


And you may find yourself living in a shotgun shack / And you may find yourself in another part of the world / And you may find yourself behind the wheel of a large automobile / And you may find yourself in a beautiful house, with a beautiful wife / And you may ask yourself “Well, how did I get here?”
Talking Heads, Once in a Lifetime, 1980
Subject. Carlo Aymonino (con Francesco Doglioni, Maria Luisa Tugnoli) Casa-parcheggio nel centro storico di Pesaro, 1978–1981
Opening. Con l’intervento di A.U.A. Architetti Urbanisti Associati ad Ascoli Piceno, pubblicato su Mappe 21 (2025), è emersa una questione che ha attraversato e attraversa molti centri storici italiani: la presenza di innesti moderni e contemporanei che non si lasciano assorbire, ma neppure espellere. Architetture che convivono con il costruito storico in una condizione di attrito permanente, producendo una continuità anomala e, allo stesso tempo, una dissonanza evidente. Negli anni Settanta Pesaro aveva già affrontato questo nodo, assumendo il centro storico come materia trasformabile senza delegare ogni decisione al passato. La città diventa in quegli anni un laboratorio, non solo per la quantità di interventi avviati, ma per la densità del dibattito che accompagna il rapporto tra piano urbanistico, progetto architettonico e vita quotidiana. È dentro questo spazio teorico irrisolto che prende forma il progetto per un edificio residenziale pubblico: la Casa-parcheggio in via Mazza.
Flashback. Nel 1994 Bernardo Secchi avvia lo studio preliminare per impostare i nuovi strumenti urbanistici del centro storico di Pesaro; l’incarico si estende poi alla redazione del nuovo PRG comunale. Nel rimettere mano a questo quadro operativo, Secchi si confronta con un precedente ingombrante: il Piano Particolareggiato elaborato tra il 1971 e il 1974 dal Gruppo Architettura. Non un semplice documento tecnico, ma un dispositivo complesso che tiene insieme una costellazione di questioni ancora aperte — il rapporto tra urbanistica e architettura, tra conoscenza minuta e progetto, tra conservazione selettiva e trasformazione, tra partecipazione e governo della città. Il Piano del 1974 nasce in un contesto preciso. Il Gruppo Architettura — promosso da Carlo Aymonino insieme a Costantino Dardi, Gianni Fabbri, Raffaele Panella, Gianugo Polesello, Luciano Semerani e Mauro Lena — lavora a Pesaro con l’ambizione esplicita di ricomporre la frattura tra urbanistica e architettura. Il centro storico non è assunto come organismo unitario da proteggere integralmente, ma come palinsesto stratificato, da analizzare edificio per edificio per valutarne caratteri, stato di conservazione e soprattutto grado di trasformabilità. Il piano distingue, seleziona, prevede demolizioni, individua ambiti di intervento unitario e affida al progetto architettonico un ruolo decisivo nel tradurre in forma urbana le indicazioni normative. All’interno di questo quadro si colloca anche la presenza di Francesco Doglioni, collaboratore di Aymonino nel progetto della Casa-parcheggio, che in quegli stessi anni interviene nel dibattito sul centro storico di Pesaro con contributi dedicati al tema del restauro scientifico e del rapporto tra conservazione e progetto. Una posizione che non separa tutela e trasformazione, ma le tiene insieme come pratiche complementari, e che aiuta a capire perché l’intervento in via Mazza non venga pensato come eccezione, bensì come parte di un disegno teorico più ampio.



Schizzo progettuale angolo via Mazza
Questo impianto conoscitivo è uno degli aspetti più solidi del Piano: rilievi capillari, ricostruzioni catastali, lettura sistematica dei piani terra, attenzione alle continuità morfologiche e tipologiche. Proprio qui si manifesta la prima frattura interna: i planivolumetrici che dovrebbero guidare gli interventi restano spesso figure astratte, incapaci di produrre architettura. Aymonino li definirà in seguito “fantasmi”, proiezioni normative di un’idea di città che solo il progetto può rendere concreta. A questa difficoltà strutturale si somma un quadro politico complesso. Durante la redazione del Piano Particolareggiato, Pesaro sperimenta forme estese di partecipazione: assemblee pubbliche, consigli di quartiere, coinvolgimento dei sindacati, discussione in Consiglio comunale. La partecipazione viene assunta come strumento per contrastare decisioni opache e negoziazioni individuali. Eppure, a distanza di anni, lo stesso Aymonino leggerà criticamente quell’esperienza, parlando di una “democrazia finta”, più orientata alla costruzione del consenso che a una reale condivisione delle scelte. Nel tentativo di rendere più operativi gli strumenti del Piano Particolareggiato, tra il 1976 e il 1980 viene istituito il Laboratorio Urbanistico: una struttura tecnica pensata per accompagnare la trasformazione del centro storico e superare l’inerzia dei planivolumetrici. Pesaro si configura così come un laboratorio non solo teorico, ma operativo, in cui piano, gestione e progetto cercano di agganciarsi senza mai coincidere del tutto. È in questo contesto che si colloca la Casa-parcheggio. Scrivendo nel 1983 dalle pagine di Domus n. 637, Francesco Moschini legge l’intervento nell’area di Palazzo Scattolari, come l’esito più denso di quella lunga riflessione: non un’eccezione, ma un tentativo di restituire all’architettura il ruolo di fenomeno urbano.
Moschini individua con chiarezza tre livelli di intervento — ripristino morfologico dell’area, adeguamento tipologico-formale della nuova edificazione, restauro scientifico di Palazzo Scattolari — e sottolinea come l’edificio in linea su via Mazza assuma allineamenti, altezze e continuità del fronte senza ricorrere a mimetismi storicisti.
Long take. L’idea che l’urbanistica “si faccia coi piedi” circola come formula metodologica in quegli stessi anni, a indicare una pratica di conoscenza che passa dall’esperienza diretta dello spazio urbano prima ancora che dalla sua astrazione. Secchi la riprenderà più tardi per chiarire un metodo: conoscere la città camminandola, misurandone piani terra, soglie, continuità e fratture. È con questa disposizione che ci si deve muovere oggi nel centro storico di Pesaro, lasciando sullo sfondo tipologie, stili ed epoche, per leggere lo spazio urbano come sequenza di relazioni. Via Domenico Mazza non si presenta come un episodio eccezionale. È un tratto di tessuto ordinario, fatto di corpi edilizi contigui, altezze consolidate, una continuità che non è monumentale ma profondamente urbana. La Casa-parcheggio si attesta su questa normalità e la mette in tensione: un edificio in linea che rispetta allineamenti e quote, ma lascia affiorare una complessità interna che non si concede pienamente alla facciata, se non attraverso tagli e dispositivi. Il piano terra è il primo punto di contatto. Botteghe e negozi si alternano a passaggi pedonali che non funzionano come semplici corridoi, ma come vere cuciture urbane verso il giardino pubblico sul retro. La strada non è solo fronte, ma soglia; l’attraversamento non è residuo, ma parte del progetto. Poi compare la rampa. Non come elemento distributivo neutro, ma come gesto che incide il fronte e ne interrompe la continuità. Una scalinata a una rampa, visibile dalla strada, serve i ballatoi che distribuiscono gli alloggi: un taglio obliquo che rende leggibile, dall’esterno, una sezione interna complessa. Sempre su Domus n. 637, Moschini parla esplicitamente di un’interruzione dissonante dei prospetti su via Mazza e di un disegno quasi osseo fatto di setti e di un loggiato superiore che chiude l’edificio. Se il fronte su via Mazza costringe a una lettura compressa e trattenuta, il retro obbliga a cambiare passo. Qui la composizione si distende: volumi rettangolari che avanzano e arretrano, corpi scala cilindrici di sapore costruttivista, una spazialità che porta all’esterno la complessità interna dell’edificio. Il fronte posteriore risulta più esplicito, quasi ordinato, e affida a materiali e colore il compito di tenere insieme rigore e vitalità.
Il colore diventa strumento di ravvivamento, gioioso e insieme sospetto, come se l’edificio indossasse una maschera per reggere la responsabilità dell’architettura intesa come fatto urbano. La passeggiata si configura così come metodo di lettura. Si entra dal fronte stradale e si esce sul retro, si attraversa il piano terra, si legge la rampa come taglio, i ballatoi come strada sospesa, il portico come soglia pubblica. In questa sequenza la Casa-parcheggio smette di essere una “casa” o un “parcheggio” — categorie troppo strette — e si manifesta come innesto urbano nel punto più sensibile, dove il centro storico non può più limitarsi a rappresentare il proprio passato.

Prospetto su via Mazza



Montage. A questo punto lo sguardo può staccarsi dal suolo e smettere di seguire una traiettoria obbligata. Il montaggio cinematografico non procede per continuità spaziale, ma per accostamenti: mette in relazione opere lontane, tempi diversi, scale inconciliabili. È un’operazione rischiosa, ma necessaria se si vuole capire che cosa succede quando un progetto non è più solo risposta a un contesto, ma diventa linguaggio. La Casa-parcheggio di via Mazza non nasce come eccezione isolata. Al contrario, dichiara fin dall’inizio una continuità esplicita con il lessico che Aymonino stava elaborando a Pesaro negli stessi anni, in particolare nel campus scolastico della periferia sud. Il Liceo Scientifico (1970–73) e gli Istituti Tecnici Commerciale e per Geometri (1978–83) condividono con l’edificio del centro storico un repertorio riconoscibile: edifici in linea articolati per corpi, percorsi come struttura generativa, ballatoi e spazi a doppia altezza come dispositivi di distribuzione e di socialità, corpi scala cilindrici che emergono come segni autonomi, una tridimensionalità che si fa bidimensionale grazie all’uso del colore, una memoria monastico-lecorbusiana spogliata del brutalismo. Il salto di contesto, tuttavia, è netto. Nel campus, quel linguaggio lavora su un suolo libero, su una città che cresce ai margini; in via Mazza entra invece nel tessuto più sensibile e saturo, dove ogni variazione è amplificata.
È qui che la continuità diventa problema. Aymonino non abbassa il tono, non attenua il segno, non sceglie la mimetizzazione. Al contrario, concentra e quasi esaspera gli strumenti già sperimentati altrove, come se il centro storico fosse il luogo in cui il linguaggio deve reggere la prova più dura. Questo atteggiamento non è nuovo nell’opera di Aymonino, soprattutto se si guarda alla sua produzione residenziale. A Matera, nel quartiere Spine Bianche (1954–59), la casa popolare diventa fin dall’inizio un dispositivo urbano. Più tardi, al Gallaratese – Monte Amiata (1967–72), il tema esplode in forma monumentale. In entrambi i casi, la residenza non è mai solo risposta funzionale, ma figura urbana intenzionale. Via Mazza si colloca dentro questa traiettoria, ma in scala ridotta e in un contesto saturo. Qui l’ambizione urbana non si misura in estensione, ma in densità. La Casa-parcheggio lavora per compressione e concentra in pochi metri una complessità che altrove si dispiega su superfici molto più ampie.
Il segno architettonico diventa strumento di costruzione della città, ma mantenendo una forte autonomia. Il confronto tra campus e centro storico racconta di un’architettura che tende a parlare prima di tutto di sé stessa, della propria coerenza interna, dalla propria matrice di riferimenti formali, più che del luogo specifico in cui si inserisce. I match cut operabili tra gli scorci e i dettagli dei vari progetti non servono a risolvere questa tensione, ma a renderla leggibile. Accostare via Mazza al Campus, Spine Bianche al Gallaratese, significa riconoscere che la Casa-parcheggio non è un compromesso né un incidente, ma un punto di massima esposizione di un’idea di progetto. Un’idea in cui la residenza pubblica diventa strumento di città, e in cui il centro storico non è il luogo dell’eccezione cauta, ma quello della verifica più severa. È qui che la continuità si fa dissonanza, e che l’innesto rivela tutta la sua ambiguità: necessario, consapevole, sovversivo… “same as it ever was”.
Cronaca del restauro. Il presente è uno strato ulteriore di questa lettura. Le vicende recenti legate alla ristrutturazione degli alloggi e ai tempi lunghi della loro messa in uso restituiscono, in forma concreta, una condizione che il progetto aveva già messo in conto: quando l’edilizia residenziale pubblica entra nel centro storico, non entra mai solo come forma, ma come dispositivo sociale, amministrativo e politico. Nel quadro del Programma di riqualificazione urbana del Comune di Pesaro, l’edificio di via Mazza è stato interessato da un intervento di risanamento conservativo articolato in due lotti (A e B). Nel 2013 viene redatto il progetto esecutivo di riqualificazione dell’edificio a cura di Simone Travagli (TAU architettura) come progettista e direttore dei lavori architettonici, con Margherita Finamore nel ruolo di responsabile del procedimento. Il progetto originariamente sviluppato su incarico della TKV Società Cooperativa Sociale è stato successivamente acquisito dal Comune di Pesaro a seguito della crisi del soggetto attuatore. Gli elaborati, già completi e approvati, sono stati assunti come base per l’appalto e la realizzazione dell’intervento, accompagnati da una fase di verifica interna. Le opere seguono il protocollo ITACA della Regione Marche e riguardano la riqualificazione e la ridistribuzione degli alloggi, l’efficientamento energetico e l’aggiornamento impiantistico, inclusa l’installazione del fotovoltaico, oltre agli spazi esterni connessi all’edificio. In questo passaggio dal progetto alla costruzione, alcuni elementi del linguaggio originario sono stati trasformati a causa di scelte tecniche ed economiche: in particolare la rimozione delle superfici in vetromattone e la sostituzione degli infissi metallici rossi. La ridefinizione delle cromie è ad opera dell’esecutore (ERAP) e — indiscutibilmente — va a modificare un sostanziale elemento previsto del primo progetto di risanamento conservativo: il mantenimento del colore, componente rilevante dell’identità architettonica dell’opera.
Credits: Immagini tratte da Domus n. 637, 1983 — foto Franco Panzini