Territorio
- Mappe N°24

Il blu tra storia materiale e pratiche contemporanee Dal Guado al Denim

Mappe °24


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A poco più di un anno dalla sua conclusione, Blu: il colore della cuccagna, progetto di dossier di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, costituisce oggi un caso di studio significativo per leggere le possibilità di riattivazione di un territorio attraverso pratiche artistiche che eccedono la dimensione puramente estetica o narrativa. Nel Pesarese, area segnata da una stratificazione produttiva e culturale di lunga data connessa alla coltivazione e alla lavorazione del blu di guado, si è articolato un dispositivo situato su larga scala. Il colore estratto dalla nota pianta erbacea ha assunto la funzione di metafora operativa per affrontare questioni ecologiche, relazionali e politiche, mettendo in tensione il patrimonio umano e storico-materiale con i linguaggi della contemporaneità. All’interno di questo contesto — la cui vicenda non è qui riassumibile — le pratiche sviluppate si sono confrontate più o meno direttamente con la materialità del pigmento tintorio, riconoscendo nel guado un deposito e insieme un vettore della memoria territoriale. Negli interventi delle artiste Giorgia Severi e delle sorelle Anna e Marta Roberti, orientati rispettivamente verso una prospettiva ambientalista e una riflessione critica sull’immaginario animale, i processi di tintura e trasformazione del tessuto hanno ricoperto, ad esempio, un ruolo centrale, sebbene ridefiniti al di fuori di qualsiasi funzione meramente rappresentativa. Gli sviluppi emersi nel corso del 2025 hanno tuttavia confermato come questa eredità non si esaurisse nelle pratiche già attivate, ma restasse aperta a un’ulteriore espansione concettuale e temporale, capace di intensificare il dialogo con il presente.

È in questo snodo temporale, e con questa consapevolezza, che si colloca Geografie Blu, passaggio restitutivo dei percorsi di residenza attuati nell’anno precedente, da me curato, in una felice coincidenza temporale, peraltro del tutto indipendente, con l’esposizione Blu Infinito dedicata a Luigi Ghirri al MARV di Gradara. Ospite dello Spazio Torrso di Pesaro, lo scorso luglio la mostra ha riunito undici artisti — tra i quali Elena Bellantoni, Gea Casolaro, Giulia Marchi, Fabrizio Cotognini, Juan Pablo Macías e Marco Strappato — chiamati a rileggere e rimettere in circolo, ciascuno dal proprio campo di indagine, suggestioni sedimentate. Più che segnare la conclusione di un percorso, Geografie Blu ne ha prolungato la tensione, affidando al dato cromatico il ruolo di traccia mobile in grado di mantenerne viva la pertinenza.

Sulla scorta di questa persistenza diventano leggibili alcune altre attività di nuova formazione o di rinnovato innesco, senza configurarsi necessariamente quali esplicite prosecuzioni. Fra queste emerge Guado Urbino, laboratorio fondato nella città feltresca da Alessandra Ubaldi, oggi impegnato nell’avvio di nuovi percorsi. In particolare, il lavoro attorno alla rigenerazione di un mulino storico a Fossombrone — il maggiore lungo il corso del Metauro, principale fiume delle Marche — apre a una possibile continuità tra pratiche contemporanee, coltivazione del guado e trasmissione dei saperi, delineando un orizzonte operativo ancora in divenire.

Nel solco di questa rifondazione si attesta anche la ricerca artistica più recente di Giovanni Gaggia, che legge colore e tessuto come campi semantici attraversati da questioni produttive, ecologiche e geopolitiche. Fondatore di Casa Sponge, artist-run space pergolese ed ente attuatore di Blu, Gaggia è l’unico tra gli artisti del contesto marchigiano coinvolti ad aver proseguito in maniera autonoma e continuativa tale riflessione. Il suo operato non va tuttavia inteso in termini di centralità autoriale, quanto piuttosto quale nucleo di condensazione e articolazione di storie e di sguardi che si addensano là dove la materia diventa indice di processi più ampi. Il passaggio dal blu del guado all’utilizzo del jeans allude infatti allo sfruttamento del colore nei circuiti globali della manifattura, del consumo e dello scarto, rendendo esplicite le tensioni tra lavoro, socialità e responsabilità collettiva. Ciò anche grazie al confronto proficuo con interlocutori produttivi, tra i quali si distingue Ideal Blu, impresa manifatturiera di esperienza radicata nel distretto del denim marchigiano.

Di fatto, il denim entra in gioco nell’installazione partecipata A Fermignano c’è il mare (giugno 2025), con la quale Gaggia ha coinvolto oltre duecentocinquanta alunni della scuola primaria cittadina. I teli di jeans di recupero — materiali residuali dell’industria tessile — sono stati cuciti, annotati e trasformati in un mare simbolico esposto nello spazio pubblico e successivamente accolto in ambito scolastico, presentandosi come superficie unitaria di scrittura collettiva. Il coinvolgimento dei bambini amplifica la forza evocativa del monumento effimero, introducendo una modalità di adesione al reale non ancora irrigidita nei codici dell’utile o del possibile. Ne deriva un dispositivo che sospende temporaneamente la distinzione fra realtà e finzione, e che ridefinisce lo spazio urbano come luogo di presenza consapevole. Il colore non rappresenta direttamente il mare, ma ne esercita la funzione configurante: un orizzonte permeabile entro cui i corpi della città si muovono e si parlano senza soluzione di continuità.

Un ulteriore slittamento di scala e di senso si manifesta in Com’è il cielo in Palestina?, costruzione artistica corale dall’indole itinerante, che ha trovato tappa centrale nella mostra alla Casa della Memoria di Milano (ottobre-novembre 2025). Qui il blue jeans — materiale quotidiano e globale — diviene il supporto di un gesto minimo e reiterato: la cucitura di sfere e cerchi dorati su tessuti di recupero, realizzati dalle persone e dalle comunità coinvolte dall’artista. Disposti a terra e assemblati in una grande composizione calpestabile che traduce in Braille l’interrogativo originante, questi elementi compongono un palinsesto orizzontale dell’oggi in netta frizione con la verticalità documentaria dell’istituzione. A sospendere la continuità della memoria scritta qui custodita, intervengono anche vecchie coperte donate e ricamate con messaggi giunti dalla terra di Palestina. «Vessilli», li definisce la curatrice Susanna Ravelli, che sottraggono alla dispersione voci dalla guerra ridotte al silenzio, «nell’assordante frastuono delle bombe, della propaganda e delle dichiarazioni agghiaccianti». Nel coprire i punti di esposizione del fondo di archivio, esse ne impediscono temporaneamente l’accesso, aprendo un campo di attenzione in cui ciò che è normalmente marginale può emergere in forma di presenza tangibile. È così che il cielo evocato da Gaggia, al pari del mare fermignanese, non viene rappresentato, ma esperito come spazio di coesistenza: identico e inattingibile, capace di travalicare confini, distanze e conflitti.

Blu: il colore della cuccagna. Anna e Marta Roberti, AL LUPO! AL
LUPO!, 2024, disegni su carta copiativa con blu di guado
foto Marco Dini

Dopo la sua prima emersione in uno spazio espositivo, Com’è il cielo in Palestina? continua a muoversi alla ricerca di nuove condizioni di ascolto. Si tratta di una dinamica tuttora in corso, destinata a riattivarsi ad ogni incontro con contesti disponibili. A Jesi, il progetto — articolato tra Palazzo Pianetti e luoghi di prossimità sociale — ha recentemente adottato la forma di un laboratorio d’arte partecipata, sottraendosi alla logica dell’evento per assumere pienamente quella, più esigente e fragile, del processo. L’azione del ricamo collettivo prosegue anche in assenza dell’artista, producendo nuove parti dell’opera e affidando la domanda alla cura di una comunità che se ne fa temporaneamente custode. In questo scenario, la stoffa denim si conferma infrastruttura relazionale oltre che simbolica, inscrivendosi genealogicamente in una tradizione che affonda le proprie radici nel gesto con cui Maria Lai, nel 1981, unì Ulassai alla sua montagna. Analogamente a quell’esperienza, la vita e l’incidenza dell’opera non coincidono con la permanenza del materiale né con la sua infinita riproposizione, bensì con la sua capacità di farsi sedimento comunitario. È questo precipitato a misurarsi criticamente con le logiche contemporanee di produzione, circolazione e condivisione del senso, mostrando in che modo esse possano ancora radicarsi in pratiche lente, collettive, capaci di sottrarsi alla logica imperante dell’immediata consumabilità.

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