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	<title>Pensieri Archivi - MappeLAB</title>
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	<title>Pensieri Archivi - MappeLAB</title>
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		<title>Ubi maior minor cessat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 11:14:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cercare di raccontare la relazione tra queste due azioni architettoniche a partire dall'etimo filosofico è un'impresa ardita e ambiziosa. Se poi ai verbi, per definire l'azione nello spazio, nel tempo o nelle modalità, si prova ad associare l'avverbio "poeticamente", allora il tentativo diventa utopia. N</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="text-white wp-block-paragraph"><em>A volte non serve aggiungere nulla alla citazione. Bastano le parole cristalline di un critico illuminato per &#8220;dire&#8221; quello che si &#8220;nasconde&#8221; nelle mostre. Da una parte, il bisogno del curatore di raccontare, far conoscere con una sequenza articolata di oggetti, un nuovo pezzo di mondo; dall&#8217;altra, l&#8217;ansia del progettista di costruire il miglior dispositivo architettonico per porgere i significati delle cose mostrate. In ricordo di Sergio Polano.</em><br>Da <em>Mostrare, Pretesti e trascrizioni</em> di Sergio Polano, in S. Polano, <em>Mostrare. L&#8217;allestimento in Italia dagli anni Venti agli anni Ottanta</em>. Edizioni Lybra immagine, Milano, 1988<br><br>Quanto agli anglosassoni — per i quali la mostra è <em>exhibition</em> ma può anche essere <em>show</em>, specialmente nel caso di <em>trade</em>, o <em>display</em>, quando è generica, con tutte le implicazioni dell&#8217;aprirsi e dispiegarsi delle cose —, inclini al versante pratico della vita e non a quell&#8217;attitudine che stimano poco chiamandola astrazione, da un lato devono ricorrere alla perifrasi dell&#8217;<em>exhibition design</em>, accentuando la componente <em>design</em> (nella loro lingua è il nostro progettare) nell&#8217;allestimento, dall&#8217;altro dimostrano concreta concisione, identificando come <em>exhibits</em> i nostri oggetti, pezzi, cose e materiali da mettere in mostra.<br><br>L&#8217;assenza quasi totale di riflessione critica nei confronti del mostrare è un dato obiettivo quanto paradossale se si pensa all&#8217;importanza quantitativa e qualitativa che le mostre hanno assunto nella produzione culturale contemporanea e, di conseguenza, al rilievo non indifferente dell&#8217;allestimento, che ne è lo strumento di messa in forma. Una chiave per spiegare questa pervicace astinenza critica sembra essere proprio il ruolo indifferente che si attribuisce all&#8217;allestimento, quasi fosse un processo naturale — una sorta di traduzione meccanica del catalogo, il suo equivalente al vero. Si tratta di immagini devianti e di luoghi comuni che tradiscono le confuse interpretazioni correnti di un fenomeno dallo statuto disciplinarmente incerto quanto necessariamente sospeso tra costruzione e rappresentazione. Ma forse è proprio nella coniugazione dello jato tra il grave tettonico del costruire e il lieve dell&#8217;azzardo consono invece dell&#8217;esibire che trova spiegazione la natura altrimenti sfuggente dell&#8217;allestimento. Non a torto, si potrebbe anche sostenere che l&#8217;allestimento è una forma di arte applicata, precipuamente arte di architettare interni per il dimorare di oggetti temporaneamente raccolti in quell&#8217;unicum che dovrebbe essere la mostra; al contempo, nella misura in cui dimostrazione e ostentazione si fondono spesso nelle esposizioni, come arte della vanità l&#8217;allestimento dovrebbe librarsi leggero. Da questa angolata prospettiva, appare perciò illusoria l&#8217;equivalenza spicciola tra mostra e comunicazione, che presuppone l&#8217;egemonia puramente tecnica del comunicare sull&#8217;esibire: il dominio di varie tecniche è condizione probabilmente necessaria ma certo non sufficiente per &#8220;mostrare&#8221;.<br><br><strong>Ubi maior minor cessat</strong><br>D&#8217;altra parte, parrebbe legittimo togliere legittimità anche alle concezioni che fanno dell&#8217;allestimento una specie di &#8220;forma ideale&#8221;, un oggetto concluso a priori, capace di risolvere in sé gli oggetti da esporre: trasfigurato deposito sovrasignificante di cose, questo concetto di allestimento è solo la metafora di una impotente povertà architettonica. Giusta l&#8217;intuizione che <em>&#8220;ars est celare artem&#8221;</em> — secondo quanto ammonisce il poeta dell&#8217;<em>ars amandi</em> — una diversa indicazione sull&#8217;artificio del &#8220;mettere in mostra&#8221; è suggerita dalla lettura degli artefatti comunicativi proposta […] da Giovanni Anceschi in <em>Monogrammi e figure</em>. Secondo tale lettura, l&#8217;<em>exhibition design</em> costituisce una protesi sia ostensiva (espositiva, dimostrativa, discorsiva, retorica) sia osservativa (rivelativo-rilevativa): consente di &#8220;far vedere agli altri ciò che altrimenti non potrebbero vedere&#8221; o meglio &#8220;ciò che altrimenti non saremmo in grado di far loro vedere&#8221;. Se ne potrebbero ricavare elementi di riflessione e parametri di valutazione, giacché l&#8217;efficacia di una protesi si misura anche con la naturalezza della sua azione: il miope non deve avvertire la presenza degli occhiali nell&#8217;atto di guardar lontano.<br>[…]<br><br>… l&#8217;allestimento di una mostra, in ogni caso, istituisce e al contempo esibisce un mediato temporaneo rapporto tra un luogo usato per esporre, una serie di oggetti da esibire e un sistema espositivo, inteso come dato sia concettuale (anche ridotto a mera sequenza) sia fisico (fosse pure un semplice chiodo e la più banale delle didascalie). Accettando la schematicità interpretativa di questa ipotesi triadica, il vario declinarsi delle mutue relazioni tra i tre elementi primi permette di individuare le diverse matrici e di descrivere le ideali coordinate di ogni singolo allestimento. Sviluppando il ragionamento in termini sommari: se nella progettazione dell&#8217;allestimento l&#8217;accento vien posto sul &#8220;luogo&#8221;, i caratteri e le vocazioni interne alla sua conformazione segnano le soluzioni espositive, indirizzandole nel verso di una qualche biunivoca corrispondenza formale tra contenuto e contenitore; se l&#8217;accento cade sulle &#8220;cose&#8221; da esporre, con l&#8217;estroiezione delle proprie valenze visivo-spaziali, queste cose dettano i criteri variamente loro coerenti di configurazione dell&#8217;allestimento, proiettandolo nel verso di una calibranda varietà delle invenzioni espositive; se l&#8217;accento insiste, infine, sul &#8220;sistema&#8221; di esporre, ne risulta rafforzata l&#8217;opzione di design implicita nell&#8217;allestire, sottolineandosi ciò che espone più di quel che è esposto, con una tendenziale attrazione verso la unificazione delle soluzioni.<br>[…]</p>
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		<title>Le mie Marche #23</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2025 12:59:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°23]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando sono stata invitata ad aprire questo nuovo numero di MAPPE, la prima cosa a cui ho pensato è di utilizzare questo spazio come luogo politico e di condivisione piuttosto che incappare nel rischio di un autoreferenziale amarcord nei confronti di una regione da cui mi sono congedata alla fine dell'adolescenza</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="724" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/09/1-TEATRO-TERRA-SOPRALLUOGHI-TEATRI-724x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15140" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/09/1-TEATRO-TERRA-SOPRALLUOGHI-TEATRI-724x1024.jpg 724w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/09/1-TEATRO-TERRA-SOPRALLUOGHI-TEATRI-212x300.jpg 212w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/09/1-TEATRO-TERRA-SOPRALLUOGHI-TEATRI-768x1087.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/09/1-TEATRO-TERRA-SOPRALLUOGHI-TEATRI-1086x1536.jpg 1086w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/09/1-TEATRO-TERRA-SOPRALLUOGHI-TEATRI.jpg 1343w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tiriamo fuori i sogni degli artisti dai cassetti.</strong><br><strong>Questo è un appello.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando sono stata invitata ad aprire questo nuovo numero di MAPPE, la prima cosa a cui ho pensato è di utilizzare questo spazio come luogo politico e di condivisione piuttosto che incappare nel rischio di un autoreferenziale amarcord nei confronti di una regione da cui mi sono congedata alla fine dell&#8217;adolescenza. Così ora vi racconto una storia, che non è la mia. È la storia di un sogno nato, cresciuto e mai realizzato; ora è chiuso in un cassetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo a Castelleone di Suasa, un piccolo borgo in provincia di Ancona in cui resti della cultura romana e di quella medievale si mescolano affondando le radici in un passato antico. Qui che aveva origine la famiglia di Grazia Toderi, artista internazionale che non ha certo bisogno di presentazioni, che nell&#8217;infanzia passava nelle Marche le sue vacanze estive. È così che, dopo anni di incursioni marchigiane, di periodi di permanenza più o meno lunghi, di estati passate ad ascoltare il silenzio delle colline, nasce il desiderio di aprire al contemporaneo quei luoghi scoperti, visitati, vissuti, interrogati a lungo. Di rileggere e condividere con il mondo i luoghi nascosti delle Marche, il sorriso sibillino dei paesaggi che nascondono tesori tra le pieghe del proprio territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«A Cartoceto c&#8217;è un bellissimo teatro che era stato costruito all&#8217;interno di un frantoio. Mi ci aveva portato mio padre, agronomo, alla fine degli anni &#8217;90. Era un luogo misterioso e segreto», mi racconta Grazia una sera d&#8217;estate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da allora l&#8217;attenzione si concentra dunque sui piccoli teatri comunali. Ne parla con suo fratello Marco, anche lui agronomo e, nel 2017, con il curatore e regista Stéphane Ghislain Roussel, arrivato in Italia per invitare l&#8217;artista ad esporre al Pompidou Metz nella mostra da lui curata, &#8220;Opera Monde&#8221;. Nelle seguenti estati marchigiane il sogno assume contorni sempre più definiti fino a farsi progetto, <strong>Teatro Terra</strong>: due parole per descrivere il confine sottile che intercorre tra la &#8220;cultura&#8221; e la &#8220;coltura&#8221;, tra l&#8217;humus e l&#8217;umano, quel bisogno di nutrimento che porta il seme a esplodere, il rinnovarsi ciclico attraversato dalle stagioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Otto teatri, altrettanti artisti contemporanei chiamati ad abitarli collaborando strettamente con maestranze e qualità locali, un itinerario che colleghi queste terre misconosciute al mondo: il piano è semplice, ma il suo esito sofisticato. A profilarsi è un&#8217;ambiziosa programmazione che intersechi architetture uniche e storie dimenticate con lo sguardo internazionale di artisti contemporanei, performance che creino nuovi piani di lettura, interventi e installazioni che li rendano accessibili al pubblico in modo inedito per quattro o sei settimane. Un festival capace di creare uno spazio di utopia, un numero zero da replicare nel futuro, uguale e diverso ogni anno. Un&#8217;eredità di cui lasciare traccia. Avanguardia inattesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si parte per l&#8217;avventura. Si fanno numerosi sopralluoghi, si coinvolgono associazioni, amministrazioni, università, accademie, ambasciate, assessori, pro Loco. Si cominciano viaggi e presentazioni, si tira in ballo ogni strumento possibile affinché il sogno diventi concreto. Si raccolgono adesioni ed entusiasmo, scetticismi e sorrisi a denti stretti. Si pensa in grande, pubblico da tutta Europa. Tutti devono sapere, tutti devono incontrare la bellezza. Il progetto si infrange poi nella banalità della stasi: mancano budget, voglia di far rete, di uscire dal recinto, di investire, forse personale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, chi lavora nell&#8217;arte sa che non può esserci visione senza visionarietà. E che ciò che l&#8217;oggi ci nega può prendere forma in un futuro prossimo. Recentemente sono stati candidati a patrimonio Unesco 14 teatri delle Marche, lasciando fuori un patrimonio di teatri minori, spesso lontani dai centri urbani, dove la vita comunitaria che storicamente vi si è svolta può tornare a vivere attraverso situazioni impreviste, libere da prassi istituzionali. In una regione in cui la bellezza è spesso celata agli occhi di chi non acuisce la vista per scovare i dettagli, torniamo a creare veri spazi di utopia attraverso l&#8217;arte. <strong>Questo è un appello</strong>.</p>



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		<title>Le mie Marche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 12:21:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°22]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi perdo ancora viaggiando nelle vallate ammirando le colline, la posizione dei casali, le ombreggiature delle querce secolari. Dove è stato alterato questo modello abbiamo perso ispirazione, tradito la nostra natura, rinunciato allo spazio abitativo.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="751" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIAZZA-DEL-POPOLO-ASCOLI-PICENO_SANTONI-SS25-751x1024.jpg" alt="" class="wp-image-14540" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIAZZA-DEL-POPOLO-ASCOLI-PICENO_SANTONI-SS25-751x1024.jpg 751w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIAZZA-DEL-POPOLO-ASCOLI-PICENO_SANTONI-SS25-220x300.jpg 220w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIAZZA-DEL-POPOLO-ASCOLI-PICENO_SANTONI-SS25-768x1047.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIAZZA-DEL-POPOLO-ASCOLI-PICENO_SANTONI-SS25-1127x1536.jpg 1127w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIAZZA-DEL-POPOLO-ASCOLI-PICENO_SANTONI-SS25.jpg 1174w" sizes="(max-width: 751px) 100vw, 751px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ascoli Piceno, Piazza del Popolo<br>Modella con calzature Santoni</figcaption></figure>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Casali marchigiani<br></strong>Mi perdo ancora viaggiando nelle vallate ammirando le colline, la posizione dei casali, le ombreggiature delle querce secolari. Dove è stato alterato questo modello abbiamo perso ispirazione, tradito la nostra natura, rinunciato allo spazio abitativo. La possibilità di vivere all’interno e all’esterno, di accudire un piccolo orto, di riappropriarci della conoscenza del cibo e della stagionalità credo possa essere un progetto desiderato da molti, sempre più spesso dalle nuove generazioni. I casali marchigiani e i suoi abitanti hanno avuto una funzione importante sociale e di conservazione del paesaggio, la sapienza con cui venivano gestite la tenuta delle pendenze, dei corsi d’acqua, di come si era capaci di anticipare i danni dei fenomeni metereologici non possiamo dimenticarla. Allo stesso tempo erano costruzioni solide, funzionali, luminose, organizzate perché non mancasse cibo e assistenza. Credo che sia necessario lanciare un allarme affinché le politiche le tutelino dalla perdita e dall’oblio, non possiamo trasformarle solo in destinazione turistica. Gli architetti sapranno realizzare tesori da queste strutture, dai loro materiali e dalla loro storia, sapranno insegnare il valore di questi affacci e del potenziale di una nuova scelta residenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Grandinetti, San Severino<br></strong>È stato l’architetto Fabio Maria Ceccarelli a trasmettermi la passione per la graniglia quando abbiamo ristrutturato casa. Grandinetti, storica azienda marchigiana produttrice di mattonelle in graniglia, ci ha affascinato con la sua tecnica artigianale.<br>Ci siamo trovati sulla spiaggia di Marzocca e abbiamo scelto esattamente quelle tonalità: tortora, bianco, rosa, con una granulometria leggermente più grande della tradizionale. L’immagine che si vive è di una pavimentazione armonica, che si tende a dimenticare, senza tempo, personalizzabile, resistente, nella finitura che si preferisce, infinitamente<br>bella. Un prodotto che conserva sapienza e recupera materia e memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Santoni Shoes</strong><br>Alessia e Giuseppe Santoni non hanno dimenticato il significato di muovere passi in questa regione. Con grande eleganza hanno elevato a monumento i nostri paesaggi, le nostre piazze e gli antichi palazzi, li stanno aprendo<br>al mondo con la fierezza di chi si sente profondamente grato alla propria terra Le Marche. La bellezza si costruisce,<br>la bellezza si conserva, la bellezza va mostrata.</p>



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<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/OSTRA-VETERE_IL-RISVEGLIO_PH_SIMONE-RINALDI_.jpg" alt="" class="wp-image-14536" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/OSTRA-VETERE_IL-RISVEGLIO_PH_SIMONE-RINALDI_.jpg 683w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/OSTRA-VETERE_IL-RISVEGLIO_PH_SIMONE-RINALDI_-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ostra Vetere, Il risveglio<br>foto Simone Rinaldi</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="1600" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIASTRELLE-IN-GRANIGLIA-Chunky-GRANDINETTI-X-Delphine-Courteille.jpg" alt="" class="wp-image-14537" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIASTRELLE-IN-GRANIGLIA-Chunky-GRANDINETTI-X-Delphine-Courteille.jpg 1200w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIASTRELLE-IN-GRANIGLIA-Chunky-GRANDINETTI-X-Delphine-Courteille-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIASTRELLE-IN-GRANIGLIA-Chunky-GRANDINETTI-X-Delphine-Courteille-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/PIASTRELLE-IN-GRANIGLIA-Chunky-GRANDINETTI-X-Delphine-Courteille-1152x1536.jpg 1152w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption class="wp-element-caption">Piastrelle in graniglia Chunky<br>by Grandinetti per Delphine Courteille</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-14535" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2-1024x1024.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2-300x300.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2-150x150.jpg 150w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2-768x768.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2-1536x1536.jpg 1536w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/MARZOCCA_VILLINO-ANNI-30_PH_ANDREA-SESTITO2.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Marzocca, Villino anni 30<br>foto Andrea Sestito</figcaption></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Marzocca</strong><br>Marzocca è la mia seconda residenza da più di trent’anni. L’ho sentita subito casa, è uno spazio privilegiato e più appartato rispetto al centro di Senigallia. Chi si è affacciato dalle finestre vista mare di questo lungomare non può che sentirsi assorbiti dall’ampiezza della vista, dai colori adriatici, dal profumo salino. Questo posto è capace d’insegnarti il necessario equilibrio del tempo e delle abitudini di chi lo abita. A Marzocca la passeggiata è cura e rito, in inverno all’ora di pranzo, in estate il mattino presto e tardo pomeriggio, si conoscono i momenti migliori per fuggire dal clima rigido invernale e dal caldo estremo dell’estate. A partire dal 1920 qui il Conte Fiorenzi costruì un centinaio di villini per la villeggiatura, quasi tutti i proprietari arrivavano da Roma in treno e qui vi rimanevano per tutto il periodo estivo. Alcuni di questi, pochi, sono splendidamente conservati e vissuti. Abitare il mare, soprattutto fuori stagione è quanto di più bello si possa scegliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ostra Vetere<br></strong>Sono nata e cresciuta ad Ostra Vetere. Qui ho vissuto un’infanzia incantata e un’adolescenza che mi ha fatto sentire i limiti di una piccola comunità. La scuola, gli amici tra oratorio e feste, sempre in casa di alcuni di noi. La chiesa di Santa Maria Annunziata di Piazza con il suo campanile visibile da lontano, lo stemma comunale con l’Araba Fenice che risorge dalle ceneri li porto come un marchio di fabbrica. Quello che ho sentito come un limite, crescere qui, oggi invece è una parte rilevante del mio carattere e del mio potenziale. Qui ho osservato sin da bambina la bellezza storica, i palazzi nobiliari di cui ero estremamente curiosa, ma ancora di più l’eccellenza e la responsabilità nei mestieri, la cura nell’insegnamento, i rapporti solidali del vicinato, il rispetto del tempo, la fiducia che tutto possa essere migliorato. Mura castellane con gli Androni, un camminamento di ronda coperto lungo un tratto delle mura vicino Porta Pesa del XIV secolo. Palazzo Marulli che fu monastero delle monache clarisse fino all’inizio del XIX secolo. La bellezza barocca con gli interni di tenue colore rosa della chiesa di Santa Lucia. Palazzo Buti Pecci eretto sopra Porta Nuova con la famosa Cariatide dell’alcova, opera interamente realizzata in stucco bianco dal palermitano Serpotta a fine ’600. Palazzo Peruzzi che accoglie la chiesa di S. Antonio al Borgo.</p>
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		<title>Le mie Marche</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 13:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°21]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È accaduto tanti anni fa, e ancora mi meraviglio nonostante tutto.<br />
“Vi mando il girato sulla Chietese” “Ma questa è Ancona”. “Perché? Ancona non sta in Abruzzo?”. Ora, direte voi, tanti romani – ancor più se dipendenti Rai – sono certi che fuori dall’Urbe il mondo sia in gran parte popolato da indistinte orde barbare. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">È accaduto tanti anni fa, e ancora mi meraviglio nonostante tutto.<br>“Vi mando il girato sulla Chietese” “Ma questa è Ancona”. “Perché? Ancona non sta in Abruzzo?”. Ora, direte voi, tanti romani – ancor più se dipendenti Rai – sono certi che fuori dall’Urbe il mondo sia in gran parte popolato da indistinte orde barbare.<br>Epperò per tutta la vita ho dovuto far i conti con l’anonimità della terra in cui sono nata.<br>Da quando, ancora studentessa, un altro marchigiano adottato a Bologna, un grande però, Andrea Pazienza, vergò per Il Male la maledetta fulminante “Le Marche una regione dove vivere dimenticati”. Che in realtà era nata come “morire dimenticati”, ma persino quegli irriverenti scelsero di attenuare il lucido sberleffo. Dimenticate, fuori dai confini dell’impero, “e pensare che c’è un sacco di gente che vive e lavora a Macerata”. Me ne sono fatta una ragione quando lessi, non ricordo più dove e quando, un economista, marchigiano anch’egli, Geminello Alvi, spiegare che nelle Marche si viveva più a lungo perché prive della magnificenza che intimorisce, da Venezia (anche nel faticoso inferno di assedianti) a Ortigia. Insomma, la medietà marchigiana, che per Piovene era merito, era aurea mediocritas che non perturbava gli animi. D’altra parte non è sempre stato Alvi a definirla la regione più noiosa d’Italia? O Franco Arminio a raccontarla come una corsia di lungo degenza? Sono nata in una lunga striscia di scogli sconosciuta anche a sé stessa, che vive su due mari – raccontò Pierpaolo Pasolini – ma con il passeggio in terraferma, un corridoio di cemento dove i due mari non si vedono. Le mie Marche sono state, da lungi, luogo di passaggio in attesa di qualcosa di definitivo, da cui fuggire perché era possibile tornare, per bisogno e diritto di affettuosi pettegolezzi su eroiche gesta dentro le mura, dove il tempo era sospeso, tranquillitas rerum. </p>



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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="789" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/11/amalassunta-1024x789.jpg" alt="" class="wp-image-14016" style="width:564px;height:auto" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/11/amalassunta-1024x789.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/11/amalassunta-300x231.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/11/amalassunta-768x592.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/11/amalassunta.jpg 1180w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Osvaldo Licini, Angelo ribelle su fondo rosso scuro, 1951<br>Osvaldo Licini, Amalassunta su fondo blu 1955<br>Immagini courtesy Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini”, Ascoli Piceno</figcaption></figure>



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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:50%">
<p class="wp-block-paragraph">Come Elcito, uno sperone di roccia al centro di un altopiano verdissimo, completamente nascosto dentro una corona di monti, l’unica stradina che porta solo lì, il Tibet d’Italia chiamano quel gruppo di case ferme al Duecento. Una fiaba da cui vedere il mondo ma dal mondo protetto il wifi attivo solo in tre privilegiati punti (non li svelerò nemmeno sotto tortura), a venti chilometri le botteghe più vicine per fare spesa, bere un caffè, e non parliamo di giornali. Sopra la superba faggeta di Canfaito. Magico rifugio. Sciagurata sia l’omologazione che non permette più di sfuggire all’ansia. Avevo imparato a conoscere certa Italia dalle informazioni sul traffico. Tipo Roncobilaccio, Barberino di Mugello, i punti di maggiori ingorghi, incidenti, insomma dove la vita e i tormenti scorrono.<br>Le Marche erano saltate a piè pari, sempre, ignote, come ai montatori Rai. Da tempo, invece, ogni mezz’ora sono più citate della Salerno Reggio Calabria: “incidente tra Pedaso e Porto d’Ascoli”, “cinque chilometri di coda tra Grottammare e Porto Sant’Elpidio”, senza tregua.<br>Le Marche del limbo dantesco sono mutate dalla stempiata pragmatica attesa all’inquietudine. Elcito è fatato, ma non ci sono più abitanti, solo seconde case e, in certi periodi dell’anno, arrivano tanti affamati che sembra di stare a piazza San Marco durante il Carnevale. Benvenuti nel mondo, dice un amico. Per Arminio, il poeta paesologo, le Marche sono “un ottimo luogo per vedere a che punto è la nostra febbre”. Non sopporto questa banale notorietà.</p>
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		<title>Le mie Marche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Mar 2024 15:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le mie Marche sono quelle che ricordo quando sono lontano. Sono pochi luoghi fisici e mentali. Sono sensazioni, ricordi, immagini che mi compaiono mentre faccio altre cose e mi tengono compagnia. Sono i miei luoghi dell’anima.</p>
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>01. Le mie Marche</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le mie Marche sono quelle che ricordo quando sono lontano. Sono pochi luoghi fisici e mentali. Sono sensazioni, ricordi, immagini che mi compaiono mentre faccio altre cose e mi tengono compagnia. Sono i miei luoghi dell’anima.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>02. Il mare di Senigallia</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sono nato a Senigallia e del suo mare ho un ricordo bellissimo che ho scritto nel libro “L’infanzia infinita”. È la magia che ancora ritrovo se vado sul molo di Senigallia e, come in un film di Fellini, mi ricompare la visione della grande barca che arriva e di mia mamma che aspetta.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna…</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Me la raccontava sempre, la bellissima storia di lei che alla mattina presto, va sul molo di Senigallia ad aspettare che arrivi la barca dei bambini. Era un racconto talmente bello che lo ricordo benissimo, come se lo avessi vissuto veramente in prima persona: il barcaiolo con la pelle cotta dal sole e il vestito bianco, la vela marrone e il primo eterno abbraccio di mia mamma. Poi c’è un altro ricordo che riguarda quel mare.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?..</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">È di alcuni anni dopo, quando, da ragazzino prendevo al mattino presto un pattino da corsa con il sedile scorrevole e remavo verso il largo. In mezzo al mare solo, felice con il sogno del futuro davanti. Perché l’infanzia coi suoi sogni e le sue speranze, deve restare sempre in una parte di noi. È lo spirito del domani, del credere alla capacità di inventare qualcosa, D’estate con Vanda andiamo spesso a Senigallia, nel pomeriggio, sempre ai bagni Flaviana, anche se Flaviana non c’è più. E non ci sono più i pattini da corsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma Senigallia e il suo mare restano quelli di quando ero bambino. E nei giorni con l’orizzonte non chiaro e un po’ offuscato, mi soffermo a guardare perché mi sembra ancora di intravedere appena, come la Fata Morgana nel deserto, la costa della Dalmazia. Il mare di Senigallia per me resta quello del ricordo. Infatti non faccio quasi mai il bagno.</p>
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>03. Il Paesaggio</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il Paesaggio interessa molto oggi il turismo e bisogna salvaguardarlo, perché testimonia visivamente la biodiversità che è il modo per far vivere la terra. E quello delle mie Marche è molto bello e io nella nostra azienda sto molto attento che nessuno lo rovini. L’imprint di secoli di mezzadria è rimasto con le colture diverse che disegnano una scacchiera casuale, come in un quadro di Lorenzetti del 1300.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’estetica è rimasta simile sulle nostre colline. Manca solo la storia che può raccontare in ogni zolla di terra, la fatica e la fame dei mezzadri. La nostra vallata, quella del fiume Misa, era conosciuta come il giardino dei Castelli di Jesi perché era la meglio coltivata. E questa cultura del “ben fatto” è rimasta fino a oggi. I nostri operai-amici che sono i pronipoti dei mezzadri, fanno tutto con una passione e una capacità di scegliere sempre bene quale ramo della vite è meglio potare e quale arbusto lasciare nella siepe. Sono veri giardinieri che curano il bello per avere il buono con una sapienza e una precisione innate.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>04. La Mia Campagna</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Da oltre 70 anni mi occupo dell’azienda agricola di famiglia che dalle colline di Montecarotto e Serra de Conti scende alla pianura di Pongelli. In quegli anni la mezzadria fu abolita e mi trovai a gestire quel cambiamento. Avevamo più di trenta terreni a mezzadria, ciascuno con una famiglia dedicata.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre giù da’ colli e da’ tetti, al biancheggiar della recente luna…</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo dovuto sostituirli con un’unica gestione aziendale con gli ex-contadini che si trasformarono in operai. Furono anni duri per me anche perché nel frattempo studiavo a Milano e poi ho iniziato a lavorare in aziende del Nord, perché il futuro agricolo non era assolutamente sicuro. Mi trovai a lavorare nei nuovi settori industriali che nascevano allora: della moda, del tessile e del design; con l’importanza crescente dell’aspetto estetico, il bello, che diventa una nuova componente importante del consumo, il nuovo mito di tutti, ricchi e poveri. Nascono gli stilisti, l’abbigliamento diventa un modo di comunicare. E compare anche l’altro aspetto estetico e dei sensi, il buono, cioè il gusto e quindi i nuovi consumi riguardano anche il vino, il cibo, i ristoranti, gli chef, che sono in voga anche oggi, anche alla televisione.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>O graziosa luna, io mi rammento che, or volge l’anno, sovra questo colle io venia pien d’angoscia a rimirarti..</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora (anni ’70) decisi di piantare le vigne sulle colline di Montecarotto e Serra de Conti. E così iniziò l’avventura entusiasmante del vino. Gli amici di Slow Food hanno scritto: “Ampelio ha un’anima agricola prima ancora che vinicola, è una fucina di idee a volte ripescate da reminiscenze di tradizioni che solo lui conosce. Altre volte invece idee di assoluta avanguardia e innovazione”. La mia cultura oggi è un “ibrido”. Da un lato la cultura agricola. Dall’altro l”innesto” (la parola agricola è perfetta) della cultura assorbita lavorando nei settori del bello, come la moda dove la creatività e l’estetica diventavano importanti.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>…Notte più sola e bruma; spenta per me la luna, spente le stelle in ciel…</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia storia come vignaiolo deriva da questo approccio ibrido e creativo, dove si aggiunge alla realtà (la qualità del vino), la narrazione che diventa la vera nuova realtà. È nella narrazione che occorre creatività continua, ma deve essere reale e poetica. Ed io ho narrato tante cose sui miei vini, dei nostri cloni speciali e dei terreni calcarei, della storia del luogo e delle vecchie vigne, delle grandi botti che cedono al vino i ricordi dei vini degli anni passati. Anche le cose conservano i ricordi delle vite passate prima di noi in quei luoghi, basta farli riemergere.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>…Io vo contarti un sogno di questa notte, che mi torna a mente in riveder la luna… Guardando in alto: ed ecco all’improvviso distaccasi dal ciel la luna…</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">I successi del VILLA BUCCI e degli altri nostri vini, sono legati a queste narrazioni. Dobbiamo lasciare “buoni ricordi” delle cose che abbiamo fatto. Così forse qualcuno si ricorderà qualche volta di noi. Peccato non essere poeti e artisti, perché le loro opere li fanno restare sempre attuali. Come una poesia di Leopardi o una scultura di Michelangelo.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>Vaghe stelle dell’Orsa, io tornare ancor per uso a contemplarvi sul paterno giardino scintillanti…</em></p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%">
<figure class="wp-block-image size-full p-3 bg-white shadow-sm"><img loading="lazy" decoding="async" width="900" height="1170" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/le-mie-marche-01.jpg" alt="" class="wp-image-12452" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/le-mie-marche-01.jpg 900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/le-mie-marche-01-231x300.jpg 231w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/le-mie-marche-01-788x1024.jpg 788w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/le-mie-marche-01-768x998.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>05. Urbino: La Città Ideale</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ritorno sempre quando posso a Urbino dove ho anche insegnato per alcuni anni all’Università. Il Rinascimento è nato a Urbino. Non a Firenze o Roma dove si è poi sviluppato perché erano i luoghi della ricchezza: i Medici e le banche a Firenze e il Papato a Roma che hanno richiamato tutti i grandi artisti dell’epoca con progetti di enorme valore. C’è un libro molto importante che ha spiegato il ruolo fondamentale di Urbino nella nascita del Rinascimento cioè dell’età moderna. Il libro in tre poderosi volumi si intitola “Memoires of the Dukes of Urbino” e fu scritto dallo storico inglese James Dennistoun – Editore Longman, Londra 1891. Stranamente è stato tradotto in italiano nel 2010.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>…è notte senza stelle a mezzo il verno…</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel libro si scopre che mentre a Firenze Macchiavelli scriveva “Il Principe”, un manuale su come gestire il potere e la guerra, a Urbino Baldassarre Castiglioni scriveva “Il Cortigiano” che insegnava come vivere piacevolmente con la musica, la pittura, la poesia, la letteratura, l’arte. Se guardate il Palazzo di Urbino dal basso, cioè dal Mercatale, notate che i contrafforti nati come torri per difendersi, man mano che salgono, inseriscono fra di loro ampi balconi per guardare il paesaggio e godere dei tramonti meravigliosi. E dentro c’è lo Studiolo di Federico, un luogo magico dove ciascuno vorrebbe stare a leggere e a riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vita stava così cambiando e iniziava col Rinascimento l’epoca della vita moderna. Quando entrate nel Palazzo dove tutto è meraviglioso, dove tutto è equilibrio e bellezza, guardate negli occhi l’angelo che trovate alla vostra sinistra della Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Il suo sguardo vi penetra dentro fino all’anima.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere…</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">È’ il mio angelo custode al quale chiedo sempre se va bene quello che faccio.</p>
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<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-8f761849 wp-block-columns-is-layout-flex">
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>06. La Luna di Leopardi</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La Luna di Leopardi: è una luna speciale quando appare bassa e si ferma un po’ fra gli alberi del nostro giardino. Solamente il nostro poeta marchigiano riesce a parlare con lei per tutti noi e dirle tutte le cose che anch’io vorrei dirle.</p>



<p class="p-3 rounded-2 has-background wp-block-paragraph" style="background-color:#fff3cd"><em>…Sovente in queste rive… seggo la notte…veggo dall’alto fiammeggiar le stelle…</em> Va dove ogni altra cosa, dove naturalmente va la foglia di rosa, e la foglia d’alloro.</p>
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		<title>Le mie Marche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Sep 2023 12:59:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’era una volta che quando andavi in Italia ti chiedevano dove sono le Marche. Bei tempi quando eravamo sconosciuti anche a noi stessi.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta che quando andavi in Italia ti chiedevano dove sono le Marche. Bei tempi quando eravamo sconosciuti anche a noi stessi. Ora sono trendi, le Marche, il cosiddetto distillato d’Italia, come dicono i più colti in fallo nelle citazioni. È l’ora del marcheting, vai con il brend. Attrazione turistica fatale. Li vediamo arrivare, i turisti, e andare. Tutti insieme nello stesso posto nello stesso attimino. Cogli l’attimino e scatta un selfi. Fermi in andamento lento sulla aquattordici, sulla statalesedici lungonastrodicatrame, sulle pedemontane, sui sentieri, sui lungomari, sulle ciclopedonali, sulle battigie, sulle zetatielle, ai parcheggi a monte e a valle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In spiaggia c’è poca gente? Non ci andiamo, aspettiamo che sia piena. Tutti al mare, vengono anche i Bolchenstain. D’accordo, però un giorno che il tempo non è un granché andiamo a vedere i paesi del cratere, così facciamo un bel safari fotografico tra le macerie con gli indigeni delle casette soluzioni abitative in emergenza, per sempre. Vedessi quelle vecchiette che tenerezza che fanno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo poi andiamo in quella trattoria tipica dove si mangia come si usava una volta che non ricordo. Giusto, così lasciamo un po’ di euri dove servono, è etico oltre che poetico il nostro tur. Fortunati poi, e bravi, che ci siamo inventati anche il brend identiti alluvione. Una volta tanto è la concorrente turistica Romagna che ci copia. Quanti passaggi in tivù, ci hanno visto tutti ma proprio tutti. Dio come tira la sofferenza, siamo diventati virali. No, non sto parlando del covid, quello è passato e ci ha dato la spintarella per ripartire alla grandissima. Sagre, feste, festival, salvo varie ed eventi.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mercatini ristorantini localini aperitivini. Sui tavolini sui lettini sui piedini. Stretti stretti tutti insieme. Come dici? Non sento con la musica bum bum tum. Fa niente, non era importante, volevo solo dirti che ti amo. Come? Brindiamo. Occhei, ma domani insalatona. È sempre aperto il lunaparch del fud e la questua di un selfi collo scef. Corriamo presto c’è un vip. Siamo quello che fotografiamo, come disse Foierbach. Foto al piatto, posta che riposto anch’io. In questo posto ci torniamo. Andiamo in montagna, tutti in fila quasi indiana, qualcuno che ti passa avanti c’è sempre. Il fenomeno delle pisciarelle si moltiplica nel bosco, quante. Come dici, quelle sono un altro tipo di pisciarelle? Cinquemila in un giorno? Pensavo di più, una giornata d’infernaccio. Andiamo alla faggeta, tra gli umani non si riesce a individuare un faggio, ma va bene è bello così siamo tutti qui, vicino. Dove abbiamo messo l’auto? Speriamo di trovarla prima che faccia buio, e senza multa. Gli intellettuali maestri invocano a gran voce i borghi. Ai borghi ai borghi, tanto loro mica ci abitano. Dai luoghi comuni ai borghi comuni. È il progresso, bellezza. Le mie, le nostre Marche. Se ami un posto, tienilo segreto. Nascondi la tua poesia, potrebbe essere usata contro di te.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>P.S.</strong> Ogni riferimento a persone, a luoghi, a fatti realmente accaduti è puramente non casuale.</p>
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		<title>Le mie Marche</title>
		<link>https://mappelab.it/le-mie-marche-paolo-teobaldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2023 11:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le cose visibili e invisibili Trompe l’oeil: un’immagine che inganna l’occhio. E qui si parte subito da una foto che ritrae un particolarissimo angolo di Pesaro: la spiaggia di levante, all’altezza dell’Istituto Alberghiero “Santa Marta” (già sede della GIL, ovvero Gioventù Italiana del Littorio). Sulla fiancata di un vecchio edificio, costruito sull’arenile, un artista sconosciuto [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le cose visibili e invisibili</strong></h2>



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<p class="wp-block-paragraph"><em>Trompe l’oeil</em>: un’immagine che inganna l’occhio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui si parte subito da una foto che ritrae un particolarissimo angolo di Pesaro: la spiaggia di levante, all’altezza dell’Istituto Alberghiero “Santa Marta” (già sede della GIL, ovvero Gioventù Italiana del Littorio). Sulla fiancata di un vecchio edificio, costruito sull’arenile, un artista sconosciuto dipinge un mural (singolare di murales) che raffigura il medesimo edificio in una maniera surreale, che ricorda vagamente certi quadri di Bruegel o di Bosch. L’immagine infatti rappresenta un pianetino volante sormontato dal medesimo edificio che ospita il dipinto. Tutt’intorno alla sfera stanno turbinando decine di bagnanti come colpiti da un tornado, ma senza angoscia: sono bagnanti in costume d’ambo i sessi, singoli e in coppia, che svolazzano a spirale insieme con ombrelloni e lettini prendisole. A sinistra della casa “reale” (supporto e soggetto del dipinto nello stesso tempo) c’è il moscone rosso del bagnino di salvataggio, tirato in secco sulla spiaggia, mentre in cielo l’arcobaleno segnala una pioggia cessata da poco. A destra invece si intravedono alcuni piloni della rete elettrica (lì passa la ferrovia adriatica) e dietro un trancio del colle Ardizio, reale anch’esso, che nella foto si salda magicamente a quello dipinto. Queste le cose visibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cose invisibili invece sono molte di più:</p>



<p class="wp-block-paragraph">l’Istituto Alberghiero “S.Marta”, dove chi scrive si è guadagnato il pane insegnando Italiano per una ventina d’anni (“merito quadrilustre”, diceva il Parini); la scala metallica antincendio aggiunta all’edificio sul lato est; branchetti di studenti che mangiano un panino sui pianerottoli nei dieci minuti dell’intervallo; un caro collega che fuma una sigaretta, scambiando qualche battuta con chi scrive; un treno-merci carico di carri-armati, che procede sferragliando in direzione sud; due innamorati che si baciano tenendosi per mano; un cane lupo che porta a spasso il suo padrone… Poi arriva un omone che corre sulla battigia (non sul bagnasciuga!): un atleta di sicuro, che avanza con evidente sforzo perché trascina un copertone di camion, legato alla vita con una corda o una catena: una scena da girone infernale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il collega fumatore lo segue un po’ con lo sguardo e poi mi chiede, pensoso, quali peccati avrà mai commesso per meritare tanta pena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo rassicuro, da sopravvento: nessun peccato. È un pugile professionista, ho letto qualcosa sui giornali: si sta preparando per un incontro decisivo, valido per il campionato italiano dei mediomassimi. Sta irrobustendo i muscoli delle gambe, che però già da lontano sembrano due bronconi di quercia. Poi passa un altro treno-merci, carico di legname, con enormi tronchi sovrapposti e incatenati: tre per ogni pianale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché suona il campanello e l’intervallo è finito.<br>Tutti sotto, come nella barzelletta…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Pesaro, gennaio 2023</em></strong></p>
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		<title>Le mie Marche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Aug 2022 15:22:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le mie Marche affondano nei sentieri della memoria da almeno un quarto di secolo. Dai tempi dell’università, quando raggiungevo mamma che passava le vacanze a Numana o quando le colleghe con cui si faceva gruppo provenivano da Ostra o da Jesi. O ancora prima, quando mio babbo infilava sempre “Urbino” nella lista delle città più [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Le mie Marche affondano nei sentieri della memoria da almeno un quarto di secolo. Dai tempi dell’università, quando raggiungevo mamma che passava le vacanze a Numana o quando le colleghe con cui si faceva gruppo provenivano da Ostra o da Jesi. O ancora prima, quando mio babbo infilava sempre “Urbino” nella lista delle città più belle d’Italia che mi stilava da bambino. Poi le frequentazioni si sono intensificate per motivi di lavoro. Ospite fisso al Demanio Marittimo e nel comitato scientifico del Festival del Giornalismo Culturale, ad esempio. A lasciarmi a bocca aperta, negli anni successivi, sono state meno le città celebri e indiscutibili come appunto Urbino e di più quelle inaspettate, dalla bellezza non celebrata mai, trascurate artisticamente da un paese che gronda città d’arte. L’ho pensato nei vari passaggi a Fano. L’ho pensato ancora di più non potendo credere ai miei occhi al cospetto di Ascoli. Le mie Marche sono, insomma, in prima battuta arte e patrimonio. Le mille mostre alla Pescheria di Pesaro, le iniziative della Fondazione Casoli a Fabriano e una mostra &#8211; mi vengono i brividi, era l’estate 2003, 19 anni fa &#8211; alla Rotonda di Senigallia finalmente restaurata dopo anni. Cinque artisti &#8211; tra cui Enzo Cucchi, ovvio &#8211; curati da Marcello Smarrelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu il mio personale momento di transizione tra un interesse e un altro. O meglio di unione tra due interessi: l’arte e il cibo. Ricordo che il catering di quell’inaugurazione venne curato, in tandem, da Mauro Uliassi e Moreno Cedroni. Non erano i giganti che sono oggi, ma erano già due superchef e vederli fianco a fianco non era banale e dava un senso di sinergia e alleanza territoriale al di là delle sane rivalità. Iniziai a guardare le Marche con un’altra ottica fino a quando, divenuto nel frattempo anche direttore del Gambero Rosso, feci nominare Senigallia come città italiana dell’anno per la gastronomia. La densità di contenuti, di progetti, di proposte e di eccellenze che la città offre non ha eguali. Oltre ai super chef già citati si passa senza soluzione di continuità dal gelato (Brunelli) ai forni (Pandefrà), dalle enoteche (Galli) alle trattorie (Vino e Cibo), dai cocktail (Spaccio) ai bistrot (Mercato Pop e Nana) fino ad arrivare alla produzione agroalimentare di ricerca con l’incredibile pasta secca di Pietro Massi e le patatine sempre di Nana. E chissà quante cose mi dimentico…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senigallia è lo specchio fedele della regione. Nel bene e nel male. Nel bene perché questa fitta offerta di cose buone e ben fatte si sta riconfermando stagione dopo stagione dappertutto, in tutte le provincie. Senigallia è un lunapark gastronomico, ma tutte le Marche lo stanno diventando. E nel male? La lamentazione è sempre la solita: trasporti e infrastrutture turistiche. A Senigallia come altrove, le Marche oltre ad essere scrigno di qualità sono in grado di lasciarti l’amaro in bocca per come sono complesse da raggiungere e per come fanno fatica ad aggiornare la loro accoglienza a dispetto di potenzialità sconfinate. Occorre lavorare molto perché treni e alberghi non sono oggettivamente all’altezza di tutta la meraviglia di cui ho parlato fin qui non raccontandone neppure una frazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Artribune, il giornale che dirigo, qualche settimana fa, in occasione di un’importante fiera d’arte contemporanea a Bologna, ho chiesto a Nana un po’ delle loro mitiche patatine in busta e le abbiamo distribuite ai visitatori nazionali e internazionali dell’evento nel nostro stand. Se si può dare una mano per raccontare all’esterno i valori agricoli, alimentari, industriali, artigianali, artistici delle Marche, io ci sono.</p>
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		<title>Le mie Marche</title>
		<link>https://mappelab.it/le-mie-marche-enrico-david/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2022 09:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da giovane ho fatto parte di un gruppo che si chiamava Residenza (fu anche il titolo di una nostra trasmissione radiofonica): lo ispirava un grande poeta, Franco Scataglini, nel cui spirito socratico c’era la convinzione, ben fondata, che ogni luogo, anche il più derelitto, potesse divenire universale se legato alla autenticità di una esperienza. Non ho mai cambiato idea, dunque non è che io ami le Marche perché sono belle o perché ci sono nato e ci vivo. Non posso nemmeno dire di amarle tout court: più semplicemente, sono legato a certi luoghi perché li sento parte viva della mia esistenza.</p>
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<p class="fs-5 wp-block-paragraph">Quella del grottarolo è una condizione che sono cresciuto subendo. Perché per molti versi la grotta è una cosa da adulti: una “spiaggia” tecnica, all’apparenza aspra e da faccende. Un luogo che richiede manutenzione ed esperienza, che ti costringe agli occhi aperti. Da piccolo sognavo altri lidi, sabbie e battigie facili. Al peggio ciotoli e renelle. Invece ho dovuto fare i conti con cemento e scogli, aculei di ricci, ortiche e scorticature, pronti soccorsi. La grotta ti educa aprendoti al suo mondo. La sua singolare matericità inizia dall’approccio: un ascensore/rampa di lancio, una scalinata monumento, il dirupo che ti conduce dalla realtà e dall’afa della città di sopra al giù, dove tira sempre un po’ d’aria. Poi i profumi: gli odori dal mare, le alghe macerate al sole, i soffritti dalle grotte, l’acqua dei moscioli, l’erba dal dirupo sopra.</p>



<p class="fs-5 wp-block-paragraph">Ogni grotta ha il suo mondo, le sue regole, la sua estetica, i suoi attrezzi. Ecco, le grotte ti attrezzano: ho il ricordo di oggetti non nati per il mare, ma che al mare si sono dovuti adattare. Lo scalpello arrugginito di quasi 2 metri di Zio Dario per prendere i balleri. Il verricello per tirare su la barca. Le palanche di legno – assurdamente pesanti – ingrassate con la sogna dei vari al porto e tenuta in un lurido secchio di plastica, in fondo.</p>



<p class="fs-5 wp-block-paragraph">E alla fine i colori senza fine dei tramonti dietro la seggiola del papa.</p>



<div style="height:40px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="small wp-block-paragraph"><em>foto Claudio Maffei</em></p>
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		<title>Le mie Marche</title>
		<link>https://mappelab.it/le-mie-marche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jul 2021 08:28:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da giovane ho fatto parte di un gruppo che si chiamava Residenza (fu anche il titolo di una nostra trasmissione radiofonica): lo ispirava un grande poeta, Franco Scataglini, nel cui spirito socratico c’era la convinzione, ben fondata, che ogni luogo, anche il più derelitto, potesse divenire universale se legato alla autenticità di una esperienza. Non ho mai cambiato idea, dunque non è che io ami le Marche perché sono belle o perché ci sono nato e ci vivo. Non posso nemmeno dire di amarle tout court: più semplicemente, sono legato a certi luoghi perché li sento parte viva della mia esistenza.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Da giovane ho fatto parte di un gruppo che si chiamava Residenza (fu anche il titolo di una nostra trasmissione radiofonica): lo ispirava un grande poeta, Franco Scataglini, nel cui spirito socratico c’era la convinzione, ben fondata, che ogni luogo, anche il più derelitto, potesse divenire universale se legato alla autenticità di una esperienza. Non ho mai cambiato idea, dunque non è che io ami le Marche perché sono belle o perché ci sono nato e ci vivo. Non posso nemmeno dire di amarle tout court: più semplicemente, sono legato a certi luoghi perché li sento parte viva della mia esistenza.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h5 class="wp-block-heading"><strong>Campo degli Ebrei</strong> (Ancona)</h5>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si andava saltando le lezioni del liceo, era una specie di scampagnata urbana e non so se ci rendessimo conto del perfetto connubio di storia e natura, tra il mare su cui scivolano, dal ciglione a precipizio, i vecchi cippi a fungo e il cielo che sembra abbassarsi sulle lapidi e le pietre tombali rovesciate nell’erba come pecore di un gregge a riposo. “El cimitero abrevo/ portato via dal mare”, scrisse il mio maestro, come presagendo l’ala fredda di un Angelus novus, cioè di un moto che va a ritroso nello spazio/tempo e non si sa se intanto lo distrugga o lo redima.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h5 class="wp-block-heading"><strong>Palazzo della Signoria</strong> (Jesi)</h5>



<p class="wp-block-paragraph">Non c’è niente da fare, il mio gusto è irrimediabilmente tradizionalista, classicista (un amico dice che è un gusto teo-con, un altro, meno generoso, dice addirittura Swarovski). Resta il fatto che di rado ho avuto la precisa sensazione di abitare uno spazio e di abitarlo con altrettanta “naturalezza” (le virgolette sono d’obbligo, ovviamente) come in un simile prodigio umanistico. C’è di più, per uno abituato come me alla luce artificiale: là dentro, dove pure è ospitata una grande biblioteca civica, io non ne ho mai sentito il bisogno.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h5 class="wp-block-heading"><strong>Fornace Volponi</strong> (Urbino)</h5>



<p class="wp-block-paragraph">Urbino è così aggettante, avvenente, da essere ricattatoria nel suo magnetismo, perciò a chi in macchina risale gli ultimi tornanti dopo il ponte romano c’è caso sfugga un prezioso vestigio di archeologia industriale, la fornace (la sua rovina a cielo aperto) appartenuta alla famiglia dello scrittore Paolo Volponi, couche di maestri fornaciai che la produzione in serie già negli anni sessanta avrebbe distrutto. (Tale è l’argomento del romanzo Il lanciatore di giavellotto, il meno noto e il più segreto di un altro mio maestro).</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h5 class="wp-block-heading"><strong>Lungomare L. Da Vinci</strong> (Senigallia)</h5>



<p class="wp-block-paragraph">Amo il mare da lontano, non amo affatto la vita di spiaggia e i suoi affollamenti. Ma può attirarmi, come in questo caso, la vastità degli spazi e dell’arenile, la presenza costante del vento e di colori meno accesi che altrove anche nel pieno della stagione. Qui resiste il bar/trattoria su pedana di legno non ancora sostituito dalla pretenziosa istallazione coi sedili a trespolo e la musica più orribile a palla: non è obbligatorio andarsene smaltita la consumazione, si possono fare le cose più umane come sostare, conversare o leggere in pace, persino.</p>
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