





CC Sei arrivato a Villa Adriana, un tempio dell’archeologia e del paesaggio, dall’arte contemporanea, a cui arrivavi dalla storia dell’arte più classica e rigorosa. Una bella stratificazione che è diventata una bella sfida. Raccontaci.
AB “Risvegliare dagli inferi e con l’arte potente e quasi divina far rivivere le cose insigni che furono vive per i vivi, ma che giacevano sepolte e morte da lungo tempo per reiterate ingiurie dei semivivi. E di riportarle dall’orco alla luce per farle vivere nuovamente tra uomini vivi” sosteneva Ciriaco d’Ancona, a cui ho dedicato quest’anno un convegno fuori dalle Marche (sic). Potrei affermare che la mia esperienza nei siti UNESCO abbia rappresentato una trasformazione profonda, maturata lentamente e culminata nel maggio 2017, quando decisi di assumere la direzione dell’Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, trasferendomi a Tivoli. Allora, pochi compresero come questa scelta nascesse da un autentico desiderio di rinnovamento: l’esigenza di confrontarmi con orizzonti più ampi e di arricchire il mio percorso tanto sotto il profilo gestionale quanto su quello scientifico. Intendevo innestare il mio sguardo su realtà che molti ritenevano statiche, prive di un dinamismo vitale e, soprattutto, distanti dalle pulsazioni della contemporaneità. Probabilmente quella decisione rispondeva a una mia costante tensione utopica verso il cambiamento, tensione che si traduceva in un’azione culturale sempre proiettata in avanti e che alimentava, al contempo, una ricerca interiore mai del tutto compiuta: un’indagine sul senso, sui possibili stati dell’esistenza e su equilibri ancora inesplorati, orientata verso prospettive eteroclite e, talvolta, verso sfide che potevano apparire irrealizzabili. Il fascino di questi luoghi ha inciso profondamente sulla mia identità intellettuale e professionale, fino a farmi entrare in risonanza con questo complesso sistema culturale. La vera sfida consisteva nel far dialogare una bellezza assoluta, quasi metafisica e folgorante, con la fragilità e la precarietà di un’umanità in costante mutazione. Da questo incontro sono scaturite visioni nuove, libere da preclusioni, che non avevo mai sperimentato prima. Ho così interrogato le radici culturali dei cinque straordinari siti* affinché potessero divenire un principio generativo di pensiero non soltanto aggiornato, ma capace di anticipare il proprio tempo — come se mi trovassi immerso in una serra idroponica dell’intelletto, luogo di germinazione di idee pronte a evolvere in forme sempre diverse.
CC “Villæ” — per storia, peculiarità del sito, legacy — è un progetto infinito e intrinsecamente aperto alle arti di ogni tempo. Un infinito contemporaneo, un corpo a corpo con l’immanenza e il tempo diacronico. Cosa rimane di irripetibile nell’esperienza del Progetto? Di cosa sei particolarmente orgoglioso e quali sono le intenzionalità incompiute?
AB Le Villæ sono state da me concepite come un dispositivo culturale capace di instaurare un dialogo fecondo con le proprie radici, così da offrire ai visitatori contemporanei risposte consapevoli e strumenti interpretativi adeguati, proiettando al contempo l’Istituto verso il futuro attraverso sensibilità rinnovate. Ciò che per lungo tempo era stato percepito come un patrimonio statico è divenuto, nel corso degli anni, una risorsa generativa: un punto d’avvio per nuove letture, narrazioni e prospettive di senso. Le Villæ non si configurano, infatti, come una semplice sovrapposizione di funzioni — non solo museo, non solo parco archeologico, non soltanto giardino rinascimentale — bensì come un vero e proprio palinsesto in continua rigenerazione, un dispositivo che si costruisce per moltiplicazione, non per addizione. I cinque siti che lo compongono formano un organismo complesso, un ecosistema culturale irripetibile, determinato ad affermare la centralità del proprio ruolo sociale nel territorio. L’organizzazione di attività culturali è stata, in questo senso, lo strumento privilegiato per instaurare un dialogo con il pubblico contemporaneo, e insieme un mezzo per delineare una visione proiettata verso il domani, sempre nel pieno rispetto del valore storico e della qualità intrinseca di questi beni straordinari.
Negli ultimi otto anni il filo rosso del lavoro svolto è stato proprio questo: restituire una narrazione ai siti, mantenendo la massima attenzione verso le loro specificità storiche, ma adottando un approccio intenzionalmente contemporaneo. Da tale prospettiva il progetto ha imboccato una direzione del tutto distinta rispetto alle modalità con cui, spesso, la contemporaneità viene innestata nel patrimonio storico. Qui, infatti, essa non è stata un semplice innesto estetico, bensì uno strumento critico attraverso cui interrogare il passato e attivare un dialogo profondo tra epoche diverse. Da questa visione è scaturita una programmazione culturale intensa, coerente e strutturata, capace di trasformare un complesso di valori apparentemente immobile in un cantiere in ebollizione, nel quale idee, progetti e approcci si sono rinnovati di continuo, come fosse un laboratorio di idee e una piattaforma di pensiero. Di questo percorso vado oggi sinceramente fiero.
Molte azioni restano, tuttavia, ancora da compiere: dalla creazione di una galleria di marmi antichi nel giardino estense, lungo la Via del Cardinale, all’apertura di un museo dedicato al mito ottocentesco della musica nell’ala ovest del medesimo complesso; dalla definizione di un sistema viario interno che unisca l’Aniene a Villa d’Este passando per il Santuario di Ercole Vincitore alla reintegrazione dell’intero sistema delle acque di Villa Adriana. E ancora, dalla costituzione di un archivio internazionale di immagini dedicate ai siti tiburtini e alle buone pratiche gestionali e di restauro, alla formazione di un sistema museale fondato su depositi aperti (Cento camerelle, ex centrale elettrica, etc.) e horti botanici; dalla costituzione di un corso universitario per paesaggisti nonché ad un insieme di rapporti privilegiati con i siti UNESCO (dalla Cina al Brasile) che si occupano dell’oro verde per dare risposte concrete all’antropocene e alle nuove sfide ambientali. Progetti che attendono di essere portati a compimento e che testimoniano la vitalità di un percorso ancora in pieno svolgimento.
CC Archeologia, arte contemporanea, gli eventi all’aperto, l’esperienza del paesaggio, il Teatro Marittimo, Adriano e Marguerite Yourcenar ma anche le conserve, l’olio, il luogo/logo che si porta a casa, le aperture e le riaperture, il pieno e il vuoto. Hai toccato praticamente tutto.
AB Non potrebbe essere altrimenti: le Villæ si configurano come un palinsesto aperto, un paesaggio culturale vivente, un ecosistema dinamico e senziente. La creazione di reti e l’attivazione di collaborazioni costituiscono parte integrante della nostra stessa struttura identitaria. Il nostro approccio si fonda sull’idea di costruire nuovi percorsi e vettorialità di senso, in un dialogo continuo con il territorio e con i suoi attori — primariamente i Comuni della Valle dell’Aniene e la Regione, ma anche il tessuto produttivo e turistico della Città Metropolitana di Roma. Fin dall’adozione del nome Villæ, abbiamo intrapreso un processo di interrogazione critica del contesto in cui operiamo, con l’obiettivo di comprenderne le specificità e di valorizzarle in sintonia con le nuove sensibilità e con l’evoluzione delle richieste del pubblico. Per noi si tratta dell’evoluzione naturale di un percorso già avviato, che consideriamo esclusivamente come un arricchimento. La diversità, in questo senso, è un valore fondativo: rifiutiamo visioni monolitiche o forme di pensiero unico. L’esperienza nella direzione di questi luoghi mi ha insegnato che il conseguimento di risultati concreti richiede un confronto costante, dialettico e interdisciplinare, anche con professionalità apparentemente lontane dal dominio culturale. Ogni intervento necessita infatti del contributo di un ventaglio ampio di competenze, non limitate a quelle strettamente specialistiche del settore. Questa consapevolezza ha generato un metodo di lavoro rinnovato, in cui la connessione tra discipline e prospettive eterogenee assume un ruolo centrale. In questa cornice abbiamo proposto ai visitatori mostre, convegni e giornate di studio dedicate a temi specifici, riuscendo a configurare un ambiente al tempo stesso mutageno e in continua trasformazione, dove ricerca e divulgazione si integrano e si contaminano reciprocamente.
CC Da Monfalcone e dalle tue esperienze accademiche, fino ai progetti con Art Verona, hai percorso in lungo e in largo la East Coast come la chiami tu. Oltre a Demanio naturalmente. Cosa ci dice oggi, dal tuo punto di vista, questa costa adriatica, quest’area territoriale estesa e diversissima ma con tanti punti di contatto?
AB L’origine del termine affonda in un ricordo di oltre trent’anni fa, quando discendevo dal Friuli lungo la statale Romea, attraversando quel paesaggio lineare come in un rito di transizione, con una sosta invariabile a Ravenna. Da allora la mia traiettoria professionale e intellettuale si è sviluppata lungo queste stesse coordinate, dalla dimensione operativa dei cantieri di Monfalcone all’orizzonte scaligero, fino a un dialogo ideale con Sigismondo Pandolfo Malatesta e Ciriaco d’Ancona, per approdare infine ad una relazione viva con Pino Pascali. In questo percorso, la costa adriatica è divenuta non semplicemente uno spazio, ma un segmento essenziale della mia biografia, una matrice profonda del mio immaginario estetico. È un paesaggio che si configura come un sistema complesso, in cui elementi naturalistici e stratificazioni antropiche entrano in osmosi costante. Il suo carattere distintivo è il tempo: un tempo che non muta o che muta così lentamente da dare l’impressione di una continuità senza fratture. La linea di confine tra cielo e mare, mobile e cangiante, crea una condizione percettiva in cui ogni stagione appare intrisa di una sospensione atmosferica, quasi una rarefazione dell’esperienza. Questo luogo, razionalmente utopico, si rivela invece pienamente reale sul piano della percezione: qui il tempo si dilata, assume una qualità immanente che permette alle cose di acquisire una densità ulteriore. È in tale scenario che riesco a connettermi con una parte più intima, onirica e talvolta malinconica di me stesso, fino a percepire una continuità segreta tra la siepe leopardiana — orizzonte dell’infinito immaginato — e il languore del Lido evocato da Thomas Mann, in un’ideale sintesi di limite e apertura. Tutto, in questo contesto, tende a una forma di metafisica vissuta, nella quale bellezza e misura convivono in un equilibrio dinamico. La creatività emerge come quotidiana attuazione di questo ossimoro, trasformandosi in una pratica che non oppone rigore e immaginazione, ma li intreccia. Soprattutto nelle Marche il procedere allegorico dell’interpretazione e il procedere simbolico della conoscenza sono necessari per poter accedere all’incommensurabile attraverso il sensibile. L’arte diviene così conoscenza emotiva: una forma di sapere che non rinuncia alla dimensione analitica, ma la supera, la amplifica, la rende porosa. Per questo ritengo che proprio lungo questa costa si diano le condizioni più favorevoli per indagare una fenomenologia delle emozioni. Qui il dato percettivo diviene metodo, la risonanza affettiva si fa strumento di lettura, e l’esperienza estetica si manifesta come un processo circolare tra memoria, desiderio e presenza. Un laboratorio sensibile in cui il mondo sembra continuamente offrirsi alla comprensione attraverso il suo stesso slancio poetico.
CC Dopo avere diretto un luogo planetario come il sistema delle Villæ — che è negli immaginari del mondo come il British Museum, la National Gallery, il Louvre, Stonehenge, la Polis di Atene per citare alcuni luoghi iconici indiscutibili e celebrati — di quali sfide professionali ti vorresti occupare?
AB Sarebbe bello continuare a occuparmi di bellezza intensa e sconvolgente, di luoghi di risonanza planetaria che rimangono culturalmente incompresi, erroneamente esclusi oltre la superficie, come Capri, Taormina o il Lido di Venezia. Mi piacerebbe governare ecosistemi culturali in Italia, forte della sensibilità e dell’esperienza maturate nel tempo, consapevole che ogni sfida comporta la responsabilità di rendere questi luoghi viventi, partecipativi e attivi, piuttosto che semplici monumenti passivi o mete turistiche. A mio avviso devono trasformarsi in spazi dialettici e osmotici, capaci di interagire con chi li attraversa, pur mantenendo un legame profondo con la loro storia e con le urgenze del presente, tra memoria e contemporaneità, tra radicamento locale e respiro globale. Li concepisco come occasioni identitarie di bellezza e di benessere, cellule extramondo sospese in un tempo infinito, testimoni di un flusso continuo, fisico e concettuale, che li rende indiziari del nostro passato e, al contempo, attori del presente: spazi da vivere, da attraversare, da abitare, non semplicemente da contemplare. Ogni elemento del loro tessuto culturale deve dialogare con le nuove sensibilità del pubblico, stimolando percezioni e interpretazioni plurime, in un processo di continua rinegoziazione tra identità e innovazione.
La cultura, infatti, non può limitarsi a essere osservata: va assorbita, respirata, interiorizzata, trasformandosi in esperienza sensoriale, emotiva e cognitiva. In tale prospettiva, i luoghi che curiamo diventano piattaforme di confronto e dialogo, innanzitutto con noi stessi, e al contempo ponti verso l’altro, laboratori in cui si tessono connessioni interdisciplinari, contaminazioni tra arti e scienze, e si costruiscono nuove prospettive di conoscenza e fruizione. Ogni percorso, ogni progetto espositivo o iniziativa di ricerca si configura come un organismo vibrante, capace di rispondere al contesto specifico senza rinunciare a relazionarsi con l’intero ecosistema culturale in cui è inserito. In questa visione, le mostre, i convegni e le giornate di studio non sono mai eventi isolati, ma momenti di un flusso più ampio, in cui la divulgazione si integra con la ricerca, la memoria dialoga con la sperimentazione, e la fruizione pubblica diventa occasione di partecipazione attiva. La sfida consiste nel rendere questi luoghi non solo testimonianze del passato o cornici estetiche, ma spazi capaci di generare emozione, pensiero critico e senso di comunità, offrendo al contempo una narrazione coerente e stratificata della nostra cultura, senza mai banalizzarla o ridurla a mera spettacolarizzazione.

CC Mi piace ricordare un’esperienza molto speciale che hai avuto, quella con Patrizia Moroso, una grande imprenditrice del design italiano e internazionale. La tua libertà dello sguardo e del pensiero come ha trovato approdi così diversi? Come si è arricchita di questi vasi comunicanti? Può essere considerata un modello di curatela?
AB Ogni esperienza autentica, come quella vissuta con Patrizia, costituisce un tassello imprescindibile del percorso di conoscenza e di riflessione. Ogni confronto stimola visioni nuove, libere da pregiudizi e mai sperimentate prima, aprendo prospettive capaci di riscrivere il modo in cui percepiamo la cultura e la bellezza. A Tivoli, ad esempio, ho interrogato le radici culturali di cinque straordinari siti, cercando di trasformarle in elementi generativi di un pensiero non solo aggiornato, ma in grado di anticipare il proprio tempo, di prefigurare nuove modalità di relazione tra storia e contemporaneità. Sulla base di una riconsiderazione critica di categorie interpretative come rappresentazione e intermedialità, le analisi mettono in luce le forme di affinità e relazione tra le diverse manifestazioni della bellezza: architettura, archeologia, pittura, botanica sono solo le categorie più evidenti di fascinazione, percorse da narrazioni capaci di rivelare la pluralità intrinseca del mondo. Ogni dato, ogni elemento, non esiste isolato: come in un ecosistema complesso, esso è mediato attraverso una condivisione di funzionalità ed estetiche, filtrata da modelli letterari, teatrali e scenografici, in una dimensione sinestetica e sensoriale che trascende la mera bidirezionalità dei prestiti culturali. Questa prospettiva restituisce un’idea di circolarità dei processi creativi, di relazioni permanenti tra domini mediatici, dove la conoscenza, l’esperienza e la bellezza non sono lineari ma interconnesse. Ogni interazione diventa quindi un nodo di un flusso più ampio, in cui la percezione e la fruizione del patrimonio culturale non solo si ampliano, ma si trasformano in strumenti di riflessione e generazione di nuovi significati. Così, l’esperienza stessa si fa veicolo di scoperta, capacità di anticipare il tempo e di costruire relazioni profonde tra dimensioni diverse della conoscenza, tra estetica e concetto, tra memoria e innovazione. Nulla di più lontano dall’attuale vague…
Credits: © foto 2025 Istituto Villa Adriana e Villa d’Este
