Pensieri
- Mappe N°24

Ubi maior minor cessat

Mappe °24


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A volte non serve aggiungere nulla alla citazione. Bastano le parole cristalline di un critico illuminato per “dire” quello che si “nasconde” nelle mostre. Da una parte, il bisogno del curatore di raccontare, far conoscere con una sequenza articolata di oggetti, un nuovo pezzo di mondo; dall’altra, l’ansia del progettista di costruire il miglior dispositivo architettonico per porgere i significati delle cose mostrate. In ricordo di Sergio Polano.
Da Mostrare, Pretesti e trascrizioni di Sergio Polano, in S. Polano, Mostrare. L’allestimento in Italia dagli anni Venti agli anni Ottanta. Edizioni Lybra immagine, Milano, 1988

Quanto agli anglosassoni — per i quali la mostra è exhibition ma può anche essere show, specialmente nel caso di trade, o display, quando è generica, con tutte le implicazioni dell’aprirsi e dispiegarsi delle cose —, inclini al versante pratico della vita e non a quell’attitudine che stimano poco chiamandola astrazione, da un lato devono ricorrere alla perifrasi dell’exhibition design, accentuando la componente design (nella loro lingua è il nostro progettare) nell’allestimento, dall’altro dimostrano concreta concisione, identificando come exhibits i nostri oggetti, pezzi, cose e materiali da mettere in mostra.

L’assenza quasi totale di riflessione critica nei confronti del mostrare è un dato obiettivo quanto paradossale se si pensa all’importanza quantitativa e qualitativa che le mostre hanno assunto nella produzione culturale contemporanea e, di conseguenza, al rilievo non indifferente dell’allestimento, che ne è lo strumento di messa in forma. Una chiave per spiegare questa pervicace astinenza critica sembra essere proprio il ruolo indifferente che si attribuisce all’allestimento, quasi fosse un processo naturale — una sorta di traduzione meccanica del catalogo, il suo equivalente al vero. Si tratta di immagini devianti e di luoghi comuni che tradiscono le confuse interpretazioni correnti di un fenomeno dallo statuto disciplinarmente incerto quanto necessariamente sospeso tra costruzione e rappresentazione. Ma forse è proprio nella coniugazione dello jato tra il grave tettonico del costruire e il lieve dell’azzardo consono invece dell’esibire che trova spiegazione la natura altrimenti sfuggente dell’allestimento. Non a torto, si potrebbe anche sostenere che l’allestimento è una forma di arte applicata, precipuamente arte di architettare interni per il dimorare di oggetti temporaneamente raccolti in quell’unicum che dovrebbe essere la mostra; al contempo, nella misura in cui dimostrazione e ostentazione si fondono spesso nelle esposizioni, come arte della vanità l’allestimento dovrebbe librarsi leggero. Da questa angolata prospettiva, appare perciò illusoria l’equivalenza spicciola tra mostra e comunicazione, che presuppone l’egemonia puramente tecnica del comunicare sull’esibire: il dominio di varie tecniche è condizione probabilmente necessaria ma certo non sufficiente per “mostrare”.

Ubi maior minor cessat
D’altra parte, parrebbe legittimo togliere legittimità anche alle concezioni che fanno dell’allestimento una specie di “forma ideale”, un oggetto concluso a priori, capace di risolvere in sé gli oggetti da esporre: trasfigurato deposito sovrasignificante di cose, questo concetto di allestimento è solo la metafora di una impotente povertà architettonica. Giusta l’intuizione che “ars est celare artem” — secondo quanto ammonisce il poeta dell’ars amandi — una diversa indicazione sull’artificio del “mettere in mostra” è suggerita dalla lettura degli artefatti comunicativi proposta […] da Giovanni Anceschi in Monogrammi e figure. Secondo tale lettura, l’exhibition design costituisce una protesi sia ostensiva (espositiva, dimostrativa, discorsiva, retorica) sia osservativa (rivelativo-rilevativa): consente di “far vedere agli altri ciò che altrimenti non potrebbero vedere” o meglio “ciò che altrimenti non saremmo in grado di far loro vedere”. Se ne potrebbero ricavare elementi di riflessione e parametri di valutazione, giacché l’efficacia di una protesi si misura anche con la naturalezza della sua azione: il miope non deve avvertire la presenza degli occhiali nell’atto di guardar lontano.
[…]

… l’allestimento di una mostra, in ogni caso, istituisce e al contempo esibisce un mediato temporaneo rapporto tra un luogo usato per esporre, una serie di oggetti da esibire e un sistema espositivo, inteso come dato sia concettuale (anche ridotto a mera sequenza) sia fisico (fosse pure un semplice chiodo e la più banale delle didascalie). Accettando la schematicità interpretativa di questa ipotesi triadica, il vario declinarsi delle mutue relazioni tra i tre elementi primi permette di individuare le diverse matrici e di descrivere le ideali coordinate di ogni singolo allestimento. Sviluppando il ragionamento in termini sommari: se nella progettazione dell’allestimento l’accento vien posto sul “luogo”, i caratteri e le vocazioni interne alla sua conformazione segnano le soluzioni espositive, indirizzandole nel verso di una qualche biunivoca corrispondenza formale tra contenuto e contenitore; se l’accento cade sulle “cose” da esporre, con l’estroiezione delle proprie valenze visivo-spaziali, queste cose dettano i criteri variamente loro coerenti di configurazione dell’allestimento, proiettandolo nel verso di una calibranda varietà delle invenzioni espositive; se l’accento insiste, infine, sul “sistema” di esporre, ne risulta rafforzata l’opzione di design implicita nell’allestire, sottolineandosi ciò che espone più di quel che è esposto, con una tendenziale attrazione verso la unificazione delle soluzioni.
[…]

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