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		<title>La meravigliosa storia delle &#8220;balette&#8221; di Jesi</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2026 15:40:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel XVI secolo la pallacorda era uno dei giochi più diffusi nelle corti europee, antenato diretto del tennis moderno. Le palline utilizzate, chiamate balette, erano oggetti artigianali, prodotti localmente con i materiali disponibili. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel XVI secolo la pallacorda era uno dei giochi più diffusi nelle corti europee, antenato diretto del tennis moderno. Le palline utilizzate, chiamate <em>balette</em>, erano oggetti artigianali, prodotti localmente con i materiali disponibili. Il rivestimento esterno era spesso realizzato cucendo insieme ritagli di cuoio avanzati dal lavoro dei calzolai, mentre l&#8217;interno poteva essere riempito con stracci, lana o crine. Nulla veniva buttato: gli scarti di bottega trovavano una nuova funzione, trasformandosi in strumenti di gioco per nobili e popolani. Il riciclo, in questo contesto, non era una scelta legata a idealità e cambiamenti climatici, ma una necessità economica e pratica, inserita naturalmente nella vita quotidiana. In realtà, il riutilizzo dei materiali accompagna la storia dell&#8217;uomo da secoli, soprattutto nei contesti in cui le risorse erano scarse e nulla poteva essere sprecato. Quando si parla di riciclo, spesso si pensa a una pratica tipicamente contemporanea, figlia della sensibilità ambientale e delle moderne politiche di sostenibilità: in realtà, il riutilizzo dei materiali accompagna la storia dell&#8217;uomo da secoli. Sono dunque molte le analogie tra le balette usate per la pallacorda, realizzate con scarti di cuoio, e i campi da tennis di oggi costruiti con componenti di riciclo di palline in gomma e feltro. Proprio come accadeva cinquecento anni fa, le palline da tennis trovano oggi una seconda vita. Nel Cinquecento le realizzavano i calzolai, oggi sono le aziende specializzate nel riciclo; allora si recuperava cuoio, oggi gomma e fibre sintetiche. Cambiano i materiali e le tecnologie, ma resta la stessa logica di fondo: trasformare uno scarto in una risorsa. Dalle botteghe ai moderni impianti sportivi, il filo che unisce cuoio, gomma e feltro è lo stesso: dare nuova vita a ciò che sembrava aver esaurito la propria funzione. Le balette di cuoio e i moderni campi realizzati con palline riciclate raccontano entrambi una storia di circolarità, in cui lo sport è competizione e spettacolo, ma anche ingegno e adattamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Club delle Balette</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le balette di Jesi, Urbino, e Mantova — antiche palline di cuoio utilizzate nel gioco della pallacorda tra Medioevo e Rinascimento — sono state a lungo reperti silenziosi, curiosità museali, citazioni erudite nei testi storici. Insieme a Gianni Clerici, con il suo sguardo capace di unire ironia, rigore e immaginazione, abbiamo lavorato alla trasformazione di questi semplici oggetti in testimoni materiali di una civiltà del gioco, antenate dirette del tennis moderno. Da quell&#8217;incontro è nato un impegno di studio e divulgazione, per la ricostruzione del valore storico e simbolico delle balette, con indagini e ricerche per definirne funzione, materiali, luoghi di ritrovamento e contesti sociali in cui venivano utilizzate. Impegno confluito in una ricerca archivistica a cura dello storico dell&#8217;arte Marco Droghini e inserita nel volume <em>Pallacorda e non solo</em>, in cui è raccontato il meraviglioso caso di Jesi, giunto anche nelle mani del Santo Padre Leone XIV, grande appassionato di tennis. Le balette sono così diventate una chiave di lettura per raccontare la diffusione della pallacorda nelle corti italiane, nei palazzi signorili, nei chiostri e negli spazi urbani del passato. Il lungo lavoro di ricerca comprende analisi teorica, relazioni attive tra studiosi, collezionisti, università, istituzioni culturali e appassionati di sport. Un networking che ha dato vita a una rete di dialogo tra discipline — storia, archeologia, artigianato, sport e comunicazione culturale — e tra territori. Nel 2019 è stato costituito il <strong>Club delle Balette</strong>, come desiderava Gianni Clerici che ne resterà Presidente ad Honorem, con la finalità di creare occasioni di socialità e valorizzazione in una dimensione collettiva e progettuale, attraverso mostre, incontri pubblici, conferenze e progetti di divulgazione.</p>



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<figure class="wp-block-image size-full is-style-rounded"><img decoding="async" width="442" height="555" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image00006.jpg" alt="" class="wp-image-15841" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image00006.jpg 442w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image00006-239x300.jpg 239w" sizes="(max-width: 442px) 100vw, 442px" /><figcaption class="wp-element-caption">Incontro con Papa Leone XIV,<br>appassionato giocatore di tennis</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:50%">
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Ho scelto il tennis<br>Gianni Clerici, cantore della bellezza</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">È un documentario ideato e curato da Carla Saveri, regìa Francesco Zarzana, produzione Progettarte, 2026. Il documentario che ha visto il suo debutto nella prestigiosa cornice mondiale delle Olimpiadi Milano Cortina, è un viaggio in cui sport, cultura e identità si intrecciano, e trasformano il campo da gioco in un luogo dell’anima. Lo sguardo raffinato e visionario di Gianni Clerici rende il tennis un linguaggio universale, un gesto poetico, un racconto di eleganza e passione.<br>Le Marche e la Lombardia fanno da cornice al racconto: territori autentici, ricchi di storia, talento e stile di vita, capaci di ispirare e dialogare con il mondo; paesaggi, tradizioni e saperi si fondono in una narrazione che diventa patrimonio nazionale e internazionale. Un progetto che agisce anche come dispositivo per incontri, proiezioni, dialoghi, eventi sportivi e culturali capaci di trasformarsi in eventi turistici, dove il territorio si racconta attraverso lo sport, l’arte e il gusto. Un viaggio nel valore e nei valori, un ponte tra luoghi e generazioni, tra tempo e storia, testimonianza di eventi iconici come quello al Queen’s Club di Londra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;L&#8217;incontro con Gianni Clerici nel 2014 è stato cruciale, per l&#8217;inizio di questo progetto. Gianni ci ha raccontato il tennis come fatto culturale e non solo agonistico e fatto comprendere le radici di questo sport che viene da lontano. Dietro la perfezione delle superfici moderne e delle attrezzature tecnologiche c&#8217;è una lunga storia fatta di cuoio, mani artigiane e materiali di recupero. Le balette non sono solo reperti del passato ma ponti capaci di raccontare come il gioco, la cultura e l&#8217;ingegno umano si intreccino da secoli intorno a una semplice palla. Simboli di continuità, memoria e circolarità: oggetti nati dal riuso degli scarti dei calzolai, oggi recuperati come patrimonio culturale condiviso&#8221;.</p>
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		<title>Campi+Scarpe = Palline</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2026 15:25:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La pallina gialla sul bordo della rete bianca gira sospesa, e il ralenty rende quegli attimi infiniti. Comincia così &#8220;Match Point&#8221; di Woody Allen, e quella scena del film è la metafora della fortuna, del caso, delle cose che accadono e cambiano. Un attacco memorabile, come quando si chiama il challenge e si utilizza la [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La pallina gialla sul bordo della rete bianca gira sospesa, e il ralenty rende quegli attimi infiniti. Comincia così <em>&#8220;Match Point&#8221;</em> di Woody Allen, e quella scena del film è la metafora della fortuna, del caso, delle cose che accadono e cambiano. Un attacco memorabile, come quando si chiama il challenge e si utilizza la tecnologia hawk-eye, l&#8217;occhio di falco — tempo e spazio si giocano sui micron e le frazioni di secondo. Eh sì, il tennis è lo sport più mentale che esista, un rompicapo, ogni volta un duello con se stessi, un precipizio dopo l&#8217;altro, colpo su colpo, tra concretezza e gesto, <em>à bout de souffle</em>. Ogni 15 è definitivo in un perimetro di solitudine senza tempo, in ossequio alle regole auree di questo sport. Psichico ed estetico, con quelle calze bianche impolverate di rosso, e una colonna sonora che rimbomba nella testa quando la pallina trova il suo punto perfetto nel piatto corde — che sia il servizio, lo schiaffo al volo o l&#8217;inside out. Insomma quelle palline gialle col solco bianco che separa la gomma dal feltro — un abbraccio che sembra il simbolo dell&#8217;infinito — sono molto molto di più di semplici palline.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima delle necessità televisive erano bianche, qualche volta gialle, spesso verdi o arancioni — sempre colori fluo. Prima le racchette erano di legno con le corde in budello. Prima le palline si usavano a lungo, oggi un amatore le usa 5/6 ore, un professionista 2 ore, nelle partite ATP 9 game. Prima era prima, oggi il tennis è tra gli sport più amati, con un successo che ha portato la Federazione Italiana Tennis e Padel a contendersi il primato con il calcio. Merito di campioni vincenti, del <em>&#8220;Silcaraz&#8221;</em>, un neologismo che si studia nelle business school, di un nuovo entusiasmo per uno sport oggettivamente meraviglioso, coperture televisive imponenti, economie e sponsor che sostengono grandi eventi e tornei in tutto il mondo. Fatto sta che le luci di questa ribalta riguardano economie terziarie e manifatturiere, si confrontano con la ricerca e la sostenibilità ambientale, e così le palline diventano componenti tutt&#8217;altro che trascurabili in questa storia. Anche perché sono oggetti complessi — diverse in funzione delle superfici e dei marchi — fatte di due componenti, la mescola in gomma pressurizzata — morbida e senza componenti tossiche — e il feltro, in un equilibrio che determina durata, accelerazione, velocità. La loro centralità si intuisce bene quando prima del servizio i giocatori le tengono tra le mani — le toccano, le esaminano, le selezionano. Secondo dati attendibili sono circa 400 milioni le palline che si utilizzano ogni anno nel mondo, che corrispondono a un potenziale di riciclo di 20.000 tonnellate; in Italia la stima parla di 10 milioni per un potenziale di 500 tonnellate.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono numeri importanti che mostrano come la frontiera del riciclo sia un segmento trasversale che unisce stile di vita, ricerca, innovazione, riuso creativo delle risorse. È con questa cultura e questo sguardo visionario che è nata RETURN, società benefit fondata da Marco Giampieretti — imprenditore e docente dell&#8217;Università di Padova — che nel metodo agisce come network e nel merito seleziona e mette a sistema ogni componente della filiera del tennis e delle palline.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia si sviluppa tra il Veneto e le Marche e promette di unire i presupposti e il <em>committment</em> dell&#8217;economia circolare con una risorsa che esce dal tennis come materia vergine e torna al tennis come MPS, materia prima seconda. È un impianto intellettuale prima che produttivo, in cui ogni fase e ogni output è brevettato, per una produzione totalmente made in Italy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il processo, all&#8217;origine del modello di business, comprende azioni di engagement, relazione e produzione diversificata, e avviene in più fasi con una filiera virtuosa e partnership con imprese leader di ogni singolo settore. Si comincia con la raccolta e il recupero delle palline cui segue la macinazione — curata dall&#8217;impresa LaPrima Plastics di Isola Vicentina — che separa la gomma dal feltro e crea microgranuli e palline di feltro tipo fiori di cotone dove permane la traccia del giallo ma predomina la tonalità grigio/verde. A quel punto la pallina si è trasformata in nuova potenziale materia di progetto che il sistema RETURN sviluppa in due principali direttrici. La prima è il segmento suole per scarpe prodotte dalla Svig di Vittorio Veneto — sneakers sportsystem, prodotto lifestyle e moda. La peculiarità di questa suola è duplice: sul piano estetico si distingue per l&#8217;aspetto originale della mescola, il punto di colore e la puntinatura random che la rende unica; sul piano della resa a ogni paio corrisponde una pallina considerato che l&#8217;utilizzo di materiale riciclato oscilla tra il 20 e il 30%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda è il segmento delle superfici per lo sport sviluppato con la marchigiana Casali di Falconara, storica industria italiana che dal 1936 progetta e produce sistemi e prodotti per l&#8217;edilizia specializzata — in particolare membrane prefabbricate e prodotti liquidi per l&#8217;impermeabilizzazione degli edifici — e che dal 1992 ha dato vita alla linea di superfici tecniche in resina, Casali Sport, con oltre 9.000 realizzazioni per importanti centri sportivi, municipalità, eventi indoor e outdoor. Soluzioni sicure, performanti, sostenibili e durevoli, dotate di comfort biomeccanico, frutto di ricerca e innovazione. L&#8217;azienda, tra i leader mondiali per pavimentazioni sportive, produce una vasta gamma di prodotti, tutto quello che serve per passare da una superficie grezza a una superficie sportiva adatta ad accogliere le performance degli atleti. L&#8217;innovazione sul prodotto, il servizio e i significati hanno orientato l&#8217;impegno nel progetto RETURN, con la messa a punto di una superficie in resina acrilica per il tennis dall&#8217;anima verde. Il Supersoft Return, classe ITF3, è il campo realizzato con uno strato elastico ecoperformante, colato in opera, composto da polverino di gomma riciclata, proveniente dalle palle da tennis esauste, e offre prestazioni professionali e da competizione. Il polverino, agglomerato con resina legante, si presenta come materiale spalmabile e mantiene le proprietà elastiche e meccaniche che caratterizzano la materia prima pre-riciclo, assicurando un&#8217;eccellente funzione ammortizzante.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="944" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image0-944x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15815" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image0-944x1024.jpg 944w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image0-277x300.jpg 277w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image0-768x833.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/image0.jpg 1007w" sizes="auto, (max-width: 944px) 100vw, 944px" /><figcaption class="wp-element-caption">Screenshot</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="734" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/tech-734x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15820" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/tech-734x1024.jpg 734w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/tech-215x300.jpg 215w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/tech-768x1072.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/tech.jpg 917w" sizes="auto, (max-width: 734px) 100vw, 734px" /></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="876" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/suole-scarpe--876x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15822" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/suole-scarpe--876x1024.jpg 876w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/suole-scarpe--257x300.jpg 257w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/suole-scarpe--768x898.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/suole-scarpe--1314x1536.jpg 1314w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/suole-scarpe-.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 876px) 100vw, 876px" /><figcaption class="wp-element-caption">Suole riclicate</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">E così si chiude il cerchio — dal tennis si arriva, al tennis si ritorna. Quello di RETURN è un meccanismo virtuoso che però poggia sulla necessità di attivare un articolato networking delle filiere del tennis rispetto a beni e servizi, una stakeholder engagement capace di agire sulla motivazione, la premialità, l&#8217;appartenenza e la responsabilità sociale. In tutto questo il meccanismo di raccolta delle palline è parte fondamentale del progetto d&#8217;impresa e del modello di business. Con questa consapevolezza si è strutturata un&#8217;imponente infrastruttura di relazioni con partner tecnici e scientifici importanti e autorevoli, necessaria a socializzare e posizionare l&#8217;iniziativa — la FITP prima di tutto, ma anche ENEA e Dunlop Sports Italia e con la presenza ai grandi eventi del tennis italiano, tra cui le ATP Finals, Next Gen e il Trofeo Bonfiglio. E si è attivata una modalità per coinvolgere i circoli italiani, soggetti irrinunciabili del progetto, con la prospettiva di allargare il raggio d&#8217;azione ad altri paesi europei, sostenibili rispetto a logistica normativa e trasporti. Senza dimenticare che la visibilità dell&#8217;iniziativa viene anche da tornei, eventi, iniziative e attivismo dal basso. La partnership con Dunlop è essenziale ma non unica, così come lo è il Green Slam, un distributore automatico che lavora sull&#8217;idea del vuoto a rendere, con una prima forma di premialità dove l&#8217;incentivo è a lasciare le vecchie palline per un tubo nuovo. In RETURN giurano che presto i circoli italiani avranno questo distributore automatico, un&#8217;occasione per giocare sempre con palle buone come impegno etico per l&#8217;ambiente. Il target è definito, l&#8217;obiettivo è raccogliere 5 milioni di palline entro il 2030 a cui corrispondono 250 tonnellate di materiale riciclato. Del resto, <em>nomen omen</em>. <em>&#8220;Return&#8221;</em> nel linguaggio tennistico è la risposta al servizio, una metafora se riferita alla questione ambientale; <em>&#8220;Return&#8221;</em> è l&#8217;accesso a una seconda vita, a un&#8217;altra possibilità; <em>&#8220;Return&#8221;</em> è il ritorno dentro lo stesso contesto, ontologico. Un po&#8217; come <em>time</em>, quel richiamo perentorio che sospende la pausa e fa ripartire il gioco.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sono necessarie circa 10.000 palline per creare un campo da tennis.</em></p>
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		<title>Sensualità a corte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 15:10:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte Report / XXI]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Assumere una dimensione insieme lirica e beffarda costituisce una chiave interpretativa preziosa per avvicinare la pratica di Enrico David, la cui poetica si colloca in un territorio di oscillazione calibrata tra analisi formale e un'ironia rarefatta, quasi in filigrana mozartiana.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="752" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Zenodoto-Study-for-a-bookcase-2024-752x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15810" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Zenodoto-Study-for-a-bookcase-2024-752x1024.jpg 752w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Zenodoto-Study-for-a-bookcase-2024-220x300.jpg 220w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Zenodoto-Study-for-a-bookcase-2024-768x1046.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Zenodoto-Study-for-a-bookcase-2024.jpg 1101w" sizes="auto, (max-width: 752px) 100vw, 752px" /><figcaption class="wp-element-caption">Zenodoto, 2024<br>Studio per una libreria<br>Matita su carta<br>68,5 x 50 cm<br>Courtesy l’artista</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">Assumere una dimensione insieme lirica e beffarda costituisce una chiave interpretativa preziosa per avvicinare la pratica di Enrico David, la cui poetica si colloca in un territorio di oscillazione calibrata tra analisi formale e un&#8217;ironia rarefatta, quasi in filigrana mozartiana. Questa postura — nutrita dalle radici del &#8220;natio borgo&#8221; marchigiano — agisce come una forza di emancipazione percettiva, una spinta a liberarsi dalle costrizioni della visione ordinaria per accedere a un immaginario più poroso, sensualmente stratificato. Come afferma l&#8217;artista: <em>&#8220;Deriva, disorientamento, delirio. Relazioni messe alla prova. Convivenze forzate, armonie improbabili. Penso al mio lavoro come ad una cosmologia, elementi sviluppati nel tempo nella speranza che diventino una sola cosa. L&#8217;idea della segretezza, della diversità, messaggi inseriti nel lavoro, missive. Il corpo è giocare con l&#8217;inspiegabile, siamo a capo di un impero che è un mistero. L&#8217;arte è dove puoi garantirti il diritto a non spiegare&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancona e il mare Adriatico — definito <em>&#8220;mare di servizio&#8221;</em> — emergono nel percorso dell&#8217;artista come coordinate incarnate, non solo geografiche: luoghi dove sedimentano sensazioni umide, percezioni sfasate, un erotismo sottilmente atmosferico. Qui, lo smarrimento diventa materia viva, una condizione che avvolge e disorienta, restituendo all&#8217;identità una vibrazione incerta, quasi liquida. Ad esempio il progetto espositivo al Castello di Rivoli elabora questo ritorno dopo la distanza degli anni Ottanta attraverso una cartografia di presenze sospese, relazioni implicite, tensioni latenti che si manifestano come corpi in transito tra visibilità e dissolvenza. La sospensione del giudizio e la rarefazione semantica diventano così strumenti che permettono alle metafore visive di affiorare in modo tattile, come superfici che si sfiorano senza mai collidere del tutto come in un romanzo di Tondelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">David ama procedere secondo una logica che sfugge alla linearità temporale, coltivando l&#8217;attrito tra opposti sensoriali — luce e ombra, fragilità mentale e densità materiale, attrazione e perturbazione — in una tessitura ritmica e pulsante. Nelle opere, fantasmi, attese e immagini temporalmente scivolate si legano al corpo come a un luogo di risonanza, rivelandone un&#8217;essenza che sembra aderire alla materia con una morbidezza intima, quasi epidermica. La complessità dell&#8217;oggetto si riduce così a forme essenziali ma intensamente vibrate, capaci di evocare una presenza sospesa, persino respirante. Il riferimento all&#8217;oggetto, come ricorda l&#8217;artista, è costitutivo del suo metodo: <em>&#8220;Il mondo del design e dell&#8217;arte applicata ha rappresentato il mio primo punto di accesso alla creatività. La matrice del funzionale, dell&#8217;oggetto d&#8217;uso o del décor è qualcosa a cui ho fatto ricorso nel tempo in diverse modalità. Al di là del riferimento autobiografico, rispecchia l&#8217;idea che queste cose prendano in alcuni casi le sembianze di prototipi per una vita migliore&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo orizzonte, la manualità assume una valenza quasi sensoriale: il disegno diventa un dispositivo generativo che modella e orienta trasformazioni materiche complesse, in cui fibre, superfici e volumi si contaminano come sostanze organiche in lenta fusione. Il tempo esteso della produzione si inscrive nella pelle stessa delle opere, generando un&#8217;atmosfera costruita per accumulo, dove ogni snodo formale funziona come una pulsazione, un segnale che contribuisce a un racconto fluido, in continua metamorfosi, capace di insinuarsi nelle pieghe percettive dello spettatore e di riformulare incessantemente la propria presenza.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Assumption-of-we-2014–2025-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15807" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Assumption-of-we-2014–2025-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Assumption-of-we-2014–2025-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Assumption-of-we-2014–2025.jpg 1125w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">L’ipotesi di noi, 2014–2025<br>Gesso polimerico, grafite, staffe in acciaio inossidabile e zoccolo in acciaio placcato in rame con patina bronzo<br>200 x 91 x 40 cm<br>Courtesy l’artista e White Cube, London</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="746" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Bulbous-Marauder-2008-746x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15808" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Bulbous-Marauder-2008-746x1024.jpg 746w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Bulbous-Marauder-2008-219x300.jpg 219w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Bulbous-Marauder-2008-768x1054.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Bulbous-Marauder-2008.jpg 1093w" sizes="auto, (max-width: 746px) 100vw, 746px" /><figcaption class="wp-element-caption">Predatore bulboso, 2008<br>Gouache su carta<br>116 x 83 cm<br>Speck Collection, Cologne</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="751" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Dinnisblumen-1999-751x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15809" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Dinnisblumen-1999-751x1024.jpg 751w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Dinnisblumen-1999-220x300.jpg 220w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Dinnisblumen-1999-768x1047.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/ENRICO-DAVID-Dinnisblumen-1999.jpg 1100w" sizes="auto, (max-width: 751px) 100vw, 751px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dinnisblumen, 1999<br>Lana su tela tinta<br>300 x 200 cm<br>Raf Simons Collection, Antwerp</figcaption></figure>
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		<title>Il Sacro Ferito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:56:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avevo pensato di selezionare le foto che qui presento già qualche tempo fa, dopo alcuni anni dagli eventi sismici disastrosi del 26 ottobre 2016, fenomeni che avevano seguìto quelli di agosto e hanno preceduto le scosse fatali di domenica 30 ottobre.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-castello-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15779" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-castello-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-castello-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-castello.jpg 1125w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/3-nocria-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15780" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/3-nocria-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/3-nocria-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/3-nocria.jpg 1125w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/12-camerino-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15781" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/12-camerino-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/12-camerino-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/12-camerino.jpg 1125w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">Avevo pensato di selezionare le foto che qui presento già qualche tempo fa, dopo alcuni anni dagli eventi sismici disastrosi del 26 ottobre 2016, fenomeni che avevano seguìto quelli di agosto e hanno preceduto le scosse fatali di domenica 30 ottobre. Erano trecento anni che il centro Italia non veniva colpito da un evento tettonico di una tale violenza da cambiarne, per sempre e in tutti i sensi, la fisionomia. Le immagini scelte sono state scattate nell&#8217;arco di quattordici mesi — senza alcuna velleità — con uno smartphone o, nel migliore dei casi, con una fotocamera amatoriale mentre ero impegnato nel recupero delle opere d&#8217;arte dagli edifici con forti danni e nella successiva campagna di realizzazione delle opere provvisionali finalizzate a scongiurare ulteriori crolli alle strutture. Le inquadrature, queste sì, sono attente, ma assolutamente prive di alcuna preparazione di set e scattate con l&#8217;immediatezza delle operazioni di sopralluogo e di recupero, sotto il costante controllo dei Vigili del Fuoco, che ci raccomandavano massima prudenza e rapidità di azione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fretta di agire in situazioni di pericolo di crollo, con la minaccia di repliche sismiche anche significative, il costante sottofondo di quei sordi boati che si avvertono solo nelle zone vicine alle faglie, mi hanno così regalato istantanee imperfette, un po&#8217; sfocate o mosse, talvolta con entrambi i difetti. Tuttavia ognuna di queste — alcune delle quali avevo scelto con il fondamentale supporto di Alberto Pellegrino per una piccola mostra autogestita negli spazi polivalenti della Pinacoteca «P. Tacchi Venturi» di San Severino Marche — sembra trasmetterci un sentimento vivo e forte. Così aveva sottolineato la scelta lo stesso sociologo, esperto di immagini e di comunicazione: <em>«Tutti questi reperti diventano personaggi di un dramma che non ha più come palcoscenico le ombre e le calde atmosfere delle chiesette di paese. Le Madonne Addolorate volgono gli occhi al cielo tra macerie di strade e relitti di campanili; si affacciano smarrite a ciò che rimane di un simulacro di porta. Eppure, fra tanto squallore, queste Marie (anche quando sono ridotte a pochi detriti appena intelligibili) non dimenticano di essere &#8220;Regine del Cielo&#8221; e stringono dolcemente fra le braccia il Bambino a voler ricordare di essere sempre una Mater misericordiae pronta ad accogliere la voce del popolo».</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi simulacri, scendendo forzatamente dagli altari cui sono consacrati, si animano fino a sembrare umani, trasmettendoci le paure, il dolore, la perplessità, lo smarrimento che le persone in carne, ossa, anima, provano in situazioni di criticità. Ecco il perché del titolo, che ho avuto in mente fin dal primo momento in cui ho pensato di raccogliere queste foto, recuperandole dalle decine di cartelle nelle quali rischiavano di perdersi per sempre. Ho davvero il serio timore che ciò accadrà, purtroppo, per la maggior parte delle nostre immagini digitali: queste svaniranno, perché i supporti magnetici saranno nel frattempo deperiti e i formati della memoria diverranno obsoleti e, quindi, illeggibili. Così, paradossalmente, nell&#8217;era in cui ognuno di noi ha scattato decine di migliaia di immagini, della propria vita non rimarrà memoria iconografica. Nelle case delle nostre famiglie resteranno i ritratti dipinti degli avi, alcuni pochi scatti dei nonni, solo qualche decina di foto dei genitori e dei primi trenta anni di vita di noi pre-millennials. Poi più nulla. Un preoccupato allarme in questo senso ha lanciato, già qualche anno fa, Vinton Gray Cerf — tra i padri di internet e vice presidente di Google.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/DSCN9817-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-15784" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/DSCN9817-1024x768.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/DSCN9817-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/DSCN9817-768x576.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/DSCN9817.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al titolo <em>&#8220;Scherza coi fanti e lascia stare i santi&#8221;</em>, che ho preso in prestito da uno dei passi più famosi della Tosca, mi auguro che esso non venga ritenuto irriguardoso: l&#8217;avevo volutamente scelto per esprimere un contrappunto rispetto a quella malinconia, quel disorientamento e quello stupore che ognuno di quei santi-fanti umanamente sembra volerci trasmettere, per esorcizzare la tragedia che abbiamo vissuto, ora che se ne avvicina il decennale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Foto sghembe e di bassa qualità, spesso sfocate e mosse, eppure sembrano trasmetterci vivissime emozioni: stupore, paura, straniamento. Un po&#8217; d&#8217;ironia, venata di immancabile dolore per quanto abbiamo perso, basteranno a farci esorcizzare tutto questo a dieci anni dal sisma?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con un po&#8217; di leggerezza — fermo restando l&#8217;incolmabile dolore che hanno comportato le gravissime perdite umane e materiali di cui conserveremo per sempre il ricordo — penso che sapremo meglio affrontare il lungo percorso di riabilitazione delle aree colpite da una così grave catastrofe, ora che la ricostruzione materiale sembra aver ingranato la giusta marcia. A patto però che la leggerezza sia riservata al ripensare ciò che ormai è passato e non c&#8217;è più possibilità di cambiare, ma che siano d&#8217;ora in poi la serietà e l&#8217;impegno al massimo livello a progettare un futuro anche per coloro che tenacemente resistono e sono attaccati a queste meravigliose terre appenniniche. Nella presentazione della mostra, così aveva scritto Maria Francesca Alfonsi: <em>«Cristini — come suo carattere — sceglie la serietà ironica e sapiente di &#8220;Scherza coi fanti e lascia stare i Santi&#8221; anche in quelle immagini che sono lì a ricordarci — con quegli sguardi clementi — che abbiamo poco tempo ancora per non disperdere definitivamente la superba memoria: non solo la grande arte, ma anche la lunghissima pratica democratica, poiché su questi monti nacque anzitempo l&#8217;idea d&#8217;Europa. Poco tempo contro l&#8217;umana indifferenza. E si sa, senza la memoria non si costruisce il futuro».</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Il Tuo silenzio è quello delle statue.</em> <em>Noi obliammo il segreto che diceva</em> <em>l&#8217;anima loro nuda, rivelata:</em> <em>ed ora il nostro spirito s&#8217;addorme</em> <em>polveroso tra polverosi volti.</em> <em>Torna ad essere sorgente, dura pietra,</em> <em>mazza, scalpello, forma che diviene;</em> <em>riporta l&#8217;orma tua dentro le vene</em> <em>nostre, sino a quando s&#8217;avverta il rombo</em> <em>del Tuo silenzio accompagnare il sangue.</em> Luca Ghiselli (1910-1939)</p>
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		<title>Molaroni il gesto fedele</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:46:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mostre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un'epopea, quella dell'impresa ceramica Molaroni, ancora viva a quasi 150 anni dall'apertura della fabbrica originaria, che ha creato un segno indelebile e determinante dell'identità ceramica di Pesaro storica e attuale. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;epopea, quella dell&#8217;impresa ceramica Molaroni, ancora viva a quasi 150 anni dall&#8217;apertura della fabbrica originaria, che ha creato un segno indelebile e determinante dell&#8217;identità ceramica di Pesaro storica e attuale. Lo ha dimostrato dal 16 novembre 2025 al 10 gennaio 2026, la mostra <em>&#8220;Molaroni, il gesto fedele&#8221;</em> allestita nella rinnovata Casa Bucci — ex storica sede dell&#8217;atelier del ceramista Franco Bucci (1933-2002), figura di spicco che con Nanni Valentini (1932-1985) aprì alla modernità del design degli anni &#8217;60-70 la produzione della ceramica d&#8217;uso e alla sua diffusione nel mercato europeo ed extraeuropeo. Viviana Bucci, curatrice della mostra, ha messo in luce nella diversità di tempi, materiali, stili, varie connessioni con le due imprese ceramiche pesaresi. Il &#8220;Laboratorio Pesaro&#8221;, fondato nel 1961 da Franco Bucci con Nanni Valentini, Filippo Doppioni e Roberto Pieracini, aveva sede in una parte degli spazi della stessa manifattura Molaroni, in via Luca Della Robbia: questa fucina di giovani artigiani, artisti, sperimentatori vi rimase fino al 1996, testando in prime sperimentali cotture in forno a legna la produzione di oggetti realizzati in nuovi materiali ceramici come il grès e il refrattario, arricchendo di nuova linfa la storica ceramica pesarese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una connessione filosofico-produttiva tra le due manifatture è l&#8217;aver portato bellezza nelle case dei pesaresi mantenendo alta la qualità dell&#8217;artigianato ceramico introducendo nel mercato un prodotto che &#8220;parlasse&#8221; di cura, di tradizione e innovazione insieme. Un proposito che è stato ampiamente apprezzato, come dimostra la longevità delle due manifatture accomunate dalla &#8220;fama&#8221; di qualità e dall&#8217;appartenenza al territorio, che ora è stato raccolto dai giovani eredi delle due imprese.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong><strong>Una lunga storia</strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1797 Vincenzo Rizzoli aprì l&#8217;attività nel porto di Pesaro. L&#8217;azienda fu poi rilevata nel 1880 da Vincenzo Molaroni che trasferì la fabbrica nel centro di Pesaro, dove ancora si trova. Appassionato di chimica e abile sia nell&#8217;arte pittorica, sia come imprenditore, in breve tempo Molaroni portò la manifattura allo stesso livello delle più prestigiose del tempo, ottenendo attestati e riconoscimenti di merito nelle principali esposizioni nazionali ed internazionali che continuarono anche nel secolo successivo. Coadiuvato da una stretta cerchia di valenti maestranze ed usando colori da sé stesso manipolati, Molaroni propose una ricca serie di decori storici quali l&#8217;Istoriato, le Grottesche, il modernissimo Liberty e motivi pittorici di sua invenzione come il caratteristico Raffaellesco blu.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal Novecento ad oggi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In tempi più vicini (1912), Francesco Molaroni rimise a punto la tecnica del &#8220;terzo fuoco&#8221;, ampliando la gamma delle decorazioni con i motivi della Rosa e della Margherita, tipici soggetti pesaresi del Settecento. Nel 1934 la conduzione dell&#8217;azienda passò alla moglie di Francesco, Adriana Ghiselli che aprì a nuove forme plastiche e al policromato, in un insieme di inediti motivi floreali. Dal 1952, ad Adriana fecero seguito le figlie Magda e Gabriella, abili pittrici ed aperte al modernismo che assunsero giovani seguaci del nuovo movimento artistico di Leon Lorenzo Loreti. Gabriella proseguì da sola l&#8217;attività fino al 1982, anno in cui la figlia, Marcella Molaroni, le successe continuando per quarant&#8217;anni, con passione e successo, la produzione storica introducendo nuove forme e decori. Nel 2018 l&#8217;azienda passò nelle mani dei figli Gianlorenzo e Pierleone.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La produzione attuale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La manifattura Ceramiche Artistiche Molaroni, dal 1880 produce maioliche di arredamento interamente realizzate a mano, ancora nella sede storica di Pesaro. L&#8217;eleganza delle forme e la raffinatezza dei decori esclusivi sono rimaste intatte durante tutta la storia ultra centenaria dell&#8217;azienda, una delle manifatture ceramiche più antiche del panorama internazionale. I capolavori, interamente dipinti a mano da grandi artisti, rendono unica la produzione ancora attuale di vasi, anfore, centrotavola, piatti, lampade, portagioie, e oggetti da studio.</p>
</div>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="656" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ruggeri16_interno-villino-1024x656.jpg" alt="" class="wp-image-15767" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ruggeri16_interno-villino-1024x656.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ruggeri16_interno-villino-300x192.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ruggeri16_interno-villino-768x492.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ruggeri16_interno-villino.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>My Forever Friends. Le borracce del desiderio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 14:12:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altroche nasce per caso ma attinge al mio adolescenziale amore per la moda, quando, negli anni '70, nasceva il prêt-a-porter e il mondo era invaso da Versace, Albini, Coveri, Armani, Ferrè, Krizia, solo per citarne alcuni. Erano i veri anni della moda e il mio fu vero amore</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3624-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15745" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3624-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3624-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3624.jpg 1125w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">Un tempo era funzionale a certe esperienze trekking, escursioni, condizioni atmosferiche variabili — oppure era legata alla gruppetta — lunch della mobilità <em>ante litteram</em>, e anche la sua forma era sostanzialmente standardizzata in alcune tipologie classiche. Oggi è un oggetto irrinunciabile, soprattutto per il messaggio che contiene e l&#8217;appartenenza che trasmette. La borraccia è corretta e sostenibile rispetto alla bottiglietta in plastica che inquina; è creativa, qualche volta è d&#8217;autore, spesso è <em>ton sur ton</em>; è un gadget che crea appartenenza. Oggi è tra gli oggetti più densi di significato, un dispositivo di dialogo, un accessorio immancabile nello stile di vita contemporaneo, una nuova e buona abitudine che accoglie l&#8217;acqua delle sorgenti, quella del Sindaco, quella delle fontane. In questo segmento la ricerca progettuale è a tutto campo — tecnica e tecnologica, grafica e di comunicazione. Giacomo Fava — architetto e designer marchigiano eclettico e talentuoso — ha ideato e progettato una curiosa collezione di borracce dal nome accattivante, una famiglia di oggetti che guarda soprattutto al segmento infanzia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>My Forever Friends</em> è espressione di un design affettivo, una frontiera dove il prodotto di uso quotidiano supera la dimensione del consumo per diventare oggetto con cui attivare una relazione, a partire dall&#8217;idea che la durabilità emozionale sia oggi importante quanto la durabilità tecnica. La collezione reinterpreta la borraccia e la trasforma in una piccola architettura sensoriale, pensata per essere amata e conservata nel tempo. Così animali archetipici — panda, unicorni, mucche, cani, gatti — diventano icone di un immaginario universale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tecnicamente e formalmente le superfici morbide e monocromatiche, la tattilità soft-touch, la cura nelle proporzioni e nelle silhouette evocano un minimalismo empatico e affettuoso. Nessuna grafica superflua, nessun eccesso, solo forma, texture, carattere. È la dimostrazione che il design per l&#8217;infanzia può aspirare a un&#8217;estetica adulta, sofisticata, riconoscibile. Le borracce rispettano severi e rigorosi protocolli di sicurezza, qualità e cultura del materiale: sono realizzate in acciaio inox 18/8, con rivestimento interno SAE 304, isolamento a vuoto (24h cold/12h hot), tappo soft-touch a tenuta stagna, materiali senza BPA, struttura antigraffio e base antiscivolo. Sono scelte tecniche che soddisfano temi centrali del design contemporaneo: il benessere e la salute quotidiana, la sostenibilità dell&#8217;uso e non solo del materiale, la longevità del prodotto come gesto culturalmente responsabile.</p>



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		<title>ADI Marche-Abruzzo-Molise. Le eccellenze premiate</title>
		<link>https://mappelab.it/adi-marche-abruzzo-molise-le-eccellenze-premiate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:59:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Compasso d’Oro è uno dei premi più antichi e prestigiosi nel mondo del design, istituito nel 1954 da Gio Ponti e gestito dal 1956 da ADI (Associazione per il Disegno Industriale). Il premio mira a valorizzare il design italiano di qualità, riconoscendo prodotti e progetti che si distinguono per innovazione, estetica e funzionalità. Ogni edizione seleziona oggetti e soluzioni capaci di migliorare la vita quotidiana e rappresentare il meglio del Made in Italy.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Il Compasso d&#8217;Oro è uno dei premi più storici e autorevoli nel mondo del design, istituito nel 1954 da Gio Ponti e gestito dal 1958 da ADI — Associazione per il Disegno Industriale. Il prestigioso riconoscimento mira a valorizzare la cultura del progetto, premiando oggetti, servizi e processi che rappresentano l&#8217;eccellenza del design industriale.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2015 è stata istituita una edizione speciale del premio, con l&#8217;obiettivo di aprire il confronto a una dimensione globale. Il Compasso d&#8217;Oro International Award ha una cadenza tematica ed è aperta ad aziende e progettisti di tutto il mondo. Ogni edizione internazionale è dedicata a un tema di particolare rilevanza contemporanea, scelto per stimolare la riflessione sul ruolo del design nella società e nelle sue trasformazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In occasione di Expo 2025 Osaka è stata indetta la terza edizione del Compasso d&#8217;Oro International Award sul tema <em>Designing Future Society for Our Lives</em>: un invito a immaginare come il design possa contribuire alla costruzione di una società più sostenibile, equa e connessa, capace di valorizzare la vita delle persone in tutte le sue dimensioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza edizione del Compasso d&#8217;Oro International Award, conclusa con la premiazione ad Osaka il 5 settembre, è stata indetta in collaborazione con il Commissariato Generale per l&#8217;Italia a Expo 2025 e con il supporto del BIE — Bureau International des Expositions che governa le Esposizioni Universali, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. La cerimonia di premiazione ha avuto il patrocinio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. I progetti vincitori sono stati esposti in mostra presso il Padiglione Italia fino alla chiusura di Expo 2025 il 13 ottobre sono stati allestiti in una mostra dedicata all&#8217;ADI Design Museum a Milano dal 9 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Compasso d&#8217;Oro International Award rappresenta un ponte tra la tradizione del design italiano e le sfide globali del futuro: una preziosa occasione per contribuire al dialogo tra visioni, esperienze e soluzioni progettuali provenienti da contesti culturali e geografici diversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I progetti premiati hanno evidenziato alcune direzioni del design contemporaneo, con orientamenti verso il benessere e la salute degli individui (dispositivi medici accessibili, sistemi di monitoraggio e soluzioni di cura), verso la sostenibilità e responsabilità ambientale (materiali riciclati e bio-based, processi di economia circolare e soluzioni a basso impatto sulle risorse naturali), verso la tecnologia al servizio della vita (robotica, piattaforme digitali e intelligenza artificiale al servizio dell&#8217;inclusione sociale e miglioramento della qualità degli spazi). Il design manifesta un crescente recupero di arti e mestieri, reinterpretando archetipi domestici e creando nuove sintesi tra memoria e futuro. Il progetto assume sempre più un ruolo narrativo, attraverso oggetti e sistemi che raccontano storie, stimolano emozioni e rafforzano la connessione tra individui e comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La giuria internazionale, presieduta da Maite García Sanchis e composta da Luciano Galimberti, Yongqi Lou, Mario Vattani e Matteo Vercelloni, ha evidenziato una <em>&#8220;grande ricchezza espressiva, coniugata a senso di responsabilità e impegno&#8221;</em>, riconoscendo nel design un vero e proprio linguaggio universale capace di superare i confini nazionali e di affrontare le sfide globali con innovazione, qualità e sostenibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i riconoscimenti assegnati in questa edizione ci sono ben 5 eccellenze dei nostri territori che si sono distinte con 3 Compassi d&#8217;Oro su 20 e 2 Menzioni d&#8217;Onore su 35: iGuzzini, premiata con il Compasso d&#8217;Oro per il progetto Agorà disegnato da Wilmotte &amp; Industries; ARIAFINA, premiata con il Compasso d&#8217;Oro per il progetto Ariachef Pro disegnato da Fabrizio Crisà; Fratelli Guzzini premiata con il Compasso d&#8217;Oro per Eco-Packly disegnato da Roberto Giacomucci; Cordivari premiata con Menzione d&#8217;Onore con il progetto Run disegnato da Monica Alegiani e Vanessa Massacci; Elica, premiata con Menzione d&#8217;Onore per LHOV disegnato da Fabrizio Crisà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo riconoscimento non rappresenta solo un prestigioso merito progettuale, ma un posto nella storia del design italiano. Ogni progetto premiato entra a far parte della Collezione permanente del Compasso d&#8217;Oro affiancando circa 2500 opere che raccontano l&#8217;evoluzione del design e della società dagli anni &#8217;50 ad oggi. Questo archivio, custodito dalla Fondazione ADI, è stato riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali nel 2004 come <em>&#8220;bene di eccezionale interesse artistico e storico&#8221;</em> inserendolo nel patrimonio nazionale. Il volume del Compasso d&#8217;Oro International Award <em>Your Design for Better Lives</em> edito da ADI rappresenta una fotografia contemporanea del design internazionale in rapporto ai temi del salvare, potenziare e connettere vite: ovvero il contributo del design nel progettare la società futura.</p>



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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:50%">
<figure class="wp-block-image size-full d-block w-100"><img loading="lazy" decoding="async" width="1500" height="843" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Agora.jpg" alt="" class="wp-image-15734" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Agora.jpg 1500w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Agora-300x169.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Agora-1024x575.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Agora-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></figure>



<h4 class="wp-block-heading">Agorà — Premio Compasso d&#8217;Oro Internazionale</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Azienda</strong>: iGuzzini<br><strong>Designer</strong>: ilmotte &amp; Industries</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Motivazione</strong><br>Compasso d&#8217;Oro per aver sintetizzato in una forma semplice e compiuta un sistema di illuminazione complesso e variabile, con ottiche appositamente disegnate. Il progetto della luce si fonde con quello dell&#8217;oggetto che la contiene. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Descrizione<br></strong>Compatto e ad alte prestazioni, Agorà è un proiettore architetturale pensato per piazze e spazi urbani. Offre una gamma flessibile di ottiche e temperature colore, con un ridotto impatto visivo e ambientale. La tecnologia brevettata Opti Beam integra lente, rifrattore e riflettore per ottimizzare la qualità dell&#8217;emissione e l&#8217;efficacia dell&#8217;illuminazione con LED multichip e CoB. Il fascio luminoso è uniforme, netto, senza aberrazioni cromatiche, potente fino a 50.000 lm. Agorà combina eleganza formale, funzionalità e versatilità applicativa. Grazie alle sue dimensioni ridotte e all&#8217;ampia serie di accessori, si adatta con facilità a diversi contesti urbani. Una tecnologia che valorizza lo spazio pubblico, favorendo vivibilità e sicurezza.</p>



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<figure class="wp-block-image size-full d-block w-100"><img loading="lazy" decoding="async" width="1500" height="1473" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Eco-Packly.jpg" alt="" class="wp-image-15736" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Eco-Packly.jpg 1500w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Eco-Packly-300x295.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Eco-Packly-1024x1006.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Eco-Packly-768x754.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></figure>



<h4 class="wp-block-heading">Eco-Packly — Premio Compasso d&#8217;Oro Internazionale</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Committente</strong>: Fratelli Guzzini<br><strong>Designer</strong>: Roberto Giacomucci</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Motivazione</strong><br>Compasso d&#8217;Oro per aver progettato un contenitore pieghevole multiuso e salvaspazio in plastica riciclata. La struttura a fisarmonica consente di ridurne il volume quando non in uso, grazie a un&#8217;innovativa tecnica di stampaggio seriale. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Descrizione<br></strong>Eco-Packly è un contenitore multifunzione, salvaspazio ed ecologico. Si adatta con versatilità a ogni ambiente domestico e a molteplici usi: può essere impiegato per la raccolta differenziata, come cesta portabiancheria, contenitore per giocattoli o per altre esigenze di storage. La struttura pieghevole lo rende facile da richiudere, spostare e riporre quando non in uso. Realizzato in plastica riciclata post-consumo e 100% riciclabile, ha un basso impatto ambientale anche in fase di trasporto e stoccaggio, grazie alla forma compattabile che riduce il volume di circa il 60%. Resistente agli urti, igienico e facilmente lavabile, Eco-Packly unisce funzionalità, design e sostenibilità in un prodotto pratico ed essenziale.</p>



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<figure class="wp-block-image size-full d-block w-100"><img loading="lazy" decoding="async" width="1500" height="1113" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/LHOV.jpg" alt="" class="wp-image-15738" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/LHOV.jpg 1500w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/LHOV-300x223.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/LHOV-1024x760.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/LHOV-768x570.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></figure>



<h4 class="wp-block-heading">LHOV — Menzione d&#8217;Onore</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Committente</strong>: Elica<br><strong>Designer</strong>: Fabrizio Crisà</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Descrizione</strong><br>Si scrive Lhov, si legge love. È l&#8217;elettrodomestico che mancava nella cucina contemporanea: unisce cappa, piano cottura e forno in un&#8217;unica soluzione dal design elegante, che ottimizza lo spazio e valorizza le linee della cucina. Nessun angolo sporgente: il sistema di aspirazione è nascosto, mentre il forno, più ampio degli standard e posizionato a un&#8217;altezza ergonomica, lascia spazio per ulteriori vani contenitori. Lhov offre una nuova esperienza in cucina: funzionale, intuitiva e piacevole. Il sistema di aspirazione rimuove vapori e odori, attivandosi anche all&#8217;apertura del forno. Il controllo vocale e il display smart touch rendono l&#8217;interazione semplice e coinvolgente.</p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:50%">
<figure class="wp-block-image size-full d-block w-100"><img loading="lazy" decoding="async" width="1500" height="1125" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ariachef-Pro.jpg" alt="" class="wp-image-15735" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ariachef-Pro.jpg 1500w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ariachef-Pro-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ariachef-Pro-1024x768.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Ariachef-Pro-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></figure>



<h4 class="wp-block-heading">Ariachef Pro — Premio Compasso d&#8217;Oro Internazionale</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Azienda</strong>: ARIAFINA<br><strong>Designer</strong>: Fabrizio Crisà</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Motivazione</strong><br>Compasso d&#8217;Oro per aver progettato un elemento per cucinare che integra cottura e aspirazione in un unico blocco monolitico, spostabile su ruote in ogni ambiente della casa. Un dispositivo domestico per creare uno spazio cucina in totale libertà. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Descrizione<br></strong>Essenziale e compatto, Ariachef Pro integra cottura e aspirazione in un design monolitico, in grado di trasformare qualsiasi ambiente in una cucina a vista. Un&#8217;unica superficie in vetro racchiude tutte le funzioni operative, mentre il controllo è affidato a grandi manopole dal design professionale. Mobile e montato su ruote, il corpo ospita un sistema di filtraggio ad alte prestazioni che ne consente l&#8217;uso anche in ambienti chiusi. Il piano a induzione supporta la funzione bridge, ottimale per le piastre teppanyaki, ed è progettato per aspirare i fumi di cottura dal centro tramite un oblò inclinabile, removibile e lavabile. I vapori passano attraverso tre filtri — antigrasso, aria e deodorante — per una depurazione completa. Ideale per lo show cooking, Ariachef Pro unisce estetica, funzionalità e trasparenza.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<figure class="wp-block-image size-full d-block w-100"><img loading="lazy" decoding="async" width="1072" height="1500" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Run.jpg" alt="" class="wp-image-15737" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Run.jpg 1072w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Run-214x300.jpg 214w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Run-732x1024.jpg 732w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Run-768x1075.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1072px) 100vw, 1072px" /></figure>



<h4 class="wp-block-heading">Run — Menzione d&#8217;Onore</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Azienda</strong>: Cordivari<br><strong>Designer</strong>: Monica Alegiani, Vanessa Massacci</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Descrizione</strong><br>Eleganza e minimalismo incontrano tecnologia e alte prestazioni nel ventilconvettore caldo/freddo Run, ultrasottile e silenzioso, ideale per la climatizzazione domestica in ogni stagione. Una sequenza di linee verticali attraversa il pannello frontale, creando un gioco simmetrico di luci e ombre, capace di valorizzare ogni stile di arredo. Accensione, temperatura e velocità della ventola possono essere controllati dall&#8217;interfaccia touch o da remoto tramite smartphone, grazie all&#8217;app dedicata. Run offre funzioni di riscaldamento, raffreddamento e deumidificazione. In ottica di sostenibilità, ha una scocca in alluminio riciclato ed è verniciato con polveri epossidiche ecologiche. È disponibile in oltre 80 colori, con finiture lucide, opache o materiche, per un equilibrio perfetto tra estetica ed efficienza.</p>
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		<title>Ideal Blue. Un modello di partnership volto a un successo condiviso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fondata nel 1976 da Piero Moretti e Teresa Stocchi, Ideal Blue trasforma da cinquant'anni la passione per il prodotto in una manifattura tessile di alto livello. Dopo gli inizi come abili fasonisti in campo sartoriale, l'azienda ha saputo orientare con intuizione la propria eccellenza, nel 1999, verso il settore del denim di fascia alta, arrivando a operare su scala internazionale al fianco dei brand d'avanguardia più prestigiosi al mondo. </p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15724" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-683x1024.jpg 683w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-200x300.jpg 200w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-768x1152.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">Fondata nel 1976 da Piero Moretti e Teresa Stocchi, Ideal Blue trasforma da cinquant&#8217;anni la passione per il prodotto in una manifattura tessile di alto livello. Dopo gli inizi come abili fasonisti in campo sartoriale, l&#8217;azienda ha saputo orientare con intuizione la propria eccellenza, nel 1999, verso il settore del denim di fascia alta, arrivando a operare su scala internazionale al fianco dei brand d&#8217;avanguardia più prestigiosi al mondo. Oggi l&#8217;azienda è in grado di supportare l&#8217;intero processo di industrializzazione del capo, dall&#8217;ideazione alla logistica, garantendo funzionalità operativa e privacy assoluta durante la realizzazione dei nuovi modelli. Ideal Blue si differenzia nel panorama europeo per aver rivoluzionato il concetto tradizionale di manifattura, sostituendo la logica cliente-fornitore con un modello di partnership volto a un successo condiviso. Questo approccio si riflette in una struttura dove tutti i cicli produttivi sono gestiti internamente in reparti interconnessi, assicurando massima efficienza dalla prototipazione alla produzione finale. La costante ricerca del miglioramento si sposa con un profondo impegno verso la responsabilità ambientale, che ha reso l&#8217;azienda una delle poche realtà capaci di trasformare il lavaggio industriale del jeans grazie alla tecnologia laser. Attualmente la struttura si divide in due stabilimenti per un totale di 10.000 metri quadrati, conta 140 dipendenti e una produzione annua di 300.000 capi. Gestita oggi dalla seconda generazione della famiglia con Sara, Marco e Silvia Moretti, quest&#8217;ultima nel ruolo di amministratore delegato, dialoga con l&#8217;artista Giovanni Gaggia per raccontare la propria storia, il futuro e il profondo rapporto con l&#8217;arte, consolidato anche attraverso la partnership tecnica per il progetto <em>BLU: il colore della cuccagna</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Ci conosciamo dai primi anni Novanta: abbiamo frequentato le superiori insieme, sezione grafica, alla Scuola del Libro. Se torno indietro con il pensiero e ti rivedo com&#8217;eri allora, non ti avrei mai immaginata come responsabile di un&#8217;azienda — quella della tua famiglia, a Urbania, L&#8217;Ideal Blu. Ma da qualche parte nel mondo a ricercare uno stato di libertà. Sono stati anni belli quelli che abbiamo vissuto, in cui il disegno e, in particolare, la progettazione sono diventati, in maniera diversa per l&#8217;uno e per l&#8217;altra, la base del nostro lavoro. Ti ritrovai nei primi anni duemila, quando feci una piccola personale nella tua città. Mi regalasti una giacca di una linea che tentavi di mandare in produzione, <em>&#8220;Il de Vie&#8221;</em>: il concept ruotava attorno agli abiti dei nostri nonni. Ho ancora quel capo. Rischiò di bruciare in un locale: mi appoggiai a una lampada incandescente e così, sulla spalla destra, comparve un ricamo — in oro — a forma di cuore. Mi racconti le connessioni tra la tua formazione e il lavoro che ti sei trovata a fare? Quanto ti sei portata con te di quegli anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Durante la mia formazione, la consegna dei progetti rappresentava sempre un momento cruciale, e quella grinta che mi teneva sveglia fino a notte fonda per rispettare le scadenze è diventata un punto di forza anche nel mio lavoro odierno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> L&#8217;azienda era di tuo padre: qual è oggi il legame con la tua terra?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Ideal Blu è stata fondata dai miei genitori e ha compiuto 50 anni proprio nel gennaio 2026. Io e i miei fratelli lavoriamo al suo interno da circa 27 anni: il passaggio generazionale è stato molto lento e questo ci ha permesso di portare avanti una tradizione familiare. Il legame che ho con il territorio passa anche attraverso questo forte senso di appartenenza familiare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="681" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-1024x681.jpg" alt="" class="wp-image-15726" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-1024x681.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-300x199.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-768x510.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Producete capi in jeans e siete nel distretto del denim. Come si è sviluppato questo mercato proprio a Urbania e nelle zone limitrofe?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> I primi laboratori di cucito iniziarono a nascere intorno agli anni &#8217;50, per poi dare vita, tra la fine degli anni &#8217;60 e gli anni &#8217;80, alla famosa &#8220;Jeans Valley&#8221;, che contava quasi 300 aziende coinvolte nella filiera del prodotto, tra cui anche la nostra. Sicuramente molti giovani coraggiosi si sono messi in gioco, hanno fatto comunità attorno a un obiettivo comune e, insieme, sono cresciuti diventando veri imprenditori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Lavorate per grandi marchi della moda e realizzate le idee degli stilisti. Mi racconteresti la modalità di lavoro, come si passa dall&#8217;idea alla realizzazione?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Il punto alla base di un buon risultato è l&#8217;ascolto. Comprendere chi si ha di fronte è fondamentale: c&#8217;è un grande lavoro di conoscenza e ricerca. Una volta entrati in confidenza con il gusto e le attitudini del brand, si può costruire. Ogni idea viene trasformata secondo il linguaggio del cliente e noi entriamo in sintonia con lui, proponendo soluzioni artigianali ma anche tecnologiche, realizzabili in accordo con la sua visione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Ho visitato l&#8217;azienda di recente e ho notato una grande attenzione all&#8217;ambiente. Sappiamo che, per chi lavora come voi con questo tessuto, si tratta di un ambito complesso: da una parte la tintura, dall&#8217;altra lo scarto, la campionatura e il tessuto dismesso. Come affrontate questi aspetti?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Da diversi anni abbiamo deciso di fare la nostra parte, spinti innanzitutto dal desiderio di modificare alcuni processi legati ai trattamenti sul capo finito, che prevedevano l&#8217;impiego di sostanze chimiche e l&#8217;utilizzo di ingenti quantità di acqua. In secondo luogo, abbiamo scelto di adeguarci alle nuove direttive in materia di certificazioni che, fortunatamente, stanno entrando in vigore e regolamentano l&#8217;intera filiera. Non da ultimo, abbiamo affrontato il tema delle quantità di tessuto scartate durante il processo produttivo. A questo proposito abbiamo avviato diverse collaborazioni come gruppo, con l&#8217;obiettivo di destinare questi scarti ad aziende in grado di trasformarli nuovamente in tessuto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-15727" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Utilizzate il disegno laser non soltanto per tracciare linee, ma anche per realizzare bagni di colore. Perché questa scelta e quale impatto ha sull&#8217;ecologia?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> La tecnologia laser rappresenta per noi il futuro. Abbiamo introdotto questa tecnologia in manifattura e siamo stati i primi a &#8220;laserare&#8221; il tagliato prima della confezione: un processo che oggi viene utilizzato da diverse aziende e che per noi è motivo di grande orgoglio. Il laser ci consente di personalizzare e nobilitare il tessuto e, soprattutto, di ottenere effetti di trattamento riducendo drasticamente l&#8217;uso di acqua. Un passo importante avanti sul fronte della sostenibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Come immagini il futuro del jeans? Potrà mai diventare ecosostenibile e, se sì, in che modo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Il jeans è un prodotto vivo, capace di reinventarsi nel tempo. È uno dei prodotti più iconici al mondo e posso affermare che la strada verso l&#8217;ecosostenibilità è già stata intrapresa da molti: servono attenzione, trasparenza e, soprattutto, rispetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il blu tra storia materiale e pratiche contemporanee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:39:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, il tempo sembra rallentare tra le pietre antiche dell'Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel silenzio del suo chiostro medievale, protetto da mura che da secoli custodiscono storie e presenze, si trova un luogo speciale: il Museo dei Colori Naturali dedicato a Delio Bischi, studioso appassionato e infaticabile ricercatore storico.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="769" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Geografie-Blu.-Giulia-Marchi-La-valigia-del-sarto.-Le-vesti-del-santo-2025-installazione-Courtesy-l_artista-e-LABS-Gallery-Bologna-ph-Raffaella-Ballerini-1024x769.jpg" alt="" class="wp-image-15720" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Geografie-Blu.-Giulia-Marchi-La-valigia-del-sarto.-Le-vesti-del-santo-2025-installazione-Courtesy-l_artista-e-LABS-Gallery-Bologna-ph-Raffaella-Ballerini-1024x769.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Geografie-Blu.-Giulia-Marchi-La-valigia-del-sarto.-Le-vesti-del-santo-2025-installazione-Courtesy-l_artista-e-LABS-Gallery-Bologna-ph-Raffaella-Ballerini-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Geografie-Blu.-Giulia-Marchi-La-valigia-del-sarto.-Le-vesti-del-santo-2025-installazione-Courtesy-l_artista-e-LABS-Gallery-Bologna-ph-Raffaella-Ballerini-768x577.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Geografie-Blu.-Giulia-Marchi-La-valigia-del-sarto.-Le-vesti-del-santo-2025-installazione-Courtesy-l_artista-e-LABS-Gallery-Bologna-ph-Raffaella-Ballerini.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/6GEOG1-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15721" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/6GEOG1-683x1024.jpg 683w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/6GEOG1-200x300.jpg 200w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/6GEOG1-768x1152.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/6GEOG1.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph">A poco più di un anno dalla sua conclusione, <em>Blu: il colore della cuccagna</em>, progetto di dossier di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, costituisce oggi un caso di studio significativo per leggere le possibilità di riattivazione di un territorio attraverso pratiche artistiche che eccedono la dimensione puramente estetica o narrativa. Nel Pesarese, area segnata da una stratificazione produttiva e culturale di lunga data connessa alla coltivazione e alla lavorazione del blu di guado, si è articolato un dispositivo situato su larga scala. Il colore estratto dalla nota pianta erbacea ha assunto la funzione di metafora operativa per affrontare questioni ecologiche, relazionali e politiche, mettendo in tensione il patrimonio umano e storico-materiale con i linguaggi della contemporaneità. All&#8217;interno di questo contesto — la cui vicenda non è qui riassumibile — le pratiche sviluppate si sono confrontate più o meno direttamente con la materialità del pigmento tintorio, riconoscendo nel guado un deposito e insieme un vettore della memoria territoriale. Negli interventi delle artiste Giorgia Severi e delle sorelle Anna e Marta Roberti, orientati rispettivamente verso una prospettiva ambientalista e una riflessione critica sull&#8217;immaginario animale, i processi di tintura e trasformazione del tessuto hanno ricoperto, ad esempio, un ruolo centrale, sebbene ridefiniti al di fuori di qualsiasi funzione meramente rappresentativa. Gli sviluppi emersi nel corso del 2025 hanno tuttavia confermato come questa eredità non si esaurisse nelle pratiche già attivate, ma restasse aperta a un&#8217;ulteriore espansione concettuale e temporale, capace di intensificare il dialogo con il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo snodo temporale, e con questa consapevolezza, che si colloca <em>Geografie Blu</em>, passaggio restitutivo dei percorsi di residenza attuati nell&#8217;anno precedente, da me curato, in una felice coincidenza temporale, peraltro del tutto indipendente, con l&#8217;esposizione <em>Blu Infinito</em> dedicata a Luigi Ghirri al MARV di Gradara. Ospite dello Spazio Torrso di Pesaro, lo scorso luglio la mostra ha riunito undici artisti — tra i quali Elena Bellantoni, Gea Casolaro, Giulia Marchi, Fabrizio Cotognini, Juan Pablo Macías e Marco Strappato — chiamati a rileggere e rimettere in circolo, ciascuno dal proprio campo di indagine, suggestioni sedimentate. Più che segnare la conclusione di un percorso, <em>Geografie Blu</em> ne ha prolungato la tensione, affidando al dato cromatico il ruolo di traccia mobile in grado di mantenerne viva la pertinenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla scorta di questa persistenza diventano leggibili alcune altre attività di nuova formazione o di rinnovato innesco, senza configurarsi necessariamente quali esplicite prosecuzioni. Fra queste emerge <em>Guado Urbino</em>, laboratorio fondato nella città feltresca da Alessandra Ubaldi, oggi impegnato nell&#8217;avvio di nuovi percorsi. In particolare, il lavoro attorno alla rigenerazione di un mulino storico a Fossombrone — il maggiore lungo il corso del Metauro, principale fiume delle Marche — apre a una possibile continuità tra pratiche contemporanee, coltivazione del guado e trasmissione dei saperi, delineando un orizzonte operativo ancora in divenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel solco di questa rifondazione si attesta anche la ricerca artistica più recente di Giovanni Gaggia, che legge colore e tessuto come campi semantici attraversati da questioni produttive, ecologiche e geopolitiche. Fondatore di Casa Sponge, artist-run space pergolese ed ente attuatore di <em>Blu</em>, Gaggia è l&#8217;unico tra gli artisti del contesto marchigiano coinvolti ad aver proseguito in maniera autonoma e continuativa tale riflessione. Il suo operato non va tuttavia inteso in termini di centralità autoriale, quanto piuttosto quale nucleo di condensazione e articolazione di storie e di sguardi che si addensano là dove la materia diventa indice di processi più ampi. Il passaggio dal blu del guado all&#8217;utilizzo del jeans allude infatti allo sfruttamento del colore nei circuiti globali della manifattura, del consumo e dello scarto, rendendo esplicite le tensioni tra lavoro, socialità e responsabilità collettiva. Ciò anche grazie al confronto proficuo con interlocutori produttivi, tra i quali si distingue Ideal Blu, impresa manifatturiera di esperienza radicata nel distretto del denim marchigiano.</p>



<div style="height:40px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-15717" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/13-Giovanni-Gaggia-Com_e-il-cielo-in-Palestina_-2025-installation-view-Casa-della-Memoria-Milano-Courtesy-l_artista-ph-Michele-Alberto-Sereni-e-Natascia-Giulivi.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">Di fatto, il denim entra in gioco nell&#8217;installazione partecipata <em>A Fermignano c&#8217;è il mare</em> (giugno 2025), con la quale Gaggia ha coinvolto oltre duecentocinquanta alunni della scuola primaria cittadina. I teli di jeans di recupero — materiali residuali dell&#8217;industria tessile — sono stati cuciti, annotati e trasformati in un mare simbolico esposto nello spazio pubblico e successivamente accolto in ambito scolastico, presentandosi come superficie unitaria di scrittura collettiva. Il coinvolgimento dei bambini amplifica la forza evocativa del monumento effimero, introducendo una modalità di adesione al reale non ancora irrigidita nei codici dell&#8217;utile o del possibile. Ne deriva un dispositivo che sospende temporaneamente la distinzione fra realtà e finzione, e che ridefinisce lo spazio urbano come luogo di presenza consapevole. Il colore non rappresenta direttamente il mare, ma ne esercita la funzione configurante: un orizzonte permeabile entro cui i corpi della città si muovono e si parlano senza soluzione di continuità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ulteriore slittamento di scala e di senso si manifesta in <em>Com&#8217;è il cielo in Palestina?</em>, costruzione artistica corale dall&#8217;indole itinerante, che ha trovato tappa centrale nella mostra alla Casa della Memoria di Milano (ottobre-novembre 2025). Qui il blue jeans — materiale quotidiano e globale — diviene il supporto di un gesto minimo e reiterato: la cucitura di sfere e cerchi dorati su tessuti di recupero, realizzati dalle persone e dalle comunità coinvolte dall&#8217;artista. Disposti a terra e assemblati in una grande composizione calpestabile che traduce in Braille l&#8217;interrogativo originante, questi elementi compongono un palinsesto orizzontale dell&#8217;oggi in netta frizione con la verticalità documentaria dell&#8217;istituzione. A sospendere la continuità della memoria scritta qui custodita, intervengono anche vecchie coperte donate e ricamate con messaggi giunti dalla terra di Palestina. «Vessilli», li definisce la curatrice Susanna Ravelli, che sottraggono alla dispersione voci dalla guerra ridotte al silenzio, «nell&#8217;assordante frastuono delle bombe, della propaganda e delle dichiarazioni agghiaccianti». Nel coprire i punti di esposizione del fondo di archivio, esse ne impediscono temporaneamente l&#8217;accesso, aprendo un campo di attenzione in cui ciò che è normalmente marginale può emergere in forma di presenza tangibile. È così che il cielo evocato da Gaggia, al pari del mare fermignanese, non viene rappresentato, ma esperito come spazio di coesistenza: identico e inattingibile, capace di travalicare confini, distanze e conflitti.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo la sua prima emersione in uno spazio espositivo, <em>Com&#8217;è il cielo in Palestina?</em> continua a muoversi alla ricerca di nuove condizioni di ascolto. Si tratta di una dinamica tuttora in corso, destinata a riattivarsi ad ogni incontro con contesti disponibili. A Jesi, il progetto — articolato tra Palazzo Pianetti e luoghi di prossimità sociale — ha recentemente adottato la forma di un laboratorio d&#8217;arte partecipata, sottraendosi alla logica dell&#8217;evento per assumere pienamente quella, più esigente e fragile, del processo. L&#8217;azione del ricamo collettivo prosegue anche in assenza dell&#8217;artista, producendo nuove parti dell&#8217;opera e affidando la domanda alla cura di una comunità che se ne fa temporaneamente custode. In questo scenario, la stoffa denim si conferma infrastruttura relazionale oltre che simbolica, inscrivendosi genealogicamente in una tradizione che affonda le proprie radici nel gesto con cui Maria Lai, nel 1981, unì Ulassai alla sua montagna. Analogamente a quell&#8217;esperienza, la vita e l&#8217;incidenza dell&#8217;opera non coincidono con la permanenza del materiale né con la sua infinita riproposizione, bensì con la sua capacità di farsi sedimento comunitario. È questo precipitato a misurarsi criticamente con le logiche contemporanee di produzione, circolazione e condivisione del senso, mostrando in che modo esse possano ancora radicarsi in pratiche lente, collettive, capaci di sottrarsi alla logica imperante dell&#8217;immediata consumabilità.</p>
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		<title>Un patrimonio di colori dall&#8217;alba delle civiltà</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:31:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, il tempo sembra rallentare tra le pietre antiche dell'Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel silenzio del suo chiostro medievale, protetto da mura che da secoli custodiscono storie e presenze, si trova un luogo speciale: il Museo dei Colori Naturali dedicato a Delio Bischi, studioso appassionato e infaticabile ricercatore storico.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, il tempo sembra rallentare tra le pietre antiche dell&#8217;Abbazia di San Michele Arcangelo. Nel silenzio del suo chiostro medievale, protetto da mura che da secoli custodiscono storie e presenze, si trova un luogo speciale: il Museo dei Colori Naturali dedicato a Delio Bischi, studioso appassionato e infaticabile ricercatore storico. Entrarvi è come varcare una soglia che separa il quotidiano da un mondo fatto di sfumature, profumi di erbe essiccate e memorie dimenticate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Museo, oggi proprietà del Comune di Borgo Pace, è molto più di uno spazio espositivo: è un luogo vivo, un nodo in cui si intrecciano storia, territorio e ricerca. Chi vi entra non è un semplice visitatore, ma un viandante curioso, invitato a scoprire un patrimonio fatto di colori che hanno accompagnato l&#8217;umanità fin dall&#8217;alba delle civiltà. Il percorso inizia con i pigmenti che appartengono alla terra stessa: minerali, radici, cortecce, fiori che per millenni hanno permesso all&#8217;uomo di tingere tessuti, decorare pareti, illustrare manoscritti, dare voce alle proprie emozioni attraverso le immagini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si viaggia così attraverso i secoli, osservando come questi colori naturali siano stati parte integrante della vita quotidiana e delle grandi opere d&#8217;arte. Il racconto prosegue fino ai primi anni del Novecento, quando sul mercato fanno la loro comparsa i colori sintetici. La loro diffusione è rapida e travolgente, tanto da relegare in breve tempo gli antichi pigmenti in un angolo della storia. Solo oggi, di fronte a un mondo che interroga il proprio futuro e le conseguenze dell&#8217;industrializzazione, quei colori tornano a parlare con voce nuova, chiedendo di essere riscoperti.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="624" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-1024x624.jpg" alt="" class="wp-image-15704" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-1024x624.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-300x183.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2-768x468.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Museo-dei-colori-Delio-Bischi-2.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">La forza del Museo sta proprio in questo dialogo tra memoria e attualità. Attraverso documenti d&#8217;archivio, campioni originali, antichi manuali e strumenti d&#8217;epoca, si può seguire l&#8217;evoluzione delle tecniche tintorie, dei mestieri e delle conoscenze tramandate da generazioni. Ma il percorso non si limita alla teoria: il cuore pulsante del Museo è il laboratorio, dove mani esperte mostrano come si estraggono i pigmenti, come si prepara una tintura, come una fibra grezza può trasformarsi in un filo colorato. L&#8217;odore delle piante tintorie, l&#8217;acqua che bolle nei recipienti, i gesti pazienti degli artigiani catturano chiunque voglia mettersi in gioco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni, il Museo è diventato un punto di riferimento per chi studia o lavora nel campo delle materie coloranti organiche. La sua missione è chiara: sensibilizzare all&#8217;uso dei coloranti vegetali e raccontare perché il loro ritorno sia non solo possibile, ma necessario. I colori sintetici, largamente utilizzati nell&#8217;industria moderna, consumano risorse non rinnovabili e rilasciano sostanze inquinanti; spesso comportano rischi per chi li produce e per chi li indossa. I pigmenti naturali, invece, parlano di sostenibilità, di cicli rispettosi dell&#8217;ambiente, di materiali che ritornano alla terra senza danneggiarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La visita al Museo de &#8220;I Colori Naturali&#8221; si trasforma così in un viaggio che mescola storia, arte e consapevolezza. Ci si muove tra contenitori di pigmenti, fibre intrecciate, erbe essiccate e strumenti antichi, lasciandosi guidare dalla luce e dai racconti di tecniche che un tempo erano essenziali e oggi tornano a essere preziose. La mostra invita a osservare, ma anche a toccare, mescolare, provare: un percorso in cui la manualità diventa parte della narrazione e permette di comprendere davvero il valore di ciò che si apprende. Alla fine, chi attraversa il chiostro per uscire dal Museo ha la sensazione di portare con sé non solo nuovi saperi, ma un diverso modo di guardare i colori. Sfumature che non sono più soltanto pigmenti, ma segni di una storia antica e, allo stesso tempo, promesse per un futuro più sostenibile.</p>
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		<title>Le Marche nel segno del guado</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:25:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La protagonista della storia del blu e del guado nelle valli marchigiane è l'Isatis tinctoria, nota come guado. </p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Il blu è una postura, uno stato d&#8217;animo, uno sguardo sul mondo – ci sono persone, sentimenti, significati blu. Dire Oltremare, Klein, Navy, Indaco significa spalancare mondi, orizzonti e appartenenze, come onde che si irradiano. La storia del blu e del guado nelle valli marchigiane è una memoria aumentata che trattiene l&#8217;identità botanica, la sapienza popolare e la manifattura.&#8221;</em> <br><br>Cristiana Colli, in <em>Blu, il colore della cuccagna. Sulla via del guado tra storia e contemporaneo</em>, Manfredi edizioni, 2024.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dalle foglie verdi alla tintura blu</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La protagonista della storia del blu e del guado nelle valli marchigiane è l&#8217;<em>Isatis tinctoria</em>, nota come guado. È una pianta biennale della famiglia delle brassicacee (o cruciferae) che fa parte delle cosiddette &#8220;piante da blu&#8221;, da cui si ricava un colorante di questa cromia, come indicato nella sua scheda botanica. Un&#8217;altra storica pianta del blu è la <em>Indigofera tinctoria</em> — leguminosa che produce uno dei pigmenti naturali più iconici della storia: il blu indaco — dal cromatismo che oscilla tra il blu e il violetto con tonalità più morbide del blu del guado.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La produzione e il commercio nelle Marche del pigmento ricavato dalla piantina del guado sono stati una risorsa rilevante per il Ducato di Urbino tra il XVI e XVII secolo e hanno portato nuova luce nel mondo delle arti: con questo colore si decoravano preziosi manoscritti, si realizzavano acquarelli e affreschi, si coprivano con mantelli in tutte le gradazioni del ceruleo — colore simbolico del divino — le più belle Madonne del Rinascimento, come quelle nobilmente presenti, assorte nella loro luce interiore, di Piero della Francesca. Poi la produzione del guado si ferma e nel tempo viene dimenticata. Lo storico Delio Bischi negli anni &#8217;80 ritrova e censisce 60 macine di mole da guado disperse nel territorio di Pesaro e Urbino, oggetti sconosciuti di cui si era persa la memoria, utilizzati come basi di edicole votive.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dalla naturalità alla modernità</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;utilizzo del blu si converte al settore industriale. È la produzione dei jeans, nuova ricchezza nella Valle del Metauro, che adotta i coloranti sintetici — stabili e inalterabili — dimenticando le sfumature uniche dalle tonalità intermedie dei colori naturali. Non è una pratica sostenibile: le grandi macchine di lavaggio dei tessuti finiti versano, in grandi nuvole di vapore, i loro residui inquinanti nell&#8217;ambiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una nuova narrazione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un mondo in cui l&#8217;uomo lavorava in sintonia con la natura è scomparso ma una nuova consapevolezza sta adottando, nei nostri distretti produttivi, pratiche di alto valore aggiunto nella ricerca di una ritrovata naturalità. Nelle istituzioni si afferma una nuova attenzione alla storia delle identità culturali e materiali della regione. Si è messa in rete, con iniziative dedicate, come Pesaro Capitale della Cultura 2024, una nuova narrazione alimentata dalle intuizioni e opere degli artisti contemporanei che ha ospitato, tra gli altri, il progetto artistico e culturale diffuso <em>&#8220;Blu: il colore della cuccagna&#8221;</em>. È l&#8217;arte che attribuisce al guado un valore da salvare. Come memoria, tuttavia plasmabile sulla contemporaneità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Scheda botanica:</strong> nome: <em>Isatis tinctoria</em> — pianta erbacea biennale foglie: picciolate, oblungo-lanceolate, di colore verde glauco fiori: infiorescenza di una ventina di steli con fiori dai sepali ellittici e petali gialli esposizione: sole semina: primavera, autunno fioritura: fra maggio e luglio frutto: siliquette pendule, compresse ai margini, contenenti un solo seme liscio, oblungo, brunastro raccolta del seme: autunno</p>
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		<title>Italia in movimento. Autostrade e futuro</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 12:33:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mostra Italia in movimento. Autostrade e futuro, voluta da ASPI autostrade per l'Italia per celebrare i cento anni dalla costruzione della prima autostrada italiana, è stata curata da Pippo Ciorra e Angela Parente per il MAXXI di Roma. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">La mostra <em>Italia in movimento. Autostrade e futuro</em>, voluta da ASPI autostrade per l&#8217;Italia per celebrare i cento anni dalla costruzione della prima autostrada italiana, è stata curata da Pippo Ciorra e Angela Parente per il MAXXI di Roma. Attraverso progetti d&#8217;archivio, fotografie d&#8217;autore, mappe in evoluzione e immagini iconiche, la mostra accompagna il visitatore lungo un itinerario spazio-temporale, fatto non solo della storia della rete ma anche dei suoi luoghi, delle sue comunità e dei suoi temi ricorrenti. Le quattro sezioni della mostra celebrano infatti il ruolo dell&#8217;autostrada come protagonista nella costruzione del paesaggio, delle vite quotidiane e della narrazione collettiva: un invito a riscoprire l&#8217;Italia come l&#8217;hanno vissuta milioni di viaggiatori, nel corso delle varie epoche. E lanciare uno sguardo al futuro.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Autostrade-allestimento_-23-di-42-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-15687" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Autostrade-allestimento_-23-di-42-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Autostrade-allestimento_-23-di-42-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Autostrade-allestimento_-23-di-42-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/Autostrade-allestimento_-23-di-42.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il progetto di allestimento — PLA/studio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto di allestimento si basa su un concept chiaro e immediato: ragionare sul rapporto tra display e contenuto cercando di potenziare il racconto della mostra attraverso un&#8217;esperienza spaziale vicina a quella del viaggio in autostrada. La galleria 3 del museo, un continuum fluido basato su una crescita progressiva del piano di calpestio, si articola lungo un percorso tra spazi differenziati e dai forti contrasti luminosi, prima ampi e luminosi e poi stretti e in ombra. L&#8217;allestimento cerca di dialogare con le qualità architettoniche della galleria manipolando alcuni elementi propri del paesaggio autostradale per farne dispositivi allestitivi. In questo senso, l&#8217;allestimento asseconda l&#8217;articolazione dello spazio ospite potenziandone il valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dispositivi di allestimento ribadiscono la progressione a salire scandendo il racconto di mostra articolato in sezioni (Rete, Viaggio, Paesaggio) sulla sequenza dei tre gradoni. La sezione Tecnologia e Futuro si colloca invece nel braccio vetrato, dopo le pieghe della rampa, in un contesto spaziale fatto di passaggi stretti, soffitti ribassati, alternanza di luce e ombra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei tre gradoni della sala, l&#8217;allestimento garantisce l&#8217;ostensione di materiali differenziati (mappe e diagrammi, modelli e disegni di progetto, brochure, libri e documenti, foto e video) articolandosi attraverso un sistema multiplo. È la combinazione di più dispositivi espositivi, declinazioni di un solo elemento strutturale, un semplice telaio fatto di tubolari metallici. La sequenza orizzontale dei parapetti è usata come sistema di ancoraggio di display continui di &#8220;attraversamento&#8221;: se dal lato basso del gradone, il telaio metallico sospende la parete allestitiva sulla fascia di vetro che permette di traguardare il piazzale di ingresso, dall&#8217;altro lato realizza un piano espositivo tamponato con lamiere microforate e pannelli in legno laccato, semplicemente appoggiati. In verticale, i telai modulari permettono di avere frammenti di superfici espositive su supporti esili per garantire continuità visiva. Pannelli in legno sospesi attraverso semplici ancoraggi si alternano a teche in vetro inserite in piani di lamiera microforata: materie diverse si stratificano insieme ai messaggi garantendo profondità di comunicazione e possibilità di prospettive lunghe, per piani progressivi e tagli diagonali. Le basi per i modelli si adattano agli oggetti da mostrare piegando la geometria esatta del telaio alla forma del frammento. Queste strutture si dispongono liberamente, a volte condizionando, a volte solamente occupando, i vuoti dell&#8217;arcipelago dei piani e delle pareti espositive. Il modello dell&#8217;autostrada A1 si distende in una teoria di frammenti che sembrano solamente accostati, mentre i telai wireframe su cui poggiano i modelli di architettura rendono astratto il volume puro del supporto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il percorso laterale che distribuisce gli ingressi ai vari livelli diventa invece una galleria sospesa sul visitatore. Ospita, come in una quadreria, una &#8220;collezione autonoma&#8221; di foto d&#8217;epoca dei cantieri autostradali e di collage di foto zenitali che dimostrano come la costruzione delle autostrade abbia condizionato la crescita di città e la trasformazione di territori. Nella coda della sala, l&#8217;installazione degli scatti della committenza fotografica sono disposti come frammenti di paesaggio sospesi sopra il percorso che scende all&#8217;interno del braccio vetrato. Le foto di Iwan Baan raccontano il paesaggio dell&#8217;autostrada dal cielo, proponendone una visione non consueta. L&#8217;allestimento consolida il valore perturbante di questa esperienza proponendo salti di scala, punti di vista ad altezze diverse e livelli multipli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Autonoma, ma contigua nel percorso, la sezione Tecnologia e Futuro segue le stesse logiche generali nel disegno dei dispositivi, ma si adatta alle condizioni spaziali del braccio vetrato. Organizzando i materiali in una sorta di piano sequenza, l&#8217;allestimento dispone lungo un percorso lineare prima le innovazioni tecnologiche per il controllo e la sicurezza della rete (i nuovi dispositivi ASPI), poi le proposte per le architetture di servizio lungo le autostrade (i progetti di RPBW) e le visioni oniriche di paesaggi immaginifici (le illustrazioni di Emiliano Ponzi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lungo il percorso espositivo, non impostato su un&#8217;unica direzione, alcuni elementi puntuali di comunicazione offrono punteggiature cromatiche e sottolineature formali che, come pietre miliari, permettono di misurare, orientare e chiarire il racconto. Trovano spazio anche &#8220;eccezioni&#8221;, segnalate da elementi autonomi, che impongono alcune pause nella lettura dei materiali. Sono video storici dell&#8217;Istituto Luce, brani di film d&#8217;autore, che si offrono come elementi mobili di individuazione di specifici temi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con pochi gesti, attraverso la combinazione tra leggerezza dei supporti e presenza fisica degli elementi espositivi, tra continuità del bianco e puntualizzazioni cromatiche, tra astrazione del segno e trama dei materiali, l&#8217;allestimento re-agisce alla fluidità degli spazi del Museo, cercando di restituire per frammenti la complessità del tema. Senza stabilire gerarchie o categorie scalari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella versione &#8220;off&#8221; della mostra, per il Meeting di Rimini, l&#8217;allestimento deve confrontarsi con uno spazio profondamente diverso dalla sala di un museo: un padiglione fieristico è un vuoto, enorme per dimensioni, per qualità spaziali e controllo ambientale. E non solo. È necessario confrontarsi anche con altri allestimenti adiacenti, tutti lontani per finalità espositive e configurazione formale. Non proprio costruiti con lo scopo di raccogliere i materiali di una mostra di architettura. È necessario, quindi, ritagliare uno spazio senza isolarlo, chiuderlo senza nasconderlo. Per questo motivo l&#8217;allestimento costruisce un padiglione volumetricamente riconoscibile, una scatola aperta all&#8217;interno di un grandissimo contenitore. Usando i materiali propri di un allestimento fieristico (i pannelli modulari in tamburato poi rivestiti di tessuto stampato), il progetto di allestimento configura lo spazio di una sala espositiva caratterizzata da pareti discontinue. Un sistema di cantinelle di legno realizza il telaio wireframe che ricostruisce il volume e realizza il diaframma che segna l&#8217;ingresso e definisce la lounge, sullo sfondo di uno degli scatti più iconici di Baan. A differenza dell&#8217;allestimento al MAXXI, le fotografie cercano di costruire una relazione con il modello dell&#8217;A1. La sequenza è organizzata da Nord a Sud, cercando di costruire una corrispondenza con il tracciato autostradale. Senza perdere salti di scala e prospettive multiple tra i frammenti di paesaggio. Un allestimento unitario, dove i frammenti di parete hanno massa tale da consentire all&#8217;apparato grafico di assumere il valore tattile e immaginifico di un tatuaggio. Dove il ricorso al telaio diventa strumento per dare valore volumetrico al padiglione e garantirne la riconoscibilità nel contesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella terza versione della mostra, alla Triennale di Milano, l&#8217;allestimento deve fare di nuovo i conti con uno spazio museale. Ma di dimensioni notevolmente inferiori e con caratteristiche sensibilmente diverse rispetto alla sala del MAXXI: il soffitto a shed, le finestre in sequenza, lo spazio regolare e tutt&#8217;altro che fluido. L&#8217;allestimento combina le soluzioni studiate per le altre due: strutture a telaio e pannelli di grandi dimensioni che costruiscono i supporti per le grandi stampe su telo. Da una parte il ritorno alla dimensione più spiccatamente museale e dall&#8217;altra il ricorso alla forza comunicativa amplificata dalle grandi superfici. La necessità di avere una quantità di superficie espositiva maggiore di quanto i telai ne possano garantire rende necessario coinvolgere le pareti dello spazio ospite, ibridando le due soluzioni proposte nelle mostre precedenti. L&#8217;impostazione per setti sfalsati, in sequenza lineare, consente comunque di avere prospettive diagonali e spazi inattesi. Viste profonde lungo tutta la sala, anche grazie ai vuoti lasciati tra i telai metallici. Le sezioni di mostra sono contigue e connesse, ma articolate in modo che la lettura, lungo un percorso non univocamente determinato, in spazi senza soluzione di continuità, sia comunque chiara, anche grazie al contributo di immediatezza del progetto grafico.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><strong><strong>Il progetto grafico — Cinzia D&#8217;Emidio</strong></strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;identità visiva della mostra si fonda su un concept forte e riconoscibile: i grandi nodi autostradali diventano lettere, le lettere si trasformano in strade. A partire da questa suggestione, il linguaggio grafico combina tipografia e campiture cromatiche attraverso forme che evocano svincoli, raccordi e arterie autostradali. Il sistema tipografico si articola su due famiglie di caratteri: <em>Obviously</em>, prodotto da OH no Type, carattere sans serif ispirato ai cartelli pubblicitari e adatto per l&#8217;uso in grandi dimensioni, è utilizzato in versione Black per il titolo della mostra e Condensed Medium per titoli delle sezioni e nomi degli architetti; <em>Maison Neue</em>, carattere istituzionale del Museo usato nei pesi Book e Italic per garantire leggibilità ai testi. La palette cromatica lavora con il percorso narrativo nelle sezioni attraverso quattro colori identitari che richiamano la segnaletica autostradale: arancione per RETE, giallo per VIAGGIO, verde per PAESAGGIO, blu per TECNOLOGIA E FUTURO. Questa scelta rafforza l&#8217;identità di ogni sezione e facilita l&#8217;orientamento definendo la gerarchia visiva dei contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mostra allestita in Galleria 3 al MAXXI si sviluppa in dialogo con lo spazio espositivo, attraverso pannelli grafici che supportano la lettura dei contenuti. Ogni terrazza della galleria corrisponde a una sezione e a una cromia. Lettere maiuscole, frecce direzionali e campiture grafiche ispirate alla segnaletica stradale guidano il visitatore lungo il percorso. I prospetti lasciano respiro ai contenuti mostrando un lavoro per architetto. La grafica, precisa e leggera, accompagna il racconto senza imporsi sullo spazio garantendo un&#8217;esperienza chiara ed efficace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella versione di Rimini, l&#8217;allestimento si adatta a dimensioni più contenute costruendo un padiglione che offre un&#8217;esperienza immersiva. La forza comunicativa del progetto grafico si amplifica: la stampa diretta su tela conferisce alle pareti una diversa matericità, più morbida e tattile, pur preservando l&#8217;efficacia del sistema visivo. Il linguaggio rimane coerente — carattere tipografico, sagome e colori — ma è calibrato per spazi più raccolti, garantendo leggibilità e impatto visivo anche in formato ridotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla Triennale di Milano è stata esposta una terza versione della mostra che si configura come ibrido tra la prima a Roma e la seconda a Rimini: la grafica è stampata direttamente sui teli che ricoprono pannelli in nobilitato, posizionati a 50 cm da terra su telai metallici. Le grandi campiture aumentano la loro forza nelle prospettive allestitive, pur mantenendo eleganza. Un arcipelago di segni in dialogo con i testi e gli accenti cromatici costruisce un paesaggio grafico che ribadisce il sistema espositivo. L&#8217;identità della mostra, scalabile e adattabile, mantiene riconoscibilità e coerenza in contesti espositivi differenti.</p>
</div>
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