesto attraverso l’ascolto e il lungo studio delle tracce insite nel luogo; dall’altro l’azione veloce, la stoccata dell’ape, l’intervento netto e deciso figlio dell’intuito che congela la lettura del luogo in forma, imprimendo un monogramma forte e riconoscibile al paesaggio naturale e urbano.

“Amo così tanto l’architettura che quando mi ci imbatto la rispetto forse più della natura, mi limito quindi in questi casi ad un restauro quasi scientifico sia nel caso di un edificio nobile (palazzetto Branconi) sia per un casolare rurale (casa Pericoli e casa Flaiani). Ciononostante, in qualità di architetto, mi riservo la libertà di intervenire quando non rilevo elementi di valore: non voglio rinunciare in questo secondo caso, di cercare comunque di elevare l’edificio ad architettura.”

Musichall Il Gattopardo
1971

Pianta del piano ipogeo con la sala da ballo e gli accessi alle sfere in vetroresina, al parco e alla villa settecentesca collage.
Sezione longitudinale.
Piano terra: ristorante all’interno della villa e sfere nel parco.
Primo piano ipogeo: accesso meccanico e pedonale.
Secondo piano ipogeo: Sala da ballo
Pianta piano terra della villa e del parco con le sfere (A), gli oblò (B) e i tagli per gli accessi pedonali (C) e carrabili (F)
Vista interna della sala da ballo
Vista notturna delle due sfere in vetroresina
Vista notturna.
In evidenza il rapporto tra la villa settecentesca e la sfera in vetroresina galleggiante tra spazio ipogeo e parco
Vista diurna delle sfere in vetroresina
Vista diurna del taglio che permette l’accesso meccanico al piano ipogeo

Villa Di Giambattista
1971

Disegno su foto dell’intervento nel contesto della piccola frazione di San Vito di Acquasanta Terme
Confronto tra la planimetria dello stato di fatto, con il sentiero esistente che saliva nel bosco e le piante coperture, piano primo e piano terra

Confronto tra tre sezioni dell’edificio: lungo il profilo della collina a nord della villa, lungo l’asse di ingresso carrabile, lungo i quattro terrazzamenti in calcestruzzo armato
Vista sud
Vista nord
Vista ovest da sopra l’ultimo terrazzamento verde
Vista interna del piano terra
Vista est

Villa Di Giambattista
1971

Vista da nord della struttura dell’edificio appena ultimato e senza il bosco cresciuto intorno
Vista aerea da est della villa al termine della costruzione
Pianta della copertura con i percorsi incassati nel solaio di calcestruzzo armato
Pianta piano primo con (da ovest a est): gli spazi indipendenti dedicati al soggiorno, allo studio-svago dei bambini e all’uscita sul terrazzo verde
Pianta del piano terra con (da ovest a est): la zona pranzo, le due cucine, la camera dei bambini, la camera padronale, la camera degli ospiti, i locali di servizio e il garage

Voliera nel bosco per Tullio Pericoli
2001

Viale di accesso alla villa
Camera dei bambini foto FGR – Flavia e Gabriele Rossi
Vista dalla terrazza di copertura verso il paesaggio che si apre ad est
Lo spazio studio-giochi al piano primo, chiuso dal sistema di oscuramento alloggiato nello spessore del solaio
Soggiorno al piano primo
Vista interna della sala da pranzo al piano terra
Sezione del parco con la voliera sospesa sopra agli alberi
Tre viste della voliera nel parco della villa Pericoli
Montaggio della voliera sui cavi in acciaio tramite carrello sospeso
Dettaglio del sistema di carrucole, pesi e contrappesi che regge la voliera e ne permette il movimento verticale sotto il peso della neve o del vento

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