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	<title>Territorio Archivi - MappeLAB</title>
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	<title>Territorio Archivi - MappeLAB</title>
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		<title>Il blu tra storia materiale e pratiche contemporanee</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:39:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, il tempo sembra rallentare tra le pietre antiche dell'Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel silenzio del suo chiostro medievale, protetto da mura che da secoli custodiscono storie e presenze, si trova un luogo speciale: il Museo dei Colori Naturali dedicato a Delio Bischi, studioso appassionato e infaticabile ricercatore storico.</p>
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<p>A poco più di un anno dalla sua conclusione, <em>Blu: il colore della cuccagna</em>, progetto di dossier di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, costituisce oggi un caso di studio significativo per leggere le possibilità di riattivazione di un territorio attraverso pratiche artistiche che eccedono la dimensione puramente estetica o narrativa. Nel Pesarese, area segnata da una stratificazione produttiva e culturale di lunga data connessa alla coltivazione e alla lavorazione del blu di guado, si è articolato un dispositivo situato su larga scala. Il colore estratto dalla nota pianta erbacea ha assunto la funzione di metafora operativa per affrontare questioni ecologiche, relazionali e politiche, mettendo in tensione il patrimonio umano e storico-materiale con i linguaggi della contemporaneità. All&#8217;interno di questo contesto — la cui vicenda non è qui riassumibile — le pratiche sviluppate si sono confrontate più o meno direttamente con la materialità del pigmento tintorio, riconoscendo nel guado un deposito e insieme un vettore della memoria territoriale. Negli interventi delle artiste Giorgia Severi e delle sorelle Anna e Marta Roberti, orientati rispettivamente verso una prospettiva ambientalista e una riflessione critica sull&#8217;immaginario animale, i processi di tintura e trasformazione del tessuto hanno ricoperto, ad esempio, un ruolo centrale, sebbene ridefiniti al di fuori di qualsiasi funzione meramente rappresentativa. Gli sviluppi emersi nel corso del 2025 hanno tuttavia confermato come questa eredità non si esaurisse nelle pratiche già attivate, ma restasse aperta a un&#8217;ulteriore espansione concettuale e temporale, capace di intensificare il dialogo con il presente.</p>



<p>È in questo snodo temporale, e con questa consapevolezza, che si colloca <em>Geografie Blu</em>, passaggio restitutivo dei percorsi di residenza attuati nell&#8217;anno precedente, da me curato, in una felice coincidenza temporale, peraltro del tutto indipendente, con l&#8217;esposizione <em>Blu Infinito</em> dedicata a Luigi Ghirri al MARV di Gradara. Ospite dello Spazio Torrso di Pesaro, lo scorso luglio la mostra ha riunito undici artisti — tra i quali Elena Bellantoni, Gea Casolaro, Giulia Marchi, Fabrizio Cotognini, Juan Pablo Macías e Marco Strappato — chiamati a rileggere e rimettere in circolo, ciascuno dal proprio campo di indagine, suggestioni sedimentate. Più che segnare la conclusione di un percorso, <em>Geografie Blu</em> ne ha prolungato la tensione, affidando al dato cromatico il ruolo di traccia mobile in grado di mantenerne viva la pertinenza.</p>



<p>Sulla scorta di questa persistenza diventano leggibili alcune altre attività di nuova formazione o di rinnovato innesco, senza configurarsi necessariamente quali esplicite prosecuzioni. Fra queste emerge <em>Guado Urbino</em>, laboratorio fondato nella città feltresca da Alessandra Ubaldi, oggi impegnato nell&#8217;avvio di nuovi percorsi. In particolare, il lavoro attorno alla rigenerazione di un mulino storico a Fossombrone — il maggiore lungo il corso del Metauro, principale fiume delle Marche — apre a una possibile continuità tra pratiche contemporanee, coltivazione del guado e trasmissione dei saperi, delineando un orizzonte operativo ancora in divenire.</p>



<p>Nel solco di questa rifondazione si attesta anche la ricerca artistica più recente di Giovanni Gaggia, che legge colore e tessuto come campi semantici attraversati da questioni produttive, ecologiche e geopolitiche. Fondatore di Casa Sponge, artist-run space pergolese ed ente attuatore di <em>Blu</em>, Gaggia è l&#8217;unico tra gli artisti del contesto marchigiano coinvolti ad aver proseguito in maniera autonoma e continuativa tale riflessione. Il suo operato non va tuttavia inteso in termini di centralità autoriale, quanto piuttosto quale nucleo di condensazione e articolazione di storie e di sguardi che si addensano là dove la materia diventa indice di processi più ampi. Il passaggio dal blu del guado all&#8217;utilizzo del jeans allude infatti allo sfruttamento del colore nei circuiti globali della manifattura, del consumo e dello scarto, rendendo esplicite le tensioni tra lavoro, socialità e responsabilità collettiva. Ciò anche grazie al confronto proficuo con interlocutori produttivi, tra i quali si distingue Ideal Blu, impresa manifatturiera di esperienza radicata nel distretto del denim marchigiano.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-15717" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>Di fatto, il denim entra in gioco nell&#8217;installazione partecipata <em>A Fermignano c&#8217;è il mare</em> (giugno 2025), con la quale Gaggia ha coinvolto oltre duecentocinquanta alunni della scuola primaria cittadina. I teli di jeans di recupero — materiali residuali dell&#8217;industria tessile — sono stati cuciti, annotati e trasformati in un mare simbolico esposto nello spazio pubblico e successivamente accolto in ambito scolastico, presentandosi come superficie unitaria di scrittura collettiva. Il coinvolgimento dei bambini amplifica la forza evocativa del monumento effimero, introducendo una modalità di adesione al reale non ancora irrigidita nei codici dell&#8217;utile o del possibile. Ne deriva un dispositivo che sospende temporaneamente la distinzione fra realtà e finzione, e che ridefinisce lo spazio urbano come luogo di presenza consapevole. Il colore non rappresenta direttamente il mare, ma ne esercita la funzione configurante: un orizzonte permeabile entro cui i corpi della città si muovono e si parlano senza soluzione di continuità.</p>



<p>Un ulteriore slittamento di scala e di senso si manifesta in <em>Com&#8217;è il cielo in Palestina?</em>, costruzione artistica corale dall&#8217;indole itinerante, che ha trovato tappa centrale nella mostra alla Casa della Memoria di Milano (ottobre-novembre 2025). Qui il blue jeans — materiale quotidiano e globale — diviene il supporto di un gesto minimo e reiterato: la cucitura di sfere e cerchi dorati su tessuti di recupero, realizzati dalle persone e dalle comunità coinvolte dall&#8217;artista. Disposti a terra e assemblati in una grande composizione calpestabile che traduce in Braille l&#8217;interrogativo originante, questi elementi compongono un palinsesto orizzontale dell&#8217;oggi in netta frizione con la verticalità documentaria dell&#8217;istituzione. A sospendere la continuità della memoria scritta qui custodita, intervengono anche vecchie coperte donate e ricamate con messaggi giunti dalla terra di Palestina. «Vessilli», li definisce la curatrice Susanna Ravelli, che sottraggono alla dispersione voci dalla guerra ridotte al silenzio, «nell&#8217;assordante frastuono delle bombe, della propaganda e delle dichiarazioni agghiaccianti». Nel coprire i punti di esposizione del fondo di archivio, esse ne impediscono temporaneamente l&#8217;accesso, aprendo un campo di attenzione in cui ciò che è normalmente marginale può emergere in forma di presenza tangibile. È così che il cielo evocato da Gaggia, al pari del mare fermignanese, non viene rappresentato, ma esperito come spazio di coesistenza: identico e inattingibile, capace di travalicare confini, distanze e conflitti.</p>
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<p>Dopo la sua prima emersione in uno spazio espositivo, <em>Com&#8217;è il cielo in Palestina?</em> continua a muoversi alla ricerca di nuove condizioni di ascolto. Si tratta di una dinamica tuttora in corso, destinata a riattivarsi ad ogni incontro con contesti disponibili. A Jesi, il progetto — articolato tra Palazzo Pianetti e luoghi di prossimità sociale — ha recentemente adottato la forma di un laboratorio d&#8217;arte partecipata, sottraendosi alla logica dell&#8217;evento per assumere pienamente quella, più esigente e fragile, del processo. L&#8217;azione del ricamo collettivo prosegue anche in assenza dell&#8217;artista, producendo nuove parti dell&#8217;opera e affidando la domanda alla cura di una comunità che se ne fa temporaneamente custode. In questo scenario, la stoffa denim si conferma infrastruttura relazionale oltre che simbolica, inscrivendosi genealogicamente in una tradizione che affonda le proprie radici nel gesto con cui Maria Lai, nel 1981, unì Ulassai alla sua montagna. Analogamente a quell&#8217;esperienza, la vita e l&#8217;incidenza dell&#8217;opera non coincidono con la permanenza del materiale né con la sua infinita riproposizione, bensì con la sua capacità di farsi sedimento comunitario. È questo precipitato a misurarsi criticamente con le logiche contemporanee di produzione, circolazione e condivisione del senso, mostrando in che modo esse possano ancora radicarsi in pratiche lente, collettive, capaci di sottrarsi alla logica imperante dell&#8217;immediata consumabilità.</p>
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		<title>Un patrimonio di colori dall&#8217;alba delle civiltà</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:31:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, il tempo sembra rallentare tra le pietre antiche dell'Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel silenzio del suo chiostro medievale, protetto da mura che da secoli custodiscono storie e presenze, si trova un luogo speciale: il Museo dei Colori Naturali dedicato a Delio Bischi, studioso appassionato e infaticabile ricercatore storico.</p>
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<p>A Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, il tempo sembra rallentare tra le pietre antiche dell&#8217;Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel silenzio del suo chiostro medievale, protetto da mura che da secoli custodiscono storie e presenze, si trova un luogo speciale: il Museo dei Colori Naturali dedicato a Delio Bischi, studioso appassionato e infaticabile ricercatore storico. Entrarvi è come varcare una soglia che separa il quotidiano da un mondo fatto di sfumature, profumi di erbe essiccate e memorie dimenticate.</p>



<p>Il Museo, oggi proprietà del Comune di Borgo Pace, è molto più di uno spazio espositivo: è un luogo vivo, un nodo in cui si intrecciano storia, territorio e ricerca. Chi vi entra non è un semplice visitatore, ma un viandante curioso, invitato a scoprire un patrimonio fatto di colori che hanno accompagnato l&#8217;umanità fin dall&#8217;alba delle civiltà. Il percorso inizia con i pigmenti che appartengono alla terra stessa: minerali, radici, cortecce, fiori che per millenni hanno permesso all&#8217;uomo di tingere tessuti, decorare pareti, illustrare manoscritti, dare voce alle proprie emozioni attraverso le immagini.</p>



<p>Si viaggia così attraverso i secoli, osservando come questi colori naturali siano stati parte integrante della vita quotidiana e delle grandi opere d&#8217;arte. Il racconto prosegue fino ai primi anni del Novecento, quando sul mercato fanno la loro comparsa i colori sintetici. La loro diffusione è rapida e travolgente, tanto da relegare in breve tempo gli antichi pigmenti in un angolo della storia. Solo oggi, di fronte a un mondo che interroga il proprio futuro e le conseguenze dell&#8217;industrializzazione, quei colori tornano a parlare con voce nuova, chiedendo di essere riscoperti.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="624" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-1024x624.jpg" alt="" class="wp-image-15704" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-1024x624.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-300x183.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-768x468.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>La forza del Museo sta proprio in questo dialogo tra memoria e attualità. Attraverso documenti d&#8217;archivio, campioni originali, antichi manuali e strumenti d&#8217;epoca, si può seguire l&#8217;evoluzione delle tecniche tintorie, dei mestieri e delle conoscenze tramandate da generazioni. Ma il percorso non si limita alla teoria: il cuore pulsante del Museo è il laboratorio, dove mani esperte mostrano come si estraggono i pigmenti, come si prepara una tintura, come una fibra grezza può trasformarsi in un filo colorato. L&#8217;odore delle piante tintorie, l&#8217;acqua che bolle nei recipienti, i gesti pazienti degli artigiani catturano chiunque voglia mettersi in gioco.</p>



<p>Negli ultimi anni, il Museo è diventato un punto di riferimento per chi studia o lavora nel campo delle materie coloranti organiche. La sua missione è chiara: sensibilizzare all&#8217;uso dei coloranti vegetali e raccontare perché il loro ritorno sia non solo possibile, ma necessario. I colori sintetici, largamente utilizzati nell&#8217;industria moderna, consumano risorse non rinnovabili e rilasciano sostanze inquinanti; spesso comportano rischi per chi li produce e per chi li indossa. I pigmenti naturali, invece, parlano di sostenibilità, di cicli rispettosi dell&#8217;ambiente, di materiali che ritornano alla terra senza danneggiarla.</p>



<p>La visita al Museo de &#8220;I Colori Naturali&#8221; si trasforma così in un viaggio che mescola storia, arte e consapevolezza. Ci si muove tra contenitori di pigmenti, fibre intrecciate, erbe essiccate e strumenti antichi, lasciandosi guidare dalla luce e dai racconti di tecniche che un tempo erano essenziali e oggi tornano a essere preziose. La mostra invita a osservare, ma anche a toccare, mescolare, provare: un percorso in cui la manualità diventa parte della narrazione e permette di comprendere davvero il valore di ciò che si apprende. Alla fine, chi attraversa il chiostro per uscire dal Museo ha la sensazione di portare con sé non solo nuovi saperi, ma un diverso modo di guardare i colori. Sfumature che non sono più soltanto pigmenti, ma segni di una storia antica e, allo stesso tempo, promesse per un futuro più sostenibile.</p>
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		<title>Le Marche nel segno del guado</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:25:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La protagonista della storia del blu e del guado nelle valli marchigiane è l'Isatis tinctoria, nota come guado. </p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>&#8220;Il blu è una postura, uno stato d&#8217;animo, uno sguardo sul mondo – ci sono persone, sentimenti, significati blu. Dire Oltremare, Klein, Navy, Indaco significa spalancare mondi, orizzonti e appartenenze, come onde che si irradiano. La storia del blu e del guado nelle valli marchigiane è una memoria aumentata che trattiene l&#8217;identità botanica, la sapienza popolare e la manifattura.&#8221;</em> <br><br>Cristiana Colli, in <em>Blu, il colore della cuccagna. Sulla via del guado tra storia e contemporaneo</em>, Manfredi edizioni, 2024.</p>
</blockquote>



<p><strong>Dalle foglie verdi alla tintura blu</strong></p>



<p>La protagonista della storia del blu e del guado nelle valli marchigiane è l&#8217;<em>Isatis tinctoria</em>, nota come guado. È una pianta biennale della famiglia delle brassicacee (o cruciferae) che fa parte delle cosiddette &#8220;piante da blu&#8221;, da cui si ricava un colorante di questa cromia, come indicato nella sua scheda botanica. Un&#8217;altra storica pianta del blu è la <em>Indigofera tinctoria</em> — leguminosa che produce uno dei pigmenti naturali più iconici della storia: il blu indaco — dal cromatismo che oscilla tra il blu e il violetto con tonalità più morbide del blu del guado.</p>



<p>La produzione e il commercio nelle Marche del pigmento ricavato dalla piantina del guado sono stati una risorsa rilevante per il Ducato di Urbino tra il XVI e XVII secolo e hanno portato nuova luce nel mondo delle arti: con questo colore si decoravano preziosi manoscritti, si realizzavano acquarelli e affreschi, si coprivano con mantelli in tutte le gradazioni del ceruleo — colore simbolico del divino — le più belle Madonne del Rinascimento, come quelle nobilmente presenti, assorte nella loro luce interiore, di Piero della Francesca. Poi la produzione del guado si ferma e nel tempo viene dimenticata. Lo storico Delio Bischi negli anni &#8217;80 ritrova e censisce 60 macine di mole da guado disperse nel territorio di Pesaro e Urbino, oggetti sconosciuti di cui si era persa la memoria, utilizzati come basi di edicole votive.</p>



<p><strong>Dalla naturalità alla modernità</strong></p>



<p>L&#8217;utilizzo del blu si converte al settore industriale. È la produzione dei jeans, nuova ricchezza nella Valle del Metauro, che adotta i coloranti sintetici — stabili e inalterabili — dimenticando le sfumature uniche dalle tonalità intermedie dei colori naturali. Non è una pratica sostenibile: le grandi macchine di lavaggio dei tessuti finiti versano, in grandi nuvole di vapore, i loro residui inquinanti nell&#8217;ambiente.</p>



<p><strong>Una nuova narrazione</strong></p>



<p>Un mondo in cui l&#8217;uomo lavorava in sintonia con la natura è scomparso ma una nuova consapevolezza sta adottando, nei nostri distretti produttivi, pratiche di alto valore aggiunto nella ricerca di una ritrovata naturalità. Nelle istituzioni si afferma una nuova attenzione alla storia delle identità culturali e materiali della regione. Si è messa in rete, con iniziative dedicate, come Pesaro Capitale della Cultura 2024, una nuova narrazione alimentata dalle intuizioni e opere degli artisti contemporanei che ha ospitato, tra gli altri, il progetto artistico e culturale diffuso <em>&#8220;Blu: il colore della cuccagna&#8221;</em>. È l&#8217;arte che attribuisce al guado un valore da salvare. Come memoria, tuttavia plasmabile sulla contemporaneità.</p>



<p><strong>Scheda botanica:</strong> nome: <em>Isatis tinctoria</em> — pianta erbacea biennale foglie: picciolate, oblungo-lanceolate, di colore verde glauco fiori: infiorescenza di una ventina di steli con fiori dai sepali ellittici e petali gialli esposizione: sole semina: primavera, autunno fioritura: fra maggio e luglio frutto: siliquette pendule, compresse ai margini, contenenti un solo seme liscio, oblungo, brunastro raccolta del seme: autunno</p>
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