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	<title>Intervista Archivi - MappeLAB</title>
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	<title>Intervista Archivi - MappeLAB</title>
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		<title>Ideal Blue. Un modello di partnership volto a un successo condiviso</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:48:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fondata nel 1976 da Piero Moretti e Teresa Stocchi, Ideal Blue trasforma da cinquant'anni la passione per il prodotto in una manifattura tessile di alto livello. Dopo gli inizi come abili fasonisti in campo sartoriale, l'azienda ha saputo orientare con intuizione la propria eccellenza, nel 1999, verso il settore del denim di fascia alta, arrivando a operare su scala internazionale al fianco dei brand d'avanguardia più prestigiosi al mondo. </p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15724" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-683x1024.jpg 683w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-200x300.jpg 200w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-768x1152.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/1-Giovanni-Gaggia-La-via-di-casa-2024-installazione-realizzata-con-il-jeans-di-Ideal-Blu-Gruppo-Florence.jpg 1000w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Fondata nel 1976 da Piero Moretti e Teresa Stocchi, Ideal Blue trasforma da cinquant&#8217;anni la passione per il prodotto in una manifattura tessile di alto livello. Dopo gli inizi come abili fasonisti in campo sartoriale, l&#8217;azienda ha saputo orientare con intuizione la propria eccellenza, nel 1999, verso il settore del denim di fascia alta, arrivando a operare su scala internazionale al fianco dei brand d&#8217;avanguardia più prestigiosi al mondo. Oggi l&#8217;azienda è in grado di supportare l&#8217;intero processo di industrializzazione del capo, dall&#8217;ideazione alla logistica, garantendo funzionalità operativa e privacy assoluta durante la realizzazione dei nuovi modelli. Ideal Blue si differenzia nel panorama europeo per aver rivoluzionato il concetto tradizionale di manifattura, sostituendo la logica cliente-fornitore con un modello di partnership volto a un successo condiviso. Questo approccio si riflette in una struttura dove tutti i cicli produttivi sono gestiti internamente in reparti interconnessi, assicurando massima efficienza dalla prototipazione alla produzione finale. La costante ricerca del miglioramento si sposa con un profondo impegno verso la responsabilità ambientale, che ha reso l&#8217;azienda una delle poche realtà capaci di trasformare il lavaggio industriale del jeans grazie alla tecnologia laser. Attualmente la struttura si divide in due stabilimenti per un totale di 10.000 metri quadrati, conta 140 dipendenti e una produzione annua di 300.000 capi. Gestita oggi dalla seconda generazione della famiglia con Sara, Marco e Silvia Moretti, quest&#8217;ultima nel ruolo di amministratore delegato, dialoga con l&#8217;artista Giovanni Gaggia per raccontare la propria storia, il futuro e il profondo rapporto con l&#8217;arte, consolidato anche attraverso la partnership tecnica per il progetto <em>BLU: il colore della cuccagna</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Ci conosciamo dai primi anni Novanta: abbiamo frequentato le superiori insieme, sezione grafica, alla Scuola del Libro. Se torno indietro con il pensiero e ti rivedo com&#8217;eri allora, non ti avrei mai immaginata come responsabile di un&#8217;azienda — quella della tua famiglia, a Urbania, L&#8217;Ideal Blu. Ma da qualche parte nel mondo a ricercare uno stato di libertà. Sono stati anni belli quelli che abbiamo vissuto, in cui il disegno e, in particolare, la progettazione sono diventati, in maniera diversa per l&#8217;uno e per l&#8217;altra, la base del nostro lavoro. Ti ritrovai nei primi anni duemila, quando feci una piccola personale nella tua città. Mi regalasti una giacca di una linea che tentavi di mandare in produzione, <em>&#8220;Il de Vie&#8221;</em>: il concept ruotava attorno agli abiti dei nostri nonni. Ho ancora quel capo. Rischiò di bruciare in un locale: mi appoggiai a una lampada incandescente e così, sulla spalla destra, comparve un ricamo — in oro — a forma di cuore. Mi racconti le connessioni tra la tua formazione e il lavoro che ti sei trovata a fare? Quanto ti sei portata con te di quegli anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Durante la mia formazione, la consegna dei progetti rappresentava sempre un momento cruciale, e quella grinta che mi teneva sveglia fino a notte fonda per rispettare le scadenze è diventata un punto di forza anche nel mio lavoro odierno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> L&#8217;azienda era di tuo padre: qual è oggi il legame con la tua terra?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Ideal Blu è stata fondata dai miei genitori e ha compiuto 50 anni proprio nel gennaio 2026. Io e i miei fratelli lavoriamo al suo interno da circa 27 anni: il passaggio generazionale è stato molto lento e questo ci ha permesso di portare avanti una tradizione familiare. Il legame che ho con il territorio passa anche attraverso questo forte senso di appartenenza familiare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="681" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-1024x681.jpg" alt="" class="wp-image-15726" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-1024x681.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-300x199.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence-768x510.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/4-Dettaglio-di-jeans-Ideal-Blue-Gruppo-Florence.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Producete capi in jeans e siete nel distretto del denim. Come si è sviluppato questo mercato proprio a Urbania e nelle zone limitrofe?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> I primi laboratori di cucito iniziarono a nascere intorno agli anni &#8217;50, per poi dare vita, tra la fine degli anni &#8217;60 e gli anni &#8217;80, alla famosa &#8220;Jeans Valley&#8221;, che contava quasi 300 aziende coinvolte nella filiera del prodotto, tra cui anche la nostra. Sicuramente molti giovani coraggiosi si sono messi in gioco, hanno fatto comunità attorno a un obiettivo comune e, insieme, sono cresciuti diventando veri imprenditori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Lavorate per grandi marchi della moda e realizzate le idee degli stilisti. Mi racconteresti la modalità di lavoro, come si passa dall&#8217;idea alla realizzazione?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Il punto alla base di un buon risultato è l&#8217;ascolto. Comprendere chi si ha di fronte è fondamentale: c&#8217;è un grande lavoro di conoscenza e ricerca. Una volta entrati in confidenza con il gusto e le attitudini del brand, si può costruire. Ogni idea viene trasformata secondo il linguaggio del cliente e noi entriamo in sintonia con lui, proponendo soluzioni artigianali ma anche tecnologiche, realizzabili in accordo con la sua visione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Ho visitato l&#8217;azienda di recente e ho notato una grande attenzione all&#8217;ambiente. Sappiamo che, per chi lavora come voi con questo tessuto, si tratta di un ambito complesso: da una parte la tintura, dall&#8217;altra lo scarto, la campionatura e il tessuto dismesso. Come affrontate questi aspetti?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Da diversi anni abbiamo deciso di fare la nostra parte, spinti innanzitutto dal desiderio di modificare alcuni processi legati ai trattamenti sul capo finito, che prevedevano l&#8217;impiego di sostanze chimiche e l&#8217;utilizzo di ingenti quantità di acqua. In secondo luogo, abbiamo scelto di adeguarci alle nuove direttive in materia di certificazioni che, fortunatamente, stanno entrando in vigore e regolamentano l&#8217;intera filiera. Non da ultimo, abbiamo affrontato il tema delle quantità di tessuto scartate durante il processo produttivo. A questo proposito abbiamo avviato diverse collaborazioni come gruppo, con l&#8217;obiettivo di destinare questi scarti ad aziende in grado di trasformarli nuovamente in tessuto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-15727" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/2-Tessuto-in-denim-sottoposto-a-lavorazione-laser-Ideal-Blu-Gruppo-Florence.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Utilizzate il disegno laser non soltanto per tracciare linee, ma anche per realizzare bagni di colore. Perché questa scelta e quale impatto ha sull&#8217;ecologia?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> La tecnologia laser rappresenta per noi il futuro. Abbiamo introdotto questa tecnologia in manifattura e siamo stati i primi a &#8220;laserare&#8221; il tagliato prima della confezione: un processo che oggi viene utilizzato da diverse aziende e che per noi è motivo di grande orgoglio. Il laser ci consente di personalizzare e nobilitare il tessuto e, soprattutto, di ottenere effetti di trattamento riducendo drasticamente l&#8217;uso di acqua. Un passo importante avanti sul fronte della sostenibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GG</strong> Come immagini il futuro del jeans? Potrà mai diventare ecosostenibile e, se sì, in che modo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> Il jeans è un prodotto vivo, capace di reinventarsi nel tempo. È uno dei prodotti più iconici al mondo e posso affermare che la strada verso l&#8217;ecosostenibilità è già stata intrapresa da molti: servono attenzione, trasparenza e, soprattutto, rispetto.</p>



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		<title>In absoluta pulchritudine</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 11:04:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°24]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Invelle è un nome evocativo, 	identitario rispetto alle memorie e alla 	coscienza di luogo. Perché questo titolo, peraltro magnifico?</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="685" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/90193849_1230647297137193_7949830030756937728_n-1024x685.jpg" alt="" class="wp-image-15644" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/90193849_1230647297137193_7949830030756937728_n-1024x685.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/90193849_1230647297137193_7949830030756937728_n-300x201.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/90193849_1230647297137193_7949830030756937728_n-768x514.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/90193849_1230647297137193_7949830030756937728_n.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="685" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Finestra-dei-grandi-ambienti-adiacenti-al-Triportico-1-1-1024x685.jpg" alt="" class="wp-image-15645" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Finestra-dei-grandi-ambienti-adiacenti-al-Triportico-1-1-1024x685.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Finestra-dei-grandi-ambienti-adiacenti-al-Triportico-1-1-300x201.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Finestra-dei-grandi-ambienti-adiacenti-al-Triportico-1-1-768x514.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Finestra-dei-grandi-ambienti-adiacenti-al-Triportico-1-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="685" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Riutilizzazione-industriale-dellarea-sacra-strutture-residue-delle-cartiere-1-1-1024x685.jpg" alt="" class="wp-image-15646" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Riutilizzazione-industriale-dellarea-sacra-strutture-residue-delle-cartiere-1-1-1024x685.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Riutilizzazione-industriale-dellarea-sacra-strutture-residue-delle-cartiere-1-1-300x201.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Riutilizzazione-industriale-dellarea-sacra-strutture-residue-delle-cartiere-1-1-768x514.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/SEV-Riutilizzazione-industriale-dellarea-sacra-strutture-residue-delle-cartiere-1-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1006" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Dettaglio-della-Fontana-di-Venere-1-1-1006x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15647" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Dettaglio-della-Fontana-di-Venere-1-1-1006x1024.jpg 1006w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Dettaglio-della-Fontana-di-Venere-1-1-295x300.jpg 295w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Dettaglio-della-Fontana-di-Venere-1-1-768x782.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Dettaglio-della-Fontana-di-Venere-1-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1006px) 100vw, 1006px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Peschiere-e-Fontana-di-Nettuno-1-1-1-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-15648" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Peschiere-e-Fontana-di-Nettuno-1-1-1-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Peschiere-e-Fontana-di-Nettuno-1-1-1-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Peschiere-e-Fontana-di-Nettuno-1-1-1-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VE-Peschiere-e-Fontana-di-Nettuno-1-1-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0023-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-15651" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0023-1024x768.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0023-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0023-768x576.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0023.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Sei arrivato a Villa Adriana, un tempio dell&#8217;archeologia e del paesaggio, dall&#8217;arte contemporanea, a cui arrivavi dalla storia dell&#8217;arte più classica e rigorosa. Una bella stratificazione che è diventata una bella sfida. Raccontaci.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AB</strong> <em>&#8220;Risvegliare dagli inferi e con l&#8217;arte potente e quasi divina far rivivere le cose insigni che furono vive per i vivi, ma che giacevano sepolte e morte da lungo tempo per reiterate ingiurie dei semivivi. E di riportarle dall&#8217;orco alla luce per farle vivere nuovamente tra uomini vivi&#8221;</em> sosteneva Ciriaco d&#8217;Ancona, a cui ho dedicato quest&#8217;anno un convegno fuori dalle Marche (sic). Potrei affermare che la mia esperienza nei siti UNESCO abbia rappresentato una trasformazione profonda, maturata lentamente e culminata nel maggio 2017, quando decisi di assumere la direzione dell&#8217;Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d&#8217;Este, trasferendomi a Tivoli. Allora, pochi compresero come questa scelta nascesse da un autentico desiderio di rinnovamento: l&#8217;esigenza di confrontarmi con orizzonti più ampi e di arricchire il mio percorso tanto sotto il profilo gestionale quanto su quello scientifico. Intendevo innestare il mio sguardo su realtà che molti ritenevano statiche, prive di un dinamismo vitale e, soprattutto, distanti dalle pulsazioni della contemporaneità. Probabilmente quella decisione rispondeva a una mia costante tensione utopica verso il cambiamento, tensione che si traduceva in un&#8217;azione culturale sempre proiettata in avanti e che alimentava, al contempo, una ricerca interiore mai del tutto compiuta: un&#8217;indagine sul senso, sui possibili stati dell&#8217;esistenza e su equilibri ancora inesplorati, orientata verso prospettive eteroclite e, talvolta, verso sfide che potevano apparire irrealizzabili. Il fascino di questi luoghi ha inciso profondamente sulla mia identità intellettuale e professionale, fino a farmi entrare in risonanza con questo complesso sistema culturale. La vera sfida consisteva nel far dialogare una bellezza assoluta, quasi metafisica e folgorante, con la fragilità e la precarietà di un&#8217;umanità in costante mutazione. Da questo incontro sono scaturite visioni nuove, libere da preclusioni, che non avevo mai sperimentato prima. Ho così interrogato le radici culturali dei cinque straordinari siti* affinché potessero divenire un principio generativo di pensiero non soltanto aggiornato, ma capace di anticipare il proprio tempo — come se mi trovassi immerso in una serra idroponica dell&#8217;intelletto, luogo di germinazione di idee pronte a evolvere in forme sempre diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> &#8220;Villæ&#8221; — per storia, peculiarità del sito, legacy — è un progetto infinito e intrinsecamente aperto alle arti di ogni tempo. Un infinito contemporaneo, un corpo a corpo con l&#8217;immanenza e il tempo diacronico. Cosa rimane di irripetibile nell&#8217;esperienza del Progetto? Di cosa sei particolarmente orgoglioso e quali sono le intenzionalità incompiute?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AB</strong> Le Villæ sono state da me concepite come un dispositivo culturale capace di instaurare un dialogo fecondo con le proprie radici, così da offrire ai visitatori contemporanei risposte consapevoli e strumenti interpretativi adeguati, proiettando al contempo l&#8217;Istituto verso il futuro attraverso sensibilità rinnovate. Ciò che per lungo tempo era stato percepito come un patrimonio statico è divenuto, nel corso degli anni, una risorsa generativa: un punto d&#8217;avvio per nuove letture, narrazioni e prospettive di senso. Le Villæ non si configurano, infatti, come una semplice sovrapposizione di funzioni — non solo museo, non solo parco archeologico, non soltanto giardino rinascimentale — bensì come un vero e proprio palinsesto in continua rigenerazione, un dispositivo che si costruisce per moltiplicazione, non per addizione. I cinque siti che lo compongono formano un organismo complesso, un ecosistema culturale irripetibile, determinato ad affermare la centralità del proprio ruolo sociale nel territorio. L&#8217;organizzazione di attività culturali è stata, in questo senso, lo strumento privilegiato per instaurare un dialogo con il pubblico contemporaneo, e insieme un mezzo per delineare una visione proiettata verso il domani, sempre nel pieno rispetto del valore storico e della qualità intrinseca di questi beni straordinari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi otto anni il filo rosso del lavoro svolto è stato proprio questo: restituire una narrazione ai siti, mantenendo la massima attenzione verso le loro specificità storiche, ma adottando un approccio intenzionalmente contemporaneo. Da tale prospettiva il progetto ha imboccato una direzione del tutto distinta rispetto alle modalità con cui, spesso, la contemporaneità viene innestata nel patrimonio storico. Qui, infatti, essa non è stata un semplice innesto estetico, bensì uno strumento critico attraverso cui interrogare il passato e attivare un dialogo profondo tra epoche diverse. Da questa visione è scaturita una programmazione culturale intensa, coerente e strutturata, capace di trasformare un complesso di valori apparentemente immobile in un cantiere in ebollizione, nel quale idee, progetti e approcci si sono rinnovati di continuo, come fosse un laboratorio di idee e una piattaforma di pensiero. Di questo percorso vado oggi sinceramente fiero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte azioni restano, tuttavia, ancora da compiere: dalla creazione di una galleria di marmi antichi nel giardino estense, lungo la Via del Cardinale, all&#8217;apertura di un museo dedicato al mito ottocentesco della musica nell&#8217;ala ovest del medesimo complesso; dalla definizione di un sistema viario interno che unisca l&#8217;Aniene a Villa d&#8217;Este passando per il Santuario di Ercole Vincitore alla reintegrazione dell&#8217;intero sistema delle acque di Villa Adriana. E ancora, dalla costituzione di un archivio internazionale di immagini dedicate ai siti tiburtini e alle buone pratiche gestionali e di restauro, alla formazione di un sistema museale fondato su depositi aperti (Cento camerelle, ex centrale elettrica, etc.) e horti botanici; dalla costituzione di un corso universitario per paesaggisti nonché ad un insieme di rapporti privilegiati con i siti UNESCO (dalla Cina al Brasile) che si occupano dell&#8217;oro verde per dare risposte concrete all&#8217;antropocene e alle nuove sfide ambientali. Progetti che attendono di essere portati a compimento e che testimoniano la vitalità di un percorso ancora in pieno svolgimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Archeologia, arte contemporanea, gli eventi all&#8217;aperto, l&#8217;esperienza del paesaggio, il Teatro Marittimo, Adriano e Marguerite Yourcenar ma anche le conserve, l&#8217;olio, il luogo/logo che si porta a casa, le aperture e le riaperture, il pieno e il vuoto. Hai toccato praticamente tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AB</strong> Non potrebbe essere altrimenti: le Villæ si configurano come un palinsesto aperto, un paesaggio culturale vivente, un ecosistema dinamico e senziente. La creazione di reti e l&#8217;attivazione di collaborazioni costituiscono parte integrante della nostra stessa struttura identitaria. Il nostro approccio si fonda sull&#8217;idea di costruire nuovi percorsi e vettorialità di senso, in un dialogo continuo con il territorio e con i suoi attori — primariamente i Comuni della Valle dell&#8217;Aniene e la Regione, ma anche il tessuto produttivo e turistico della Città Metropolitana di Roma. Fin dall&#8217;adozione del nome Villæ, abbiamo intrapreso un processo di interrogazione critica del contesto in cui operiamo, con l&#8217;obiettivo di comprenderne le specificità e di valorizzarle in sintonia con le nuove sensibilità e con l&#8217;evoluzione delle richieste del pubblico. Per noi si tratta dell&#8217;evoluzione naturale di un percorso già avviato, che consideriamo esclusivamente come un arricchimento. La diversità, in questo senso, è un valore fondativo: rifiutiamo visioni monolitiche o forme di pensiero unico. L&#8217;esperienza nella direzione di questi luoghi mi ha insegnato che il conseguimento di risultati concreti richiede un confronto costante, dialettico e interdisciplinare, anche con professionalità apparentemente lontane dal dominio culturale. Ogni intervento necessita infatti del contributo di un ventaglio ampio di competenze, non limitate a quelle strettamente specialistiche del settore. Questa consapevolezza ha generato un metodo di lavoro rinnovato, in cui la connessione tra discipline e prospettive eterogenee assume un ruolo centrale. In questa cornice abbiamo proposto ai visitatori mostre, convegni e giornate di studio dedicate a temi specifici, riuscendo a configurare un ambiente al tempo stesso mutageno e in continua trasformazione, dove ricerca e divulgazione si integrano e si contaminano reciprocamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Da Monfalcone e dalle tue esperienze accademiche, fino ai progetti con Art Verona, hai percorso in lungo e in largo la East Coast come la chiami tu. Oltre a Demanio naturalmente. Cosa ci dice oggi, dal tuo punto di vista, questa costa adriatica, quest&#8217;area territoriale estesa e diversissima ma con tanti punti di contatto?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AB</strong> L&#8217;origine del termine affonda in un ricordo di oltre trent&#8217;anni fa, quando discendevo dal Friuli lungo la statale Romea, attraversando quel paesaggio lineare come in un rito di transizione, con una sosta invariabile a Ravenna. Da allora la mia traiettoria professionale e intellettuale si è sviluppata lungo queste stesse coordinate, dalla dimensione operativa dei cantieri di Monfalcone all&#8217;orizzonte scaligero, fino a un dialogo ideale con Sigismondo Pandolfo Malatesta e Ciriaco d&#8217;Ancona, per approdare infine ad una relazione viva con Pino Pascali. In questo percorso, la costa adriatica è divenuta non semplicemente uno spazio, ma un segmento essenziale della mia biografia, una matrice profonda del mio immaginario estetico. È un paesaggio che si configura come un sistema complesso, in cui elementi naturalistici e stratificazioni antropiche entrano in osmosi costante. Il suo carattere distintivo è il tempo: un tempo che non muta o che muta così lentamente da dare l&#8217;impressione di una continuità senza fratture. La linea di confine tra cielo e mare, mobile e cangiante, crea una condizione percettiva in cui ogni stagione appare intrisa di una sospensione atmosferica, quasi una rarefazione dell&#8217;esperienza. Questo luogo, razionalmente utopico, si rivela invece pienamente reale sul piano della percezione: qui il tempo si dilata, assume una qualità immanente che permette alle cose di acquisire una densità ulteriore. È in tale scenario che riesco a connettermi con una parte più intima, onirica e talvolta malinconica di me stesso, fino a percepire una continuità segreta tra la siepe leopardiana — orizzonte dell&#8217;infinito immaginato — e il languore del Lido evocato da Thomas Mann, in un&#8217;ideale sintesi di limite e apertura. Tutto, in questo contesto, tende a una forma di metafisica vissuta, nella quale bellezza e misura convivono in un equilibrio dinamico. La creatività emerge come quotidiana attuazione di questo ossimoro, trasformandosi in una pratica che non oppone rigore e immaginazione, ma li intreccia. Soprattutto nelle Marche il procedere allegorico dell&#8217;interpretazione e il procedere simbolico della conoscenza sono necessari per poter accedere all&#8217;incommensurabile attraverso il sensibile. L&#8217;arte diviene così conoscenza emotiva: una forma di sapere che non rinuncia alla dimensione analitica, ma la supera, la amplifica, la rende porosa. Per questo ritengo che proprio lungo questa costa si diano le condizioni più favorevoli per indagare una fenomenologia delle emozioni. Qui il dato percettivo diviene metodo, la risonanza affettiva si fa strumento di lettura, e l&#8217;esperienza estetica si manifesta come un processo circolare tra memoria, desiderio e presenza. Un laboratorio sensibile in cui il mondo sembra continuamente offrirsi alla comprensione attraverso il suo stesso slancio poetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Dopo avere diretto un luogo planetario come il sistema delle Villæ — che è negli immaginari del mondo come il British Museum, la National Gallery, il Louvre, Stonehenge, la Polis di Atene per citare alcuni luoghi iconici indiscutibili e celebrati — di quali sfide professionali ti vorresti occupare?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AB</strong> Sarebbe bello continuare a occuparmi di bellezza intensa e sconvolgente, di luoghi di risonanza planetaria che rimangono culturalmente incompresi, erroneamente esclusi oltre la superficie, come Capri, Taormina o il Lido di Venezia. Mi piacerebbe governare ecosistemi culturali in Italia, forte della sensibilità e dell&#8217;esperienza maturate nel tempo, consapevole che ogni sfida comporta la responsabilità di rendere questi luoghi viventi, partecipativi e attivi, piuttosto che semplici monumenti passivi o mete turistiche. A mio avviso devono trasformarsi in spazi dialettici e osmotici, capaci di interagire con chi li attraversa, pur mantenendo un legame profondo con la loro storia e con le urgenze del presente, tra memoria e contemporaneità, tra radicamento locale e respiro globale. Li concepisco come occasioni identitarie di bellezza e di benessere, cellule extramondo sospese in un tempo infinito, testimoni di un flusso continuo, fisico e concettuale, che li rende indiziari del nostro passato e, al contempo, attori del presente: spazi da vivere, da attraversare, da abitare, non semplicemente da contemplare. Ogni elemento del loro tessuto culturale deve dialogare con le nuove sensibilità del pubblico, stimolando percezioni e interpretazioni plurime, in un processo di continua rinegoziazione tra identità e innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura, infatti, non può limitarsi a essere osservata: va assorbita, respirata, interiorizzata, trasformandosi in esperienza sensoriale, emotiva e cognitiva. In tale prospettiva, i luoghi che curiamo diventano piattaforme di confronto e dialogo, innanzitutto con noi stessi, e al contempo ponti verso l&#8217;altro, laboratori in cui si tessono connessioni interdisciplinari, contaminazioni tra arti e scienze, e si costruiscono nuove prospettive di conoscenza e fruizione. Ogni percorso, ogni progetto espositivo o iniziativa di ricerca si configura come un organismo vibrante, capace di rispondere al contesto specifico senza rinunciare a relazionarsi con l&#8217;intero ecosistema culturale in cui è inserito. In questa visione, le mostre, i convegni e le giornate di studio non sono mai eventi isolati, ma momenti di un flusso più ampio, in cui la divulgazione si integra con la ricerca, la memoria dialoga con la sperimentazione, e la fruizione pubblica diventa occasione di partecipazione attiva. La sfida consiste nel rendere questi luoghi non solo testimonianze del passato o cornici estetiche, ma spazi capaci di generare emozione, pensiero critico e senso di comunità, offrendo al contempo una narrazione coerente e stratificata della nostra cultura, senza mai banalizzarla o ridurla a mera spettacolarizzazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0042-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-15650" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0042-1024x768.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0042-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0042-768x576.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2026/05/VA-DJI_0042.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Mi piace ricordare un&#8217;esperienza molto speciale che hai avuto, quella con Patrizia Moroso, una grande imprenditrice del design italiano e internazionale. La tua libertà dello sguardo e del pensiero come ha trovato approdi così diversi? Come si è arricchita di questi vasi comunicanti? Può essere considerata un modello di curatela?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AB</strong> Ogni esperienza autentica, come quella vissuta con Patrizia, costituisce un tassello imprescindibile del percorso di conoscenza e di riflessione. Ogni confronto stimola visioni nuove, libere da pregiudizi e mai sperimentate prima, aprendo prospettive capaci di riscrivere il modo in cui percepiamo la cultura e la bellezza. A Tivoli, ad esempio, ho interrogato le radici culturali di cinque straordinari siti, cercando di trasformarle in elementi generativi di un pensiero non solo aggiornato, ma in grado di anticipare il proprio tempo, di prefigurare nuove modalità di relazione tra storia e contemporaneità. Sulla base di una riconsiderazione critica di categorie interpretative come rappresentazione e intermedialità, le analisi mettono in luce le forme di affinità e relazione tra le diverse manifestazioni della bellezza: architettura, archeologia, pittura, botanica sono solo le categorie più evidenti di fascinazione, percorse da narrazioni capaci di rivelare la pluralità intrinseca del mondo. Ogni dato, ogni elemento, non esiste isolato: come in un ecosistema complesso, esso è mediato attraverso una condivisione di funzionalità ed estetiche, filtrata da modelli letterari, teatrali e scenografici, in una dimensione sinestetica e sensoriale che trascende la mera bidirezionalità dei prestiti culturali. Questa prospettiva restituisce un&#8217;idea di circolarità dei processi creativi, di relazioni permanenti tra domini mediatici, dove la conoscenza, l&#8217;esperienza e la bellezza non sono lineari ma interconnesse. Ogni interazione diventa quindi un nodo di un flusso più ampio, in cui la percezione e la fruizione del patrimonio culturale non solo si ampliano, ma si trasformano in strumenti di riflessione e generazione di nuovi significati. Così, l&#8217;esperienza stessa si fa veicolo di scoperta, capacità di anticipare il tempo e di costruire relazioni profonde tra dimensioni diverse della conoscenza, tra estetica e concetto, tra memoria e innovazione. Nulla di più lontano dall&#8217;attuale vague…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Credits:</strong> © foto 2025 Istituto Villa Adriana e Villa d&#8217;Este</p>
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		<title>Farm Cultural Park</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Aug 2025 09:39:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°22]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Invelle è un nome evocativo, 	identitario rispetto alle memorie e alla 	coscienza di luogo. Perché questo titolo, peraltro magnifico?</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> La progettualità di FARM è trasversale, policentrica e intergenerazionale. Sempre legata ai luoghi, che sono dispositivi di progettualità, emancipazione e responsabilità del discorso pubblico. È un sistema virtuoso che si espande per cerchi infiniti, dalle persone alle comunità. Quindi Mazzarino, Favara, oggi Palermo, in parte Agrigento Capitale e poi vedremo cosa si aggiungerà. Ci racconti la genesi di questi progetti di vita che condividi con Andrea Bartoli?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FS</strong> La genesi dei progetti di vita che condivido con Andrea Bartoli, mio marito, è profondamente legata alla nostra visione di restituzione e impegno verso le comunità in cui viviamo. La nostra scelta di tornare in Sicilia non è stata solo una decisione personale, ma un atto consapevole di voler contribuire a un cambiamento positivo nel nostro territorio, utilizzando l’arte e la creatività come strumenti fondamentali per l’emancipazione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Farm Cultural Park, in particolare, è nato dall’esigenza di creare uno spazio che non fosse solo un centro artistico, ma un laboratorio di idee dove i cittadini possano confrontarsi su tematiche cruciali come lo sviluppo urbano, i diritti umani e la sostenibilità. Sin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di rendere l’arte accessibile a tutti e di utilizzarla come catalizzatore per una riflessione profonda sulle sfide contemporanee che ci circondano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni progetto nasce da una interazione autentica con il contesto locale. Mazzarino e Favara hanno rappresentato i primi passi di questo percorso, dove abbiamo cercato di sviluppare iniziative che rispondessero alle esigenze e ai desideri della comunità. Il 2024 ci ha regalato la possibilità di arrivare a Palermo, dove non potevamo che mettere a valore la sua interculturalità attraverso la nascita del Museo delle città del Mondo, l’evoluzione naturale della Biennale delle Città del Mondo di Farm, che ha già messo in evidenza l’importanza del dialogo tra le culture urbane e la loro interazione. Con il Museo, Farm intende rafforzare questo impegno, creando uno spazio permanente dove le storie delle città possano essere condivise, esplorate e celebrate, promuovendo una comprensione più profonda delle diverse identità urbane e un impegno collettivo per la pace, la libertà e il rispetto dei diritti umani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La progettualità di Farm è caratterizzata da un approccio trasversale e policentrico. Di fronte alla complessità di problemi difficili da affrontare, siamo consapevoli che trovare soluzioni semplici o operare in compartimenti separati non è l’ideale. Pertanto, riteniamo fondamentale adottare un approccio sistemico e transdisciplinare, in grado di considerare le interconnessioni e le relazioni tra gli elementi coinvolti. Ci impegniamo a stimolare un dialogo continuo tra diversi gruppi generazionali e culturali, creando un sistema che, pur non riuscendo sempre, aspira ad arricchirsi di esperienze condivise e nuove idee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nostra visione è quella di coinvolgere le comunità in un processo collettivo di cambiamento, in cui l’arte non rappresenti solo una forma di espressione, ma diventi un mezzo per affrontare e risolvere le sfide che riguardano tutti noi. Siamo fermamente convinti che, tramite la partecipazione attiva e l’impegno condiviso, possiamo contribuire a lasciare un segno positivo e duraturo nel mondo in cui viviamo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/3-AC-Presentazione-Abbiamo-Tutto-Manca-il-Resto-a-Catania-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-14996" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/3-AC-Presentazione-Abbiamo-Tutto-Manca-il-Resto-a-Catania-1024x768.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/3-AC-Presentazione-Abbiamo-Tutto-Manca-il-Resto-a-Catania-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/3-AC-Presentazione-Abbiamo-Tutto-Manca-il-Resto-a-Catania-768x576.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/3-AC-Presentazione-Abbiamo-Tutto-Manca-il-Resto-a-Catania-1536x1152.jpg 1536w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/3-AC-Presentazione-Abbiamo-Tutto-Manca-il-Resto-a-Catania.jpg 1900w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Presentazione di Abbiamo tutto manca il resto, Catania</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Le scelte curatoriali e artistiche &#8211; che siano arte, recupero, restauro, nuova architettura &#8211; da quali criteri sono ispirate? Quali autori e perché?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FS</strong> Le scelte curatoriali e artistiche di Farm Cultural Park sono guidate da una profonda riflessione sui valori che vogliamo promuovere all’interno della nostra comunità. Puntiamo a sostenere artisti che, oltre a condividere questi valori, possano stimolarci a riflettere su temi importanti attraverso il loro lavoro. Non ci limitiamo necessariamente a collaborare solo con artisti affermati; al contrario, spesso ci troviamo a lavorare con artisti molto giovani. Questa scelta è dettata dal fatto che, essendo meno legati alle dinamiche di mercato, hanno la libertà di esprimere la loro creatività senza vincoli, portando freschezza e innovazione nei nostri progetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, a volte lavoriamo con persone che non si considerano necessariamente artisti, ma di cui noi riconosciamo il valore artistico delle opere. Crediamo fermamente che l’arte possa emergere da svariati contesti e background, e che ogni forma di espressione creativa possa contribuire al dibattito culturale della nostra comunità. Per quanto riguarda la scelta dei luoghi e la loro rigenerazione o recupero architettonico, tendiamo a dire di avere una sorta di “sindrome ossessiva compulsiva di trasformazione”. Quando visito uno spazio, percepisco quasi istintivamente il suo potenziale trasformativo. Più un luogo è distrutto, più ne rimango affascinata, forse perché in esso vedo maggiori margini di intervento e opportunità di rinascita. Questo desiderio di trasformazione è intrinsecamente legato alla nostra missione: dare nuova vita a spazi che hanno bisogno di attenzione e cura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo molto influenzati dai nostri viaggi: ogni esperienza arricchisce la nostra visione. In questi anni, ci siamo lasciati guidare anche dall’istinto, il segreto, però, è la continua ricerca, sperimentazione e studio. Vogliamo creare un ambiente in cui arte, recupero, restauro e nuova architettura dialoghino tra loro, contribuendo a un dibattito vivace e stimolante all’interno della nostra comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> Con Andrea avete attivato una sorta di “diplomazia culturale” a geometria variabile che permette di espandere il network e le opportunità. Anche in questo caso il metodo fa la differenza. Qual’è lo schema che ricorre?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FS</strong> La nostra idea di “diplomazia culturale” è nata quasi per caso, durante i primi passi mossi a Mazzarino, quando abbiamo deciso di ristrutturare la nostra casa, un palazzo settecentesco carico di storia e fascino. Durante i lavori di ristrutturazione, ci siamo resi conto di una cosa profonda: non avremmo mai potuto godere da soli di tutta quella bellezza. Era troppo grande, troppo significativa per rimanere chiusa tra noi in quattro mura. Sentivamo che quel patrimonio doveva essere condiviso, aperto a chi avrebbe potuto apprezzarne la storia, respirarne l’anima e trarne ispirazione. La condivisione, per noi, non era solo un gesto di apertura, ma una necessità: un modo per far vivere quel luogo attraverso gli occhi, le esperienze e le emozioni degli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel momento, abbiamo avuto la conferma che la cultura e l’arte sono linguaggi universali, capaci di parlare a tutti, di unire, di curare. In un’epoca come la nostra, segnata da conflitti, ingiustizie e disuguaglianze, la cultura non può limitarsi a essere uno spettacolo. Deve diventare uno strumento di cura, di coesione sociale, di rinascita. È da questa consapevolezza che è scaturita l’idea di aprire casa nostra, trasformandola in un’ambasciata culturale, un luogo di scambio e dialogo. Non volevamo solo un luogo figo e borghese, ma uno spazio vivo, dove accogliere non solo artisti, ma soprattutto direttori di musei, istituzioni culturali e pensatori da tutto il mondo. Un luogo dove ridiscutere il ruolo della cultura come strumento di diplomazia, come ponte tra le persone e come motore di cambiamento. La condivisione, in questo senso, è diventata il cuore pulsante del nostro progetto: condividere spazi, idee, visioni e speranze. Il metodo che abbiamo scelto si basa sull’accoglienza e sulla generosità. Crediamo che ogni persona debba sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una comunità che la valorizza e la rispetta. Cerchiamo di creare un ambiente in cui tutti possano essere se stessi, esprimersi liberamente, senza paura di essere giudicati. È attraverso questa apertura che nascono relazioni autentiche e durature, che si trasformano in un network culturale dinamico, in continua espansione. Una rete “a geometria variabile”, che si adatta, si trasforma e si arricchisce con ogni nuova connessione. La condivisione, in questo contesto, non è solo un atto di apertura, ma una pratica quotidiana: condividiamo spazi, risorse, conoscenze e opportunità, perché crediamo che solo insieme si possano costruire ponti veri e duraturi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo approccio, che mette al centro l’inclusione, il dialogo e la condivisione, ci permette di rafforzare il ruolo della cultura come ponte tra comunità diverse, stimolando opportunità di crescita e sviluppo reciproco. Il nostro obiettivo è trasformare il patrimonio che abbiamo ereditato non solo in un bene materiale, ma in un catalizzatore di cambiamento sociale e culturale. Perché crediamo che la cultura, quando è condivisa e vissuta collettivamente, possa davvero cambiare il mondo, un passo alla volta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/4-AC-TALK-FINALE-DI-URBAN-JOURNEY-OF-PALERMO-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-14997" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/4-AC-TALK-FINALE-DI-URBAN-JOURNEY-OF-PALERMO-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/4-AC-TALK-FINALE-DI-URBAN-JOURNEY-OF-PALERMO-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/4-AC-TALK-FINALE-DI-URBAN-JOURNEY-OF-PALERMO-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/4-AC-TALK-FINALE-DI-URBAN-JOURNEY-OF-PALERMO-1536x1024.jpg 1536w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/08/4-AC-TALK-FINALE-DI-URBAN-JOURNEY-OF-PALERMO.jpg 1900w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Talk finale di Urban Journey of Palermo. In prima fila, al centro, Florinda Saieva e Andrea Bartoli</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> L’architettura insegnata ai bambini: come nasce e con quale motivazione? Su quali skill poggia e cosa si ripromette di ottenere?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FS</strong> L’idea di insegnare l’architettura ai bambini è nata da un’intuizione semplice ma profonda: i bambini sono naturalmente curiosi, creativi e capaci di guardare il mondo con occhi liberi da pregiudizi. Inizialmente, avevamo pensato di realizzare un Children’s Museum, ma ci siamo scontrati con la mancanza di risorse. Tuttavia, non abbiamo rinunciato all’idea di lavorare con i bambini, perché crediamo fermamente che sia nostro dovere restituire loro la dimensione del gioco, della possibilità e della scoperta. Volevamo creare uno spazio in cui potessero alimentare il pensiero critico, esercitare l’intelligenza emotiva e, soprattutto, sentirsi liberi di esprimersi. Perché proprio l’architettura? Perché questa disciplina offre un terreno fertile per l’apprendimento. Permette ai bambini di esplorare lo spazio che li circonda, di comprenderlo e di riflettere su come vorrebbero che fosse. E, soprattutto, ci insegna a non sottovalutare la loro capacità di osservazione e la loro creatività innata, fonti di idee sorprendenti. La nostra scuola, nata a Favara come un piccolo esperimento, oggi ha 25 sedi in tutta Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo ci riempie di orgoglio, ma anche di una grande responsabilità. Ogni bambino che partecipa ai nostri laboratori ci ricorda quanto sia importante investire nel loro futuro. Le skill su cui poggiamo sono molteplici: la creatività, il problem solving, la collaborazione, ma anche l’ascolto e l’empatia. Vogliamo che i bambini non solo imparino a progettare, ma anche a sentirsi parte di una comunità, a rispettare gli spazi condivisi e a immaginare un mondo migliore. Ciò che ci ripromettiamo di ottenere è semplice ma ambizioso: vogliamo che i bambini crescano con la consapevolezza di poter fare la differenza. Che siano cittadini attivi, critici e sensibili, capaci di guardare al futuro con speranza e determinazione. Perché, in fondo, l’architettura non è solo una questione di mattoni e cemento: è una forma di cura, un modo per prendersi cura delle persone e dei luoghi che abitiamo. E i bambini, con la loro purezza e il loro entusiasmo, sono i migliori maestri in questo percorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> I vostri progetti sono allo stesso tempo molto popolari e molto disciplinari, piacciono agli addetti ai lavori e si fanno comprendere dalle persone. Su cosa poggia questa chimica fine? Sono dispositivi che fanno succedere cose, relazioni, progetti?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>FS</strong> I nostri progetti affondano le radici in una chimica speciale, quasi magica, che nasce dall’incontro tra la passione per la cultura, un profondo rispetto per il territorio e una volontà di inclusione. Quando io e Andrea siamo tornati in Sicilia da Parigi, portavamo nel cuore una convinzione chiara: i luoghi possono cambiare, e questo cambiamento è guidato dalle persone. Quello che avevamo visto e amato a Parigi, sapevamo di poterlo ricreare a modo nostro e con le giuste proporzioni in Sicilia. A Favara, avevamo il sogno di creare una comunità vivace, creativa e inclusiva, quasi una missione. Questo approccio ci ha spinto a lavorare con un obiettivo preciso: migliorare il nostro contesto, adottando una mentalità preparata, competitiva e innovativa, ma senza mai perdere di vista la realtà locale. Abbiamo sempre cercato di mantenere un linguaggio e uno storytelling semplici, ma mai banali, perché crediamo che per comunicare efficacemente sia fondamentale essere autentici. Volevamo che le nostre iniziative parlassero alle persone, non solo agli addetti ai lavori. Volevamo creare un ponte tra il mondo dell’arte e la comunità, perché la cultura, per noi, è prima di tutto condivisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle chiavi del nostro successo è stata anche la capacità di lavorare con i bambini. Questo ci ha permesso di arrivare alle famiglie e di creare un legame più profondo con la comunità. I bambini sono i migliori ambasciatori di un’idea: il loro entusiasmo, la loro curiosità e la loro purezza ci hanno aiutato a coinvolgere genitori e familiari, trasformando il nostro progetto in qualcosa di collettivo e inclusivo. Attraverso di loro, abbiamo capito che il cambiamento parte dalle piccole cose, dai gesti quotidiani, dalla voglia di giocare e di immaginare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I media, in particolare Rai Uno, ci hanno dato una legittimazione importante, soprattutto nei confronti di chi, all’inizio, faticava a comprendere quello che stavamo facendo. Grazie alla copertura mediatica e alle storie che abbiamo condiviso, abbiamo dimostrato che le nostre iniziative non avevano solo un valore artistico, ma potevano contribuire attivamente al benessere della comunità. Questo ci ha permesso di portare la nostra visione a un pubblico più ampio, più comune, più vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Farm non ha mai nascosto le sue fragilità, e forse è proprio questo che l’ha resa più vicina alle persone. Abbiamo sempre spiegato apertamente cosa facciamo, confrontandoci anche su quelle scelte che potrebbero sembrare banali per noi, ma che hanno un significato profondo per gli altri. Vogliamo assicurarci di non lasciare nessuno indietro. Perché la cultura, per noi, non è mai stata una torre d’avorio: è un luogo di incontro, di scambio, di crescita collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa “chimica fine” di cui parlo deriva dalla capacità di progettare dispositivi che favoriscano interazioni significative e sviluppino relazioni, sia tra le persone che tra le idee. Lavoriamo per creare spazi e occasioni in cui le idee possano germogliare e fiorire: produzioni artistiche, eventi, collaborazioni. Ogni progetto è pensato per stimolare il dialogo e l’incontro tra culture diverse, tra artigiani e artisti, e per invitare la comunità a sentirsi parte di un processo creativo collettivo. In questo modo, siamo riusciti a costruire un ecosistema culturale che è accogliente, stimolante e aperto alla partecipazione. La popolarità dei nostri progetti è un riflesso del fatto che il nostro approccio risuona con le persone, creando un senso di appartenenza e una connessione profonda con il territorio. Siamo convinti che il cambiamento passi attraverso le relazioni e la collaborazione, e siamo felici di assistere a come tutto ciò possa realmente accadere in un luogo che riteniamo possa diventare un faro di creatività e innovazione. Perché, in fondo, Farm non è solo un progetto: è una storia di persone, di sogni e di fragilità trasformate in punti di forza.</p>
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		<title>Simone Massi: Invelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2025 14:51:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe N°22]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Invelle è un nome evocativo, 	identitario rispetto alle memorie e alla 	coscienza di luogo. Perché questo titolo, peraltro magnifico?</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> – <em>Invelle</em> è un nome evocativo, identitario rispetto alle memorie e alla coscienza di luogo. Perché questo titolo, peraltro magnifico?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> – Inizialmente il film doveva chiamarsi <em>Tre infanzie</em> e mi sembrava un titolo giusto, perché in effetti i protagonisti del film sono tre generazioni di bambini. Nel momento in cui ho ottenuto di poter riscrivere tutti i dialoghi in dialetto marchigiano ho realizzato che il vero protagonista del racconto era un intero territorio, un luogo popolato da povera gente, che non solo non ha mai trovato spazio nei libri di storia ma che ha finito per essere spopolato e dimenticato. Un non-luogo, un <em>invelle</em>, appunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> – Il segno che si alterna tra interni e paesaggi, vuoti e città, è di forte potenza: che tipo di tratto e di logica di animazione hai scelto per questo racconto a tratti davvero epico?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> – Lo stile grafico e di regia è lo stesso utilizzato nei cortometraggi realizzati nei decenni precedenti. Rispetto ai corti, il racconto ha avuto un respiro molto più ampio e ho sentito la necessità di introdurre elementi per me nuovi. Su tutti, rendere riconoscibili i personaggi, dando loro per la prima volta un’identità e il diritto alla parola. In precedenza, infatti, tutti i miei personaggi sono stati muti e anonimi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/massi-6-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-14777" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/massi-6-1024x576.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/massi-6-300x169.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/massi-6-768x432.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/massi-6-1536x864.jpg 1536w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2025/05/massi-6.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> – La narrazione segue la linea del tempo e riconosce antropologie e fenomenologie. Qual è il senso di questa lunga storia che va dall’‘800 al ‘900 al passato recente?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> – Il senso per me ce l’aveva, e ce l’ha, in quanto c’è una storia – una storia che è allo stesso tempo personale e collettiva – che non è stata raccontata, o non è stata raccontata a sufficienza, e comunque mai in animazione. Nel momento in cui ho la possibilità di raccontare una storia, scelgo quella che mi pare più importante, quella che ho più a cuore, quella che manca.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> – Come si colloca <em>Invelle</em> nello sviluppo del tuo processo autoriale?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> – Penso sia la naturale prosecuzione di un percorso di ricerca iniziato trent’anni fa, e che mi ha sempre visto autore e uomo libero. <em>Invelle</em> è l’inizio di un nuovo capitolo, visto che la forma breve ha un po’ esaurito la sua funzione, mentre il lungometraggio per me è un terreno nuovo e come tale incredibilmente stimolante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC</strong> – Quanto c’è di marchigiano in questo film e quanto di metaforico e quindi universale?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SM</strong> – Le Marche sono la mia terra, non c’è un fotogramma che non parli di noi, di quello che siamo stati o siamo ancora. I volti, le voci, le colline e il cielo sono i nostri, così come marchigiane sono molte delle mani che hanno disegnato i quarantamila fotogrammi che compongono il film. Quanto ci sia di universale non spetta a me dirlo. A quanto mi raccontavano Goffredo Fofi e Aleksandr Sokurov, i contadini si somigliano tutti. E dal canto mio posso dire di aver fatto quello che è nelle mie possibilità per dare un po’ di voce e di giustizia a questo loro mondo.</p>



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		<title>L’arte come pratica trasformativa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 10:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CC &#8211; Il ready-made di Claire Fontaine a partire dal nome. Qual è la visione e lo sguardo per leggere il mondo e i suoi ecosistemi? CF &#8211; Il ready-made è per noi un prisma molto utile per leggere la realtà. Duchamp usava un gioco di parole: in francese “ready-made” suona come “rédimé” (redento) per [&#8230;]</p>
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<p class="mt-0 pt-0 wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Il ready-made di Claire Fontaine a partire dal nome. Qual è la visione e lo sguardo per leggere il mondo e i suoi ecosistemi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CF</strong> &#8211; Il ready-made è per noi un prisma molto utile per leggere la realtà. Duchamp usava un gioco di parole: in francese “ready-made” suona come “rédimé” (redento) per indicare la transvalutazione che un oggetto scelto da un artista subisce quando è rivelato come opera d’arte. L’infrasottile, simile a quello che Perec chiama l’infraordinario, è una categoria molto importante. Infrasottile è qualcosa che è appena percettibile ma racchiude infinite risorse di poesia e di magia. Questa idea ci aiuta a comprendere quanto la valorizzazione degli esseri e delle risorse sia sbagliata nel nostro attuale sistema di giudizio. Viviamo in un mondo in cui la natura ha un prezzo solo se può essere sfruttata, se può trasformarsi in combustibile, energia, cibo. Il suo valore socio-simbolico e la sua funzione vitale per l’ecosistema non sono contemplati, vale lo stesso per il modo in cui è remunerato il lavoro delle persone. I mestieri meglio pagati sono quelli più speculativi e parassitari; i servizi fondamentali per il benessere dei viventi, il lavoro di cura, l’istruzione, l’assistenza delle persone malate, fragili, dei bambini e degli anziani sono sottopagati e svalutati a dei livelli ormai pericolosi per noi tutti. È interessante anche che il ready-made acquisti il suo valore in quanto opera nel momento preciso in cui perde il suo contesto, in cui perde il suo valore d’uso per acquisire un valore d’esposizione. Gli esseri umani che perdono il proprio contesto originario, gli stranieri, i migranti, i rifugiati, non acquistano un valore nuovo, sono considerati spesso come inutili e indesiderabili perché non si valorizza l’esperienza del viaggio verso un destino nuovo in modo adeguato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; La fabbrica, il luogo del lavoro, la comunità al lavoro è un ecosistema tra i più interessanti e in metamorfosi della società contemporanea. L’idea dello stare insieme si è scomposta in una molteplice varietà di situazioni, contesti e conoscenze. Cosa è accaduto in Elica durante la vostra esperienza?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CF</strong> &#8211; A Elica siamo tornati più volte per incontrare vari attori di questa realtà in modi sempre diversi. Abbiamo iniziato facendo una conferenza accompagnata da immagini sul nostro lavoro, insieme a Marcello Smarrelli, aperta a tutti e a tutte. Abbiamo poi incontrato il gruppo delle dipendenti con cui dopo, in un secondo passaggio, ci siamo riuniti per sperimentare con le tecniche dell’autocoscienza, scambiandoci storie e emozioni sulle nostre esperienze di lavoro, di vita e di libertà. Siamo ritornati ancora per installare il lavoro concepito alla luce di questi incontri precedenti, per inaugurarlo e per fare il workshop con i bambini dei dipendenti. Quest’ultima fase è stata molto commovente perché ormai eravamo “conosciuti” da alcuni in azienda e quindi ci siamo sentiti un po’ parte della sua comunità. I bambini, per cui abbiamo scritto una favola, hanno disegnato (diligentemente e con gran talento) animali scappati dalle pagine dei libri, con cui in questo momento stiamo realizzando una carta da parati per la mensa dove i loro genitori pranzano. La creazione di comunità è stata molto forte durante il workshop: le dipendenti sono riuscite a incontrarsi in quello spazio come donne e persone e non solo come colleghe. È stato un momento molto prezioso. Sì, il nostro contratto sociale e la nostra vita professionale stanno subendo enormi trasformazioni, la più importante è ovviamente legata al lavoro femminile, sia per quanto riguarda la percezione delle donne nella sfera pubblica e domestica, sia per i problemi pratici che si presentano all’interno di una società ampiamente basata sul lavoro di cura, di supporto emotivo e di manutenzione quotidiana informale gratuita che le donne si sono sobbarcate per millenni, scomparendo così totalmente dalle arti, dalla cultura, dalla scienza e da tutti i campi che hanno un disperato bisogno della loro presenza. Probabilmente questi cambiamenti ci porteranno a mettere in discussione tanti altri presupposti sbagliati del patriarcato che nuocciono a noi tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Ogni opera di Claire Fontaine trasforma lo spazio in un luogo di confine, in tensione e in azione, e niente è più come sembra e come era. Cosa rappresenta “Il personale è politico” in quel luogo e in quella modalità espositiva? È un testo con uno statement impegnativo e interrogante. Come vi siete arrivati? Il collettivo si è dilatato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CF</strong> &#8211; Claire Fontaine è &#8211; lo ribadiamo sempre &#8211; un dispositivo di desoggettivazione, quindi è per natura permeabile e aperta agli effetti del suo stesso lavoro. La nostra pratica è una pratica trasformativa, di noi stessi, del contesto e possibilmente degli altri: permette agli spettatori di entrare in contatto con zone del reale che in condizioni normali sono di difficile accesso, per via delle nostre resistenze o perché non esistono nella cultura dominante le possibilità per raggiungerle. Creiamo dei passaggi, salviamo &#8211; come dicevano i filosofi presocratici &#8211; dei fenomeni. Si tende a credere che l’estinzione sia un problema che riguarda solo piante e animali: non è vero, anche pensieri, parole, gesti, possibilità di rendere la realtà politicamente leggibile si estinguono. Questo accade perché certe politiche favoriscono questi processi, pensiamo per esempio a come l e società post-totalitarie si trasformano o a come devono cambiare paesi che si lasciano una guerra alle spalle. I tessuti sociali sono ricostruiti e i comportamenti che hanno portato alla distruzione sono sradicati il più possibile dal campo sociale. Queste sono azioni politiche fondamentali che i governi compiono sui loro territori. Dall’altro canto lo stesso tipo di potere può essere utilizzato per renderci più manipolabili, meno attivi e attenti all’importanza della nostra libertà e della nostra socialità. Dobbiamo sempre restare all’erta per comprendere che cosa c’è di prezioso nel nostro presente, anche nelle cose apparentemente più triviali e personali, che valore diamo alle cose che facciamo, per proteggerle, perché il contesto politico è sempre in cambiamento e con esso cambiamo anche noi, ma dobbiamo cambiare per il meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Ha ancora senso parlare di contesti per la presentazione delle opere o tutti i luoghi sono potenzialmente spazi e ispirazioni per l’arte? </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CF</strong> &#8211; Non esiste un contesto ideale per la presentazione delle opere &#8211; il nostro amico Nick Mirzoeff dice sempre che il miglior museo è quello senza muri e senza tetto. Gli spazi in cui la gente si raduna per incontrare l’arte sono di certo molto importanti ma è anche essenziale portare l’arte dove il pubblico non se l’aspetta. Elica in questo senso è un esperimento meraviglioso ma anche lo spazio pubblico offre delle opportunità straordinarie sia agli artisti che ai passanti. Le opere rispondono ai contesti, nei musei e nelle gallerie il dialogo è prevedibile, altrove ci diranno cose nuove.</p>
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		<title>Intervista a Giancarlo Mazzanti</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2024 09:19:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La tua famiglia ha un rapporto molto speciale con l’Italia, e in particolare con la città di Jesi, motivo per cui abbiamo voluto portare la tua opera nelle Marche, e a immaginare, con gli studenti delle scuole, il futuro di alcune aree della città. Raccontaci la storia della famiglia Mazzanti e i motivi che legano la tua famiglia all’Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/intervista-a-giancarlo-mazzanti/">Intervista a Giancarlo Mazzanti</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Aspetti biografici &#8211; La tua famiglia ha un rapporto molto speciale con l’Italia, e in particolare con la città di Jesi, motivo per cui abbiamo voluto portare la tua opera nelle Marche, e a immaginare, con gli studenti delle scuole, il futuro di alcune aree della città. Raccontaci la storia della famiglia Mazzanti e i motivi che legano la tua famiglia all’Italia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM </strong>&#8211; Il 27 agosto del 1891, nella città di Jesi, la professoressa Willelmina Albanesi e il sarto Giovanni Mazzanti ebbero un figlio: Spartaco Mazzanti. Nella sua giovinezza Spartaco abitò nelle mura della città, camminò per i vicoli e respirò l’aria medievale della sua città natale. Fino ad allora, tutti erano stati sarti in famiglia. Spartaco fu il primo ad andarsene per studiare. Frequentò la facoltà di Economia e Diritto presso l’Università Ca’ Foscari a Venezia, dove iniziò a lavorare per il Gazzettino di Venezia, fino a quando la Prima Guerra Mondiale gli presentò una nuova vita. Si arruolò come volontario dalla parte dei ‘Cafoscarini’, con i gradi di capo maggiore, tenente e capitano, combatté la battaglia di Caporetto, e fu prigioniero di guerra nel territorio dell’Impero Austro-Ungarico. Tornato dalla guerra, Spartaco si laureò come dottore di Economia e Diritto e dall’Italia si spostò in Francia, dove iniziò a lavorare per la Banca Francese Italiana per l’America del Sud, una banca con molte sedi in America Latina. Qui conobbe Marguerite Valentine Thiault Perne: fu amore a prima vista. Si sposarono dopo quattro anni dal loro primo incontro, e a breve si spostarono a Bogotà, in seguito all’offerta di Spartaco di fondare una filiale nella capitale della Colombia, e dopo qualche anno si trasferirono a Barranquilla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’alba del XX secolo, quando in Europa si menzionava la Colombia, gli europei dicevano che era il paese dell’avventura; poiché conoscevano di questo paese lontano solo le misteriose giungle, i fiumi impetuosi, le montagne innevate dove si produceva caffè, e le rivoluzioni tra partiti politici erano frequenti e cruenti. Anche se la Colombia non ha aperto le sue frontiere ad una nutrita immigrazione, come è avvenuta in altri paesi d’America, gli europei che arrivarono nel paese furono ben visti e apprezzati. L’emigrazione italiana, anche se quantitativamente non fu molto rilevante, qualitativamente rappresentò un ruolo importante nello sviluppo sociale ed economico del paese. Barranquilla, città portuaria sita al nord della Colombia e bagnata dal Mar Caribe, era molto diversa da Bogotà. Era calda, allegra, sempre in festa, tra la brezza e i colori caraibici, accanto al Rio Grande della Magdalena, a un’ora dalla sua foce e dal mare. Qui, si svolge il resto della storia: i figli di Spartaco e Marguerite ebbero a loro volta figli e nipoti. In questa famiglia, è nato Giancarlo Mazzanti, figlio di Alessio, cresciuto in questa città del vento, del fiume e del carnevale.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:60%">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo studio &#8211; I tuoi interessi e ambiti di ricerca prendono un ampio spettro di indagine, che tu sviluppi in varie modalità che affiancano il progetto architettonico, dall’insegnamento alle attività con le comunità locali. La tua attività può essere articolata in tre “anime”: Mazzanti arquitectos, Fundacion horizontal e Jardin parlante. Parlaci di questa modalità plurale e molteplice di affrontare il progetto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM </strong>&#8211; Credo fermamente nella pratica dell’architettura come attività aperta e collettiva. Per questo il nostro lavoro è di tipo orizzontale, sia all’interno del team di architetti dello studio, che con le discipline che partecipano ai processi progettuali come urbanisti, artisti e sociologi. Ma, affinché questa pratica sia veramente aperta, il confronto, la trasgressione dei limiti e il mettersi in discussione sono ugualmente importanti, sia nella fase di sviluppo che in quella di feedback. Per questo allo studio di progettazione architettonica è stato affiancato il Jardin Parlante: come spazio di discussione libera e partecipata, che ho sviluppato anche nel mio ruolo di docente. D’altra parte, la partecipazione ad alcuni progetti talvolta richiedeva un ampio punto di vista interdisciplinare: la Fundación Horizontal si presenta dunque come uno spazio in cui vengono proposti progetti con una forte componente sociale, in cui artisti, educatori, sociologi, psicologi fanno parte delle proposte e sviluppo per il benessere delle comunità locali. I tre scenari che compongono El Equipo Mazzanti si integrano senza esitazione, per il loro interesse nel promuovere il benessere civico, la trasformazione sociale e la costruzione di una società competitiva, consentendo uno spazio speciale per ciascuna componente del gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La mostra di Jesi espone e presenta molti progetti, costruiti e non, affiancando edifici seminali e famosi alle ultime sperimentazioni e ad edifici tuttora in progettazione. Quali sono i temi ed espressioni del tuo lavoro di ricerca che legano i progetti mostrati?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM </strong>&#8211; Questa mostra nasce da tre principi molto importanti per il nostro ufficio e che costituiscono le basi di ciò che voglio promuovere con l’architettura che progettiamo in studio, e che sono: gli elementi anomali, i sistemi incompiuti e le atmosfere mutevoli. Queste strategie progettuali mirano a generare interazioni inaspettate negli utenti, e non direttamente in relazione con le funzioni e con le attività degli edifici. Gli elementi anomali inseriscono, all’interno del progetto, attività non comuni all’interno di un programma funzionale basilare; i sistemi incompiuti permettono l’implementazione di un progetto nel tempo, senza la necessità di ripensarlo ed obbedendo ad una logica non autoriale; infine le atmosfere mutevoli generano spazi liberi d’uso che generano una molteplicità di opzioni e in cui è l’utente che adatta lo spazio alle proprie esigenze, e non viceversa. Per questo motivo nella mostra si può osservare una grande varietà di progetti, poiché non sono classificati in base alla scala, alla posizione o all’estetica. In questo modo è evidente che queste strategie progettuali non sono legate all’uso, sebbene si possa anche percorrere lo spazio trovando usi categorizzati. L’architettura non è solamente rispondere solo a un uso specifico, ma è azione, è il potenziale di generare stili di vita e esperienze degli utenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>All’interno di questa prolifica storia progettuale possiamo riscontrare un meccanismo evolutivo dell’idea di architettura o le realizzazioni rappresentano temi diversi sviluppati nelle varie occasioni?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM</strong> &#8211; Sì, la pratica dell’architettura all’interno dello studio è uno sviluppo costante di idee, dove i progetti si alimentano a vicenda, dove una ricerca in un progetto precedente viene ripensata ed evolve in uno nuovo. Questo perché la pratica dell’architettura è una ricerca costante, in cui le idee vengono testate e consolidate. Lavorando indipendentemente dall’attività o dalla scala di un progetto nel concepire l’architettura come azione, come facilitatore di momenti, di interazioni con l’utente, le medesime strategie progettuali si possono trovare in vari progetti tra loro differenti.</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="600" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/la-bellezza-che-cura-cover-01.jpg" alt="" class="wp-image-13339" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/la-bellezza-che-cura-cover-01.jpg 1000w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/la-bellezza-che-cura-cover-01-300x180.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/07/la-bellezza-che-cura-cover-01-768x461.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1900" height="690" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-03-1.jpg" alt="" class="wp-image-13397" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-03-1.jpg 1900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-03-1-300x109.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-03-1-1024x372.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-03-1-768x279.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-03-1-1536x558.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1900px) 100vw, 1900px" /></figure>



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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="710" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-04.jpg" alt="" class="wp-image-13405" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-04.jpg 1000w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-04-300x213.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-04-768x545.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="710" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-05.jpg" alt="" class="wp-image-13406" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-05.jpg 1000w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-05-300x213.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-05-768x545.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mostra interattiva delle opere dello Studio Mazzanti alla Pinacoteca Civica di Palazzo Pianetti</figcaption></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Architettura e città &#8211; La tua produzione è fortemente legata all’architettura pubblica e istituzionale, e tutti i tuoi edifici si innestano nel contesto come agenti trasformatori e come nuove polarità in contesti particolarmente fragili e delicati, specialmente nelle tue realizzazioni a Medellin e Bogotà. Come intendi nei tuoi progetti il rapporto con il contesto, e qual è il rapporto con queste due importanti città colombiane?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM</strong> &#8211; L’architettura ha effettivamente una capacità trasformativa, che consiste nel riconoscere i bisogni di una comunità e dotarla di uno spazio in cui l’utente non solo soddisfi questi bisogni, ma che permetta anche la sperimentazione. Nel caso della Biblioteca España, la strategia del progetto rispetto al contesto è stata duplice: da un lato &#8211; dalla città nei confronti della comunità locale &#8211; generare un elemento riconoscibile dalla distanza, caratteristico della montagna. Rendere perciò visibile la comunità in cui si trovava, permettendone la sua riconoscibilità non per i fattori contestuali e sociali negativi ma per il suo potenziale di miglioramento, generando l’interesse del resto della città a conoscere un quartiere precedentemente ignorato. Dall’altro, quello della comunità, dai bambini agli adulti che utilizzeranno l’edificio, questo permette di ‘decontestualizzarli’. Il progetto, infatti, concentrandosi su una visione in lontananza della città, nei suoi spazi interni consente che l’utente al momento dell’ingresso nella biblioteca percepisca uno ‘straniamento’ rispetto al contesto del quartiere in cui si trova, vivendo un’esperienza coinvolgente, dove apprendere senza concentrarsi sui fattori negativi di preoccupazione della vita quotidiana riguardo al tuo ambiente. Noi intendiamo i progetti di strutture pubbliche come trasformatori del contesto: per questo motivo riteniamo che l’edificio pubblico debba costituire un elemento rappresentativo, sia visivamente che spazialmente, e che, essendo aperto a diverse attività, consente di generare buone memorie negli utenti, essendo uno spazio che viene ricordato con apprezzamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Parlando della tua architettura si fa sempre riferimento a sistemi, a dispositivi, a prototipi, che tuttavia instaurano forti legami e relazioni con gli utenti; come concepisci nei tuoi progetti la relazione tra architettura, spazio e corpo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM</strong> &#8211; Generalmente quando un utente visita un edificio, si adatta allo spazio di cui dispone. Le attività si sviluppano attorno all’edificio assegnato, mirando all’efficacia dell’attività specifica, senza altro. Cosa succede quando pensi all’architettura in cui è l’architettura stessa a adattarsi agli utenti? Alle loro attività non previste? A ciò che non è funzionale? Si pensa a spazi che consentano il gioco? Quando riflettiamo sull’architettura a partire da questa domanda, giungiamo al sistema e ai dispositivi, poiché consentono di adattarsi agli utenti. L’utente non è più solo uno spettatore, ma può trasformarsi e partecipare alla creazione di uno spazio per sé o per gli altri. Il rapporto tra architettura, spazio e corpi si trasforma da passivo a attivo, diventando dinamico, partecipativo e giocoso.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Scuola &#8211; La produzione di scuole e di spazi dell’apprendimento sono un capitolo fondamentale nella tua carriera. Come mai hai all’attivo così tanti progetti di scuole? La tipologia stessa dell’edificio scolastico è di particolare rilevanza a nostro avviso, essendo lo spazio in cui le future generazioni passano la fase di vita più creativa e di formazione, nel senso letterale di ‘prendere forma’. In quali modi, secondo te, l’architettura può essere educativa?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GM </strong>&#8211; L’interesse per l’architettura educativa è stato una costante nel mio percorso professionale. Osservando l’interazione dei bambini con il loro ambiente e il modo in cui apprendono attraverso questa interazione, è possibile comprendere concetti legati alla pedagogia e al gioco, che costituiscono anche un mio grande interesse. Lo spazio stesso è un ambiente di apprendimento e “l’aula” è stata un argomento costante di riflessione per psicologi, architetti e insegnanti. Questo mi porta a considerare che l’architettura abbia effettivamente un ruolo educativo. In generale, molti progetti architettonici si basano sull’efficienza e sulla produttività, trascurando le esperienze degli utenti e ignorando la sua potenziale capacità educativa. Nelle strutture educative, l’architettura può fungere da “terzo insegnante”. In ufficio, lavoriamo su strategie per organizzare progetti basati sul potenziale di apprendimento anziché sull’efficacia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio di ciò è il comportamento dei bambini, che non considerano l’efficienza come un bisogno primario. Essi non attraversano un corridoio solo per raggiungere un punto, ma mentre camminano, osservano e interagiscono con l’ambiente circostante. Creare un’architettura focalizzata sull’esperienza consente al bambino di apprendere dall’ambiente, toccando, correndo, saltando. Non sono interessati al tempo necessario per spostarsi da un punto all’altro; vivono e sperimentano nel viaggio, dando importanza a elementi come la luce e i colori. Le scuole e gli spazi con caratteristiche performative, che includono anche elementi non umani e promuovono la partecipazione tra gli utenti, diventano luoghi che stimolano l’apprendimento al di fuori del curriculum tradizionale. Questa libertà favorisce un apprendimento attivo e partecipativo, rendendolo un’esperienza divertente.</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="1000" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-06.jpg" alt="" class="wp-image-13414" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-06.jpg 700w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2024/04/intervista-a-giancarlo-mazzanti-06-210x300.jpg 210w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mostra interattiva delle opere dello Studio Mazzanti alla Pinacoteca Civica di Palazzo Pianetti</figcaption></figure>
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<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;alto in basso:<br>Memoriale Monte di Maria;<br>Scuola dell&#8217;infanzia &#8216;La Ilusiòn&#8217;;<br>MAMBA &#8211; Museo di Arte Moderna di Baranquilla;<br>Prototipo di copertura &#8216;Barranca&#8217;;<br>Colsubsidio</p>
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		<title>Ricostruzione sisma 2016</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 09:56:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pur non essendo personalmente una persona colpita dal terremoto il sisma del 2016 mi ha però sfiorato in modi diversi e intrecciati. Prima di tutto da un punto di vista personale. Abito nelle Marche e, come molti italiani che vivono in zone non comprese ma abbastanza vicine al cratere del terremoto, nella mia casa sul monte Conero ho sentito con notevole violenza sia le scosse del 24 agosto che quelle della fine di ottobre del 2016.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Pur non essendo personalmente una persona colpita dal terremoto il sisma del 2016 mi ha però sfiorato in modi diversi e intrecciati. Prima di tutto da un punto di vista personale. Abito nelle Marche e, come molti italiani che vivono in zone non comprese ma abbastanza vicine al cratere del terremoto, nella mia casa sul monte Conero ho sentito con notevole violenza sia le scosse del 24 agosto che quelle della fine di ottobre del 2016. Tutte e due le volte sono stato svegliato e quasi sbalzato dal letto. Dopodiché insegno alla scuola di architettura UNICAM di Ascoli Piceno, essa stessa lievemente danneggiata in un comune che ha subìto danni dal terremoto e che è molto vicino a luoghi che dal sisma sono stati praticamente cancellati. Peraltro la sede centrale della mia università è in una città il cui centro è ancora oggi un’unica zona rossa con grossi problemi di ricostruzione. Dopodiché, nonostante una certa ritrosia, ho dovuto/potuto interessarmi alle vicende della ricostruzione sia come docente universitario, corresponsabile di una revisione del PSR di Camerino, che come consulente del museo MAXXI, che è stato coinvolto in alcuni aspetti “pilota” della ricostruzione di Amatrice. L’intervista al Commissario Straordinario Guido Castelli non verte quindi su aspetti particolarmente tecnico-politici ma si snoda piuttosto all’incrocio di queste mie esperienze personali, che sono quelle di un architetto e studioso, di un operatore culturale, di un “residente” e di un osservatore curioso delle dinamiche socio-economiche dei nostri luoghi e dei nostri tempi.</em></p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Pippo Ciorra &#8211; </em>Siamo più o meno allo scadere dei primi sei mesi nel ruolo di Commissario per la ricostruzione. Si può fare un primissimo bilancio? Qual è la situazione che ha trovato e quali sono, se ci sono, i primi cambiamenti che ha cercato di mettere in atto? Come procede la collaborazione con i rappresentanti degli enti locali?</strong><br><strong><em>Guido Castelli &#8211;  </em></strong>È certamente possibile definire un primo quadro, che ho rappresentato anche in occasione della recente presentazione del Rapporto sul sisma 2016 con dati aggiornati al primo quadrimestre 2016. La ricostruzione è una sorta di “creatura viva”, in costante mutamento ed evoluzione e noi dobbiamo agire comprendendo cosa sta cambiando e prendendo le contromisure del caso, volta per volta. Ricordo infatti che in questi ultimi anni diverse “esternalità negative” hanno concorso a ostacolare l’attività di ricostruzione. Cito soltanto l’inflazione crescente, l’aumento del costo dei materiali edili, l’allontanamento dal cratere di tante imprese richiamate altrove dalla vantaggiosità del Superbonus 110%, la difficoltà nel reperire maestranze, i carichi di lavoro dei professionisti. Nel complesso le criticità sono ancora numerose ma non mancano i segnali positivi. Il cambiamento che ho voluto compiere riguarda il passaggio dalle norme ai cantieri. Le prime sono state certamente molto importanti ma adesso è venuto il tempo di mettere a terra gli interventi e imprimere un’accelerazione. In tal senso va vista ad esempio l’ordinanza attraverso la quale ho stabilito nella data del 31 ottobre la scadenza per la presentazione dei progetti per le prime case, che devono avere la priorità ad essere avviati quanto prima. Numerose sono state anche le azioni sul fronte della “riparazione” economico-sociale: penso alle risorse destinate alle imprese grazie a NextAppennino, al miliardo e mezzo stanziato e messo a bando per lavori stradali nel Centro Italia, alla proroga del superbonus fino al 2025 e allo sblocco dell’Accordo quadro per la ricostruzione di 228 scuole. Infine, con gli enti locali il clima è davvero di piena collaborazione e disponibilità. Stiamo remando tutti nella stessa direzione e questo approccio è fondamentale per andare più speditamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>PC &#8211;</em> Il sisma ha interessato quattro regioni ma le ha interessate in proporzione disuguale. La ricostruzione procede in modo armonico o ci sono differenze tra le quattro regioni, considerando ovviamente la specificità della ricostruzione marchigiana? Le USR funzionano bene o necessitano di cambiamenti?</strong><br><strong><em>GC &#8211; </em></strong>La ricostruzione sta avvenendo in modo piuttosto omogeneo, compatibilmente con le differenze determinate dal fatto che ciascuna regione, territorio o comune ha caratteristiche diverse che, in alcuni casi, sono anche molto accentuate. Le Marche sono la regione che maggiormente ha risentito delle scosse che hanno colpito il Centro Italia, detiene il più alto numero di richieste di contributo presentate: sono quasi 16mila per un valore superiore ai 7 miliardi di euro. Da sola rappresenta il 56% del totale delle richieste e il 68% del totale degli importi. A mio parere le Usr stanno agendo bene e svolgendo un lavoro notevole. Impegno e professionalità non mancano.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>PC &#8211;</em> Se per lei va bene, vorrei parlare di alcuni casi limite – quelli che rendono evidente anche “a occhio nudo” la difficoltà intrinseca di questo processo di ricostruzione. Penso ad Amatrice e Camerino, casi che a questo punto conosco meglio, o ad Arquata e Accumuli, o Visso o altri borghi quasi interamente distrutti. Si tratta di luoghi in cui il processo di ricostruzione e quello di ripopolamento sembrano marciare su convergenze tutt’altro che parallele. Col risultato che ad Amatrice vediamo ancora (quasi) solo ricostruzioni di strutture pubbliche, mentre a Camerino le esigenze dell’università producono inevitabilmente l’esercizio di una schizofrenia forzata tra l’espansione nelle aree esterne al centro storico e la convinzione che solo un rientro massiccio dell’università negli edifici dentro le mura possa avere un impatto rilevante sulla rigenerazione umana di Camerino. Qual è la posizione del commissariato su queste situazioni-limite?</strong><br><strong><em>GC &#8211; </em></strong>Come ho già detto ciascun caso va visto nella sua individualità e complessità. Parliamo di situazioni molto diverse tra loro all’interno di un cratere di quasi 8 mila chilometri quadrati. Non esiste un caso simile di ricostruzione, per un’area di tale ampiezza, nella nostra storia. Per i centri maggiormente colpiti è indubbio che ci sia la necessità di imprimere una accelerazione, trovando anche risposte efficaci rispetto alle esternalità negative di cui avevo parlato. Le persone ancora fuori dalle loro case sono complessivamente state stimate in circa 30 mila e questa rappresenta la priorità che sta al di sopra di tutto: dobbiamo riportare le persone nelle loro case. Il tema dello spopolamento del Centro Italia, problema con il quale conviviamo da alcuni decenni, è all’attenzione sia mia che del governo e proprio per questo stiamo mettendo in campo interventi importanti sul fronte della riparazione sociale ed economica. Vogliamo consentire alle persone di restare nei loro territori mentre è in corso la ricostruzione. Sostegno alle imprese, accesso ai servizi primari, connettività infrastrutturale e digitale, sono tutte azioni concepite in quest’ottica che ha anche una visione di più ampio respiro: rendere il Centro Italia un modello di area interna. Non è sufficiente il ritorno al passato, al “dove era e come era”. Per l’Appennino centrale c’è bisogno di realizzare nuove forme di sviluppo basate su sicurezza, sostenibilità e connettività.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>PC &#8211; </em>L’ultima fase del commissariato Legnini era contraddistinta (anche) da un tentativo di cercare una collaborazione più sistemica e armonica con la cultura architettonica e artistica. Non più solo i “grandi nomi” che depositano progetti o edifici pre-pagati in borghi dove non ci sono case, ma meccanismi di coinvolgimento più armonici, collaborazione per la realizzazione di concorsi, cooperazione per la redazione di veri piani di ricostruzione, coinvolgimento di istituzioni importanti – come nel caso del MAXXI e di molti atenei – perché il territorio “in ricostruzione” sia anche un luogo di produzione culturale e rigenerazione “artistica”, anche pensando all’enorme patrimonio storico-artistico coinvolto e alla possibilità di lavoro e sviluppo economico ad esso collegato.</strong><br><strong><em>GC &#8211;</em></strong> Si tratta di un approccio che stiamo rafforzando. Con il Presidente Giuli stiamo facendo incontri con i sindaci in tutte le regioni del sisma per confrontarci e sviluppare idee per progetti culturali che possano avere nel MAXXI un punto di riferimento per la produzione e valorizzazione di esperienze. Ci sono poi i quattro centri di ricerca, uno per ciascuna delle quattro regioni, che sorgeranno grazie alle risorse del Fondo complementare sisma. La collaborazione con i 10 atenei del Centro Italia coinvolti nella realizzazione di questi centri, e in altre iniziative, è fruttuosa e costante e la cosa maggiormente positiva è che le università fanno squadra prima di tutto tra di loro. Questo rappresenta un valore aggiunto essenziale. In generale, il Centro Italia è un luogo che racchiude un patrimonio assai importante ed è nostro dovere preservarlo e promuoverlo. Proprio avendo ben chiaro con questo obiettivo di valorizzazione è stato concepito il finanziamento da 50 milioni che ho stanziato per i Cammini del cratere, che mettono in connessione territori ricchi di spiritualità, centri piccoli e grandi ricchi di storia, arte e cultura.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>PC</em> &#8211; Come procede la “ricostruzione economica”? C’è un tessuto di aziende che piano piano si sta rimettendo in moto e come può aiutarlo il commissariato? Ci sono casi virtuosi, anche al di là del turismo e dell’economia della cultura? Qual è la condizione attuale del rapporto tra sviluppo economico e ripopolamento? E come intervengono in tutto questo il PNRR e i vari bonus per l’edilizia?</strong><br><strong><em>GC &#8211;</em></strong> La ricostruzione economica, che chiamiamo riparazione, sta procedendo positivamente e il segnale migliore che potessimo avere è che il cratere sta dimostrando di essere “vivo”: c’è voglia di investire e di mettersi in gioco da parte delle imprese. Ho già accennato a NextAppennino, programma del fondo complementare al PNRR per le aree del sisma del Centro Italia 2009 e 2016, il cui avanzamento attraverso la macro-misura B ha consentito recentemente la concessione di una prima “tranche” da 294,8 milioni di euro, che vanno a sostenere 1.327 progetti, generando nel Centro Italia oltre 450 milioni di investimenti. Sono risorse importanti e, anche in considerazione del fatto che questo programma ha prodotto risultati apprezzabili in termini di capacità di spesa, vogliamo provare a farne giungere nel Centro Italia di ulteriori. Tra i “segmenti” di cui si compone NextAppennino merita un’annotazione particolare il Terzo Settore, a cui sono andati più di 15 milioni di euro, attribuiti a 49 diversi progetti. Si tratta soprattutto di servizi socioassistenziali e di servizi sociali e per la comunità. Si tratta di quelle azioni di sussidiarietà che sono fondamentali per mantenere la coesione delle comunità, garantire l’accesso a servizi e dunque anche contrastare l’abbandono dei nostri territori. Sul fronte dei bonus edilizia, come saprete, per la ricostruzione del cratere il governo ha voluto e realizzato la proroga del Superbonus 110% , mantenendo fino all’anno 2025 il meccanismo della cessione del credito e dello sconto in fattura. A tal riguardo, aggiungo che, con Banca Monte dei Paschi di Siena ho da poco firmato un protocollo d’intesa per riservare un plafond di 200 milioni di euro di crediti, legati proprio all’utilizzo del Superbonus, nei cantieri della ricostruzione del Centro Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>PC</em> &#8211; Qual è la sua posizione su quelli che cominciano ad essere gli “scarti” della ricostruzione: piattaforme di cemento, servizi e infrastrutture, case temporanee che cominciano ad essere non più necessarie? Hanno ragione i sindaci che vogliono “tenere tutto” e pensare a un riuso, oppure bisognerebbe cercare di tornare a un paesaggio pre-terremoto?</strong><br><strong><em>GC &#8211; </em></strong>La questione del riuso o della eliminazione di quelli che vengono definiti scarti è complessa e diversificata. Ritengo che sia prossima la necessità di avviare un confronto, partendo dalle amministrazioni ma coinvolgendo anche gli ordini e le professioni interessate. Queste situazioni vanno per prima cosa censite e poi andrà valutato cosa sia più giusto e necessario fare. Non ritengo ci sia una risposta univoca rispetto al tema e tutto dipenderà da quelle che sono le diverse situazioni, volontà e possibilità di un riuso intelligente che in alcuni casi non sarà possibile, in altri invece sarà necessario. È un tema aperto e multilivello che non può prescindere dal coinvolgimento degli enti locali.</p>
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		<title>Intervista a Fabrizio Battistelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2023 15:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza nulla togliere al segno contemporaneo (e all’apprezzabile funzionalità che spesso vi si accompagna), un palazzo patrizio iniziato nel XVII secolo e terminato nel secolo successivo è uno spazio adatto per un percorso nel Tempo come quello che propongono la Biblioteca e i Musei Oliveriani.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Cristiana Colli &#8211; </em>L’Ente Olivieri è un mondo di mondi che trattiene lingue e linguaggi, reperti, documenti e cimeli che vanno dall’archeologia all’arte alla filosofia, dalla fotografia al libro al manoscritto. Un patrimonio custodito in un edificio affascinante dove regna la filologia anche degli apparati espositivi. Qual è l’identità con cui l’Ente si offre alla conoscenza, allo studio e alla contemplazione?</strong><br><strong><em>Fabrizio Battistelli &#8211; </em></strong>Senza nulla togliere al segno contemporaneo (e all’apprezzabile funzionalità che spesso vi si accompagna), un palazzo patrizio iniziato nel XVII secolo e terminato nel secolo successivo è uno spazio adatto per un percorso nel Tempo come quello che propongono la Biblioteca e i Musei Oliveriani. Ha anche un significato che nel palazzo Almerici abbia abitato un ramo degli Olivieri, la famiglia cui appartenne Annibale, erudito, collezionista, benefattore (1708-1789). Qui sono conservati preziosi documenti storici della città di Pesaro, dalle carte Sforza e Della Rovere, ai manoscritti e alle scenografie del pesarese Niccolò Sabbatini (1574-1654), fino alle carte del Teatro Rossini e all’archivio novecentesco come la collezione di lettere, inediti e fotografie del drammaturgo Ercole Luigi Morselli. Nella nostra concezione tutta la Biblioteca è (anche) un’area espositiva, mentre il Museo Archeologico, completamente rinnovato, si presenta come un ossimoro tra gli antichi soffitti a volta e l’originale allestimento dello studio Startt di Roma ispirato ai metalli di Kounellis.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>CC &#8211; </em>Gli apparati storici sono anche la quinta dove accadono progetti culturali che si aprono al contemporaneo. Quali sono le direttrici della programmazione tra eventi e servizi? Il Museo si candida ad essere un nuovo luogo nel circuito dell’offerta culturale pesarese. Quali sono i traccianti museografici che dialogano con la collezione Oliveriana? </strong><br><strong><em>FB &#8211; </em></strong>La riapertura del Museo Romano e Piceno nel dicembre 2022 è stato un momento importante per l’Ente Olivieri che ha finalmente ritrovato la sua impostazione originaria, caratterizzata dalla compresenza della sezione bibliotecaria e di quella museale. Si ripristina così un’offerta culturale che, partendo da testimonianze umane dell’età del ferro (Necropoli di Novilara) rilancia il suo rapporto con la contemporaneità e con le rinnovate esigenze di fruizione della bellezza e della memoria nelle modalità proprie dei nostri tempi. In questa prospettiva sono attive collaborazioni con le numerose realtà cittadine, dal Rossini Opera Festival alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, fino a istituzioni e associazioni grass roots, rappresentative della realtà culturale e sociale della Città, della Provincia di Pesaro e Urbino e della Regione. L’obiettivo è dialogare, con linguaggi “personalizzati” ma sempre rigorosi, con utenti diversi e di tutte le età. La partecipazione del Museo Archeologico alla rete museale pesarese, inoltre, costituisce una presenza significativa nell’offerta culturale destinata a residenti e turisti, anche uscendo dal palazzo, attraverso visite guidate e percorsi tematici per le strade e le piazze cittadine.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>CC &#8211; </em>Quali sono le principali attività di ricerca e divulgazione che caratterizzano il suo mandato, dopo direzioni importanti come quella di Marcello Di Bella? </strong><br><strong><em>FB &#8211; </em></strong>Di Bella è stato un amministratore di eccezione, instancabile, mai soddisfatto, alla ricerca di modalità sempre nuove di comunicazione della cultura. È suo il formato “Salone della Parola”, inventato per tempo e subito imitato da altre esperienze in giro per la Penisola, una ribalta che comprendeva l’intera città di Pesaro, per alcuni giorni dell’anno animata, starei quasi per dire assediata, da una miriade di conferenze, seminari, dibattiti, proiezioni, mostre. Oggi, un nucleo di professionalità sperimentate in rapporto tra loro come un gruppo di amici, con il coordinamento empatico ma anche esigente della direttrice Brunella Paolini, danno vita a una proposta che è insieme in linea con le precedenti esperienze ma con un’attenzione speciale a “pubblici” non sempre presenti in istituzioni come la nostra. Oltre a intensificare i tradizionali servizi a supporto delle ricerche scientifiche di specialisti provenienti da tutta Italia e dall’estero, il patrimonio oliveriano viene riproposto in occasione di eventi aperti al grande pubblico, che in alcune manifestazioni ha risposto con una presenza nutrita al di là di ogni aspettativa. In qualche modo perfino sorprendente, in riferimento a iniziative di una cultura talvolta guardata con diffidenza perché “alta”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>CC &#8211; </em>Nelle Collezioni Oliveriane ci sono reperti originali e misteriosi. Aneddoti e originalità di un patrimonio. </strong><br><strong><em>FB &#8211;</em> </strong>Da dove cominciare? Forse dai vetri intarsiati proto-cristiani, o dall’anemometro romano che Annibale degli Abbati Olivieri volle collocato all’ingresso del Museo, o dall’enigmatica lapide dell’VIII-VII sec. a.C. che reca incisa la battaglia navale tra mercanti Piceni e pirati Dalmati, o gli ex voto del lucus sacro venerato dai primi abitanti della Pisaurum romana, o la testina di Livia, figlia del pesarese Marco Livio Druso Claudiano e sposa di Augusto. Oppure, salendo di un piano dal Museo alla Biblioteca, la rara Carta nautica che, tra il 1508 e il 1510 disegna con precisione moderna il Mediterraneo, l’Africa, il Mar Rosso (di nome e di fatto, segnalato con la cocciniglia), l’India (più piccola del reale, in verità) e che a ponente descrive già il Nuovo Mondo, i Caraibi, Cuba, il Nord-Est del Brasile. O infine il Codice a cuore, splendido e unico volume la cui copertina di cuoio e le pagine di carta filigranata serbano intavolature di musica da liuto, poesie, ricette, segreti di diario della famiglia che lo ha posseduto dalla fine del 1400 a due secoli più tardi. Insomma un luogo da scoprire nel 2024, anno in cui Pesaro è Capitale italiana della cultura. O in qualsiasi altro momento.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/intervista-a-fabrizio-battistelli/">Intervista a Fabrizio Battistelli</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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		<title>Endless Sunset a Peccioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2022 14:46:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte / Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La discarica e il buon governo. Le risorse hanno molti nomi,<br />
 e le più interessanti pratiche contemporanee ci insegnano che la qualità ha molti volti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/endless-sunset-a-peccioli/">Endless Sunset a Peccioli</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La discarica e il buon governo. Le risorse hanno molti nomi, e le più interessanti pratiche contemporanee ci insegnano che la qualità ha molti volti. Peccioli non è solo uno dei borghi più belli d’Italia, ma ha una delle discariche più virtuose, una discarica modello, un sistema integrato di recupero energetico, una factory di cultura contemporanea. Un luogo dove si partecipa agli open day, dove ci si sposa, dove si va in gita come al museo. Economia circolare e risorse per la comunità sono l’output che ha consentito a questa piccola comunità di distinguersi – tanto per i cittadini quanto per gli ospiti che arrivano là. La strategia è chiara, e anche le parole – Belvedere e Fondazione Peccioliper. Tutto chiaro, senza malintesi. Renzo Mascelloni è il Sindaco di Peccioli, l’ispiratore della Belvedere Spa – già nel nome non si allude all’orrore dei rifiuti ma alla metamorfosi che genera e rigenera la vita, la fruizione, l’esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questa lucidità Peccioli è dall’’inizio degli anni Novanta un cantiere a cielo aperto, il centro di una relazione nuova tra arte e progetto urbano, architettura e paesaggio. Primo attore di questo visionario sistema, l’amministrazione pubblica che ha unito rifiuti e futuro, scarto e promessa con processi di innovazione e ricerca per sviluppare il potenziale simbolico e gli immaginari dell’arte contemporanea. L’obiettivo è la costruzione di una cultura dell’abitare ancorata al contesto locale, qui ed ora. L’arte non come manifestazione esteriore, stucchevole e retorico mainstream da esibire, ma l’arte per le comunità di Peccioli, quelle temporanee – curatori, artisti, professionisti delle imprese culturali e creative, architetti – e quelle permanenti – i residenti. Li accomuna un’idea di cittadinanza culturale che condivide progetti e pratiche innovative condivise.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I progetti di arte pubblica disseminati nel territorio come nuove mappe di lettura del paesaggio sono ponti, infrastrutture utili, segni; sono opportunità di nuova e diversa contemplazione &#8211; paesaggistica, urbana, architettonica. L’elenco è lungo, e promette di allungarsi – tra gli altri artisti e architetti Patrick Tuttofuoco, David Tremlett, Alicja Kwade, Mimmo Paladino, Domenico Bianchi, Mario Cucinella.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Peccioli è un laboratorio del contemporaneo, un luogo che ha messo insieme il riciclo di una discarica virtuosa con arte contemporanea, architettura e servizi evoluti. Qual è stata la tua percezione di questo contesto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PT</strong> &#8211; Quando sono arrivato Peccioli la mia esperienza è stata fantastica. Ho trovato qui un luogo che già si era caratterizzato fortemente per un interesse nei confronti dei contenuti, della ricerca e soprattutto della capacità di trasformare condizioni complesse in una forza, in un valore capace di generare energia per il territorio sia materialmente che dal punto di vista economico. Un contesto incredibilmente fantastico, illuminato. Nel territorio, nella fisionomia del luogo, erano già presenti interventi di altri artisti contemporanei, che testimoniavano radici che risalgono a metà anni ’90. Ho quindi trovato un humus intelligente, ricettivo e soprattutto coltivato alla radice. Tutti i cittadini di Peccioli e le persone che abitavano in aree limitrofe come Ghizzano, e altri piccoli centri erano abituati ad avere nella normalità della loro esistenza urbana, la cultura come elemento fondante, proprio per la presenza delle opere di quegli artisti. Non solo, quindi, esisteva la capacità di acquisire queste informazioni e questi contenuti in maniera positiva, ma si era anche costituito un vocabolario che per quanto semplice, era stato già sviluppato come territorio connettivo, particolarmente ricettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; David Tremlett con il muro di contenimento, Daniel Buren, Mario Cucinella, Sergio Staino, le Presenze dei grandi corpi in discarica, e il tuo ponte pedonale: come dialogano tutte queste esperienze autoriali e visive? C’è consapevolezza dl valore nella comunità?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PT</strong> &#8211; C’è stato un lavoro di preparazione, nel tempo. Una comunità reagisce bene se si inseriscono gradualmente piccoli elementi che costruiscono un vocabolario, anche esiguo, di riferimento, che rende l’arte, i contenuti artistici specifici e la ricerca, un’esperienza della vita all’interno del territorio. Quando sono arrivato e ho avuto la possibilità di intervenire in questo contesto così fertile, questo segno, il mio e il segno di tutti gli altri, si sono inseriti in un coro di eventi che la popolazione era in grado di interpretare, forse non esattamente nel modo in cui io pensavo. Ma quello che conta è generare una possibilità di riverbero dei contenuti, questa è la cosa più importante dell’esperienza di Peccioli. Ogni intervento ha un suo contenuto, una sua storia, un suo messaggio e la poliedricità di tutto questo genera un campo ancora più ampio, più intenso di possibilità di chi vive lì. La forza sta proprio nella capacità di costruire un dialogo con le persone che vivono i luoghi in modo che questi segni non rimangano gesti alieni, astronavi atterrate da un contesto altro, ma diventino elementi della storia, della narrazione del luogo, preparato nel tempo a recepire questi segni, a generare uno scambio con queste forme. In questa logica ogni forma, anche la più disparata, si inserisce in un campo energetico talmente ampio che non può che migliorare l’esperienza dell’artista in senso ampio.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Endless Sunset: perché questo titolo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PT</strong> &#8211; Il titolo è una parte importante di un’opera se l’artista vuole dare qualche informazione in più sul suo lavoro oltre la presenza fisica dell’intervento. Il riferimento è in relazione al paesaggio, all’idea emozionante di un tramonto che non finisce mai, di quel momento della giornata in cui si passa da uno stato di attività, di produzione, a un momento di relax e contemplazione. Il passaggio dal giorno alla sera è un momento intensissimo dove queste due frequenze si uniscono, si sovrappongono, in una sorta di transizione morbida in cui l’una entra dentro l’altra. L’idea era quella di evocare in chi passava sul ponte tutto questo. Il lavoro la racconta in tanti modi. Nella scelta della forma a spirale, ma quello stesso pensiero quella stessa idea, quella stessa forma nasce per poter proseguire all’infinito, potrebbe finire lì e proseguire altrove, in un altro paese, quasi giocando con uno spazio-tempo totalmente dilatato, esploso, non lineare. Nella relazione col paesaggio, poiché questa passerella così importante per dimensione – 135 metri, a 30 metri di altezza – si impone per chi cammina dal paese, per chi passa da sotto e vede quella forma che si staglia nel cielo. Per me era importante trovare una modalità semplice per reinserire, riassorbire nell’opera il più possibile il paesaggio o la natura, che è l’elemento sui cui si inserisce la passerella stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Come è nata l’idea della spirale, e la scelta del colore?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PT</strong> &#8211; Volevo costruire una forma che avesse una rappresentazione spaziale, fisica, del tempo, della sua ciclicità e del suo procedere, una forma esperienziale che si estende per tutta la lunghezza del percorso. L’obiettivo era raccontare cromaticamente una storia, creare una narrazione di fondo, quella del cielo che tramonta, che trapassa dalla luce al buio e in quel frangente ha una trasformazione cromatica incredibile, che ho replicato insieme a un colorista nella modalità della trasformazione di un cielo d’estate. Quei cromatismi li abbiamo proprio spalmati, dipinti – con una pittura fatta a mano, inventata – su tutta la pelle dell’opera partendo da un lato e andando indietro verso l’alto. L’idea di un momento che si dilata all’infinito, con i colori che si porta dietro fino all’ultimo istante è una delle esperienze cromatiche più forti, non solo per la capacità di generare un’emozione e una energia di gioia, ma proprio per la possibilità di entrare in contatto con la sfera cognitiva dell’essere umano che va oltre il concetto, il processo culturale, e piuttosto ha a che fare con sensazioni forti, basiche, dirette.Ecco, questa emozione doveva essere catturata, portata quasi all’infinito e regalata al passaggio di chiunque, poiché in un intervento pubblico l’artista ha una responsabilità in più. Deve trovare una sintesi nella propria ricerca che tenga fede all’essenza e all’evoluzione ma che sia anche capace di “semplificare il segnale”, trovando una frequenza intermedia in grado di dialogare con semplicità ed efficacia con un pubblico che non necessariamente è preparato al contatto con l’opera. Il valore del colore consente di accedere all’emozione a livello inconscio, al di là della preparazione culturale.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/tuttofuoco-06-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-6197" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/tuttofuoco-06-768x1024.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/tuttofuoco-06-225x300.jpg 225w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/10/tuttofuoco-06.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Nel tuo lavoro la luce ha sempre avuto un ruolo fondamentale: come si colloca questa esperienza urbana nella tua attuale ricerca e produzione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PT</strong> &#8211; La luce è un elemento che ricorre fin dall’inizio nel mio lavoro. Quello che mi piace della luce è la sua capacità di raccontare qualcosa di vivo. Si tratta prima di tutto di un’energia che si manifesta a livello tecnico-formale, a livello visivo e percettivo, e poi è un energia fisica che scorre, non un inerte ma una forma viva che ha capacità di mutare. Questo si collega a livello sensoriale, visivo, cognitivo con l’idea di vita, del respiro. La luce è stata importante nella mia ricerca già nella prima serie di lavori verso la fine degli anni ’90, in rapporto alla possibilità di occupare lo spazio pubblico che significa considerare il dialogo con l’altro, rispettare il punto di vista altrui. Questo “altrui”, se veramente esteso a tutto il territorio, è talmente vasto e ampio da metterti di fronte a possibilità incredibili di scambio e di dialogo che tiene in piedi la ricerca artistica, l’arte, il desiderio di accumulare conoscenza, condividere conoscenza, consumare conoscenza. Un ciclo energetico, che continua ciclicamente a ripetersi, il motore che tiene in piedi l’arte. Sicuramente la mia.</p>
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		<title>Benvenuto</title>
		<link>https://mappelab.it/benvenuto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 May 2022 10:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luoghi e patrimoni diversi – dall’archeologia all’architettura alla grande arte del Rinascimento italiano. Dal Palazzo Ducale di Urbino alle Rocche di Gradara e Senigallia ai Musei archeologici di Ancona, Ascoli Piceno, Cingoli e Urbisaglia, dall’Antiquarium di Numana al Museo Tattile Omero. Massima varietà, massima possibilità. Mappe dà il benvenuto a Luigi Gallo, Direttore della Galleria [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Luoghi e patrimoni diversi – dall’archeologia all’architettura alla grande arte del Rinascimento italiano. Dal Palazzo Ducale di Urbino alle Rocche di Gradara e Senigallia ai Musei archeologici di Ancona, Ascoli Piceno, Cingoli e Urbisaglia, dall’Antiquarium di Numana al Museo Tattile Omero. Massima varietà, massima possibilità. Mappe dà il benvenuto a Luigi Gallo, Direttore della Galleria Nazionale delle Marche e della Direzione Regionale Musei Marche. In questo dialogo racconta la sua idea di paesaggio culturale, le sue Marche, l’opportunità di dare vita a un posizionamento nuovo del patrimonio, tra identità e valorizzazione degli immaginari, networking e un’innovativa comunicazione per dialoghi sempre più efficaci con le diverse utenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Cosa guida le scelte di tutela e i programmi di valorizzazione? Quali dialoghi col contemporaneo – a diversa scala e interlocuzione – si propone di attivare?</strong><br><strong>LG</strong> &#8211; Grazie per la domanda! Mi dà la possibilità di esprimere quanto mi senta onorato di guidare due istituzioni così importanti: la Galleria Nazionale delle Marche e la Direzione Regionale dei Musei delle Marche, enti che raccontano la storia e la cultura di una regione bellissima che si declina al plurale, come il mio impegno e quello dei funzionari che lavorano con me. Vorrei iniziare con Urbino, sito Unesco dal 1998, importante tanto per la sua storia, quanto per il suo rapporto con un paesaggio incontaminato, nel delicato intreccio tra natura e cultura che caratterizza il territorio italiano, con il suo borgo meraviglioso dominato dal più bel Palazzo del Rinascimento italiano (e lo dico da romano!). Questo palazzo conserva una collezione straordinaria che racconta la storia dell’arte della regione seguendo una narrazione ordinata dai direttori che mi hanno preceduto, alcuni tra i più grandi storici dell’arte italiani: da Lionello Venturi che l’ha aperta negli anni Dieci del Novecento a Pasquale Rotondi che ha messo in salvo numerose opere d’arte italiane nel periodo dell’occupazione nazista, a Dal Poggetto e altri illustri sovrintendenti che hanno curato successivamente questo museo. Quello che mi interessa è riprendere in mano il racconto del Palazzo e della sua collezione dando un’importanza nuova a questo straordinario contenitore. Gli architetti contemporanei considerano il Palazzo un caposaldo della storia della progettazione e sono proprio gli architetti che ho chiamato a lavorare con me per costruire un nuovo racconto indirizzato alla sua valorizzazione, narrandolo dall’interno attraverso iniziative espositive che lo riportino al centro del dibattito attuale. C’è contestualmente la storia dell’arte, che è il mio campo d’intervento, sulla quale lavoriamo con mostre incentrate sulla storia di Urbino, come quella che aprirà l’anno prossimo su Francesco di Giorgio Martini e Federico da Montefeltro. Urbino crocevia delle arti per celebrare il centenario della nascita del Duca. Stiamo inoltre lavorando all’importante lavoro di restauro e riapertura delle sale del secondo piano, mai visitate del pubblico finora, che ospiteranno capolavori dell’arte nella regione tra Cinque e Settecento, con opere della collezione, nuove acquisizioni e un ingente numero di dipinti provenienti dalla Fondazione Caripesaro che hanno arricchito in maniera ingente il nostro museo. Per la Direzione Regionale a sua volta sono stato ispirato dalla storia dei luoghi che raccontano non solo la ricchezza delle raccolte archeologiche conservate tra Ancona, Ascoli, Arcevia, Numana, ma anche l’importanza di alcuni edifici. Ad esempio ad Ancona il bellissimo Palazzo Ferretti, al quale hanno lavorato alcuni grandi dell’architettura moderna dal Sangallo al Tibaldi fino al Vanvitelli, e che ospita tra l’altro l’ultimo allestimento realizzato da Minissi alla fine degli anni Ottanta del Novecento. Partendo dalla necessità di conoscerlo meglio, ho iniziato un percorso di studio dell’edificio per stendere le linee guida del suo restauro avvalendomi dell’aiuto dei colleghi della Scuola di Specializzazione in Restauro Architettonico dell’Università Federico II di Napoli, una delle più importanti d’Europa. Per la Rocca di Senigallia abbiamo iniziato una fruttuosa collaborazione con l’Istituto Centrale del Catalogo e Documentazione per valorizzare il ruolo della Rocca come sede di mostre fotografiche. Abbiamo quindi avuto una serie di incontri con il direttore Carlo Birrozzi, già Soprintendente delle Marche, per cercare di arricchire questa straordinaria costruzione quattrocentesca, studiata anche da Leonardo da Vinci, con iniziative espositive raffinate. Per la loro realizzazione lavoreremo con colleghi della Sede centrale e con altri interpreti. Ogni luogo parla di sé, della collezione che contiene, ma anche della città che lo ospita e del legame indissolubile con la cittadinanza.<br></p>
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<p class="small wp-block-paragraph"><strong>Luigi Gallo</strong> si è formato a Roma, all’Università La Sapienza, e a Parigi all’Università Paris I Panthéon-Sorbonne. Ha insegnato a Roma Architettura del Paesaggio e alla Scuola di Specializzazione in Patrimonio Archeologico di Matera. Editor e curatore alle Scuderie del Quirinale, storico dell’arte al Parco Archeologico di Pompei, da settembre 2020 è Direttore della Galleria Nazionale delle Marche a Urbino e della Direzione Regionale Musei Marche. Le sue ricerche spaziano dalla storia della pittura di paesaggio, dei giardini e dell’architettura moderna al collezionismo, dalla teoria e critica d’arte fra XVIII e XX secolo alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. È autore di monografie e saggi critici nonché curatore di esposizioni fra cui La Nature l’avait créé peintre: Pierre-Henri de Valenciennes, 1750-1819 (Toulouse, 2003), Pompei e l’Europa, 1748-1943 (Napoli, 2015), Picasso/Parade: Napoli 1917 (Napoli, 2017), Amori Divini (Napoli, 2017), Picasso et les Ballets Russes (Marseille, 2018), Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno (Roma, 2019), Città di Dio, città degli uomini. Architetture dantesche e utopie urbane (in preparazione con Luca Molinari, Galleria Nazionale delle Marche, 2021).</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="900" height="600" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-big.jpg" alt="" class="wp-image-4087" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-big.jpg 900w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-big-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-big-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>
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<div class="wp-block-column is-vertically-aligned-center is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:60%">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Alla trasversalità dei patrimoni corrisponde un’offerta articolata e segmentata che obbliga ad attivare coalizioni con il territorio e le reti associative-culturali, e a concepire proposte coerenti con gli immaginari contemporanei. La pandemia ha reso manifesta una domanda latente, desideri di appartenenza e fruizione nuovi. Quali sono i progetti più significativi?</strong><br><strong>LG</strong> &#8211; Prima di venire a Urbino lavoravo alle Scuderie del Quirinale. Appena usciti dalla prima pandemia il vasto e interessato pubblico della mostra su Raffaello allestita in quella sede ha dimostrato che c’era ancora bisogno di arte. In pieno agosto l’esposizione era sempre sold out! Oggi vedo entrare a Palazzo Ducale persone assetate di cultura, desiderose di ritrovare la cultura che corrisponde alle nostre radici storiche e questo dimostra che l’arte è una necessità. Nei mesi invernali, a museo chiuso, abbiamo svolto un impegnativo lavoro di comunicazione sulla stampa, utilizzando il digitale, i social promuovendo una diffusione capillare delle nostre raccolte, facendo in modo che le nostre collezioni siano sempre in grado di offrire la testimonianza della storia. Abbiamo lavorato per portare il museo verso la gente, comunicando che gli oggetti nelle nostre raccolte sono testimonianze della storia civile, oggetti che appartengono a tutti, che parlano di noi. Le opere d’arte – che siano dipinti, sculture, reperti archeologici – possiedono un passato, hanno avuto al loro tempo un significato che si rinnova, diversificandosi in ogni periodo. Di cosa parla la Flagellazione di Piero della Francesca? Certo racconta l’epoca e il gusto di quando è stata creata, ma anche della passione novecentesca per il Quattrocento! Parla della Urbino di Federico e insieme dei dibattiti fra studiosi circa la sua iconografia così misteriosa. Lo scopo dei musei è anche di essere testimoni del passato e di offrirlo nella continua rivisitazione dei suoi valori.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-02-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-4091" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-02-683x1024.jpg 683w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-02-200x300.jpg 200w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-02-768x1152.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/05/luigi-gallo-02.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>CC &#8211; Le programmazioni culturali più evolute fanno corrispondere offerta culturale e fidelizzazioni stabili, empatiche, friendly, in una sorta di promozione/educazione permanente. Lei sta dedicando grande attenzione alla costruzione della community anche attraverso la collaborazione con ISIA, con la consapevolezza che la questione è di linguaggio e di relazione. Qual è l’idea di Marche che si è fatto in questa esperienza ancora agli inizi? Verso quale posizionamento culturale si sta indirizzando?</strong><br><strong>LG</strong> &#8211; Abbiamo realizzato con ISIA l’immagine grafica del Museo di Urbino, a cura di Leonardo Sonnoli e Irene Bacchi, ai quali va il mio ringraziamento. Con la scuola sicuramente collaboreremo nel futuro non solo per la grafica interna del Museo ma anche per la comunicazione degli altri musei della Direzione regionale. Questa collaborazione ci sarà anche per la mostra dedicata al Palazzo Ducale, da realizzarsi nel 2022 con Luca Molinari. Per quanto riguarda il contemporaneo, tendo a dire che il contemporaneo siamo noi, sono i giovani che vengono a visitare il Museo per i quali abbiamo tanti progetti che certamente metteremo in campo a supporto del lavoro che ci vede ridisegnare i confini dei nostri Istituti. Un appuntamento importante sarà la mostra Danteum, il progetto architettonico visionario degli architetti Terragni e Lingeri che metteremo a confronto con la nostra tavola della Città Ideale, parlando del monumento come spazio del pensiero. In mostra ci saranno inoltre un centinaio di progetti architettonici contemporanei che traggono ispirazione dall’universo dantesco, apparentandosi al grande modello razionalista. Infine abbiamo avviato diverse collaborazioni con le università italiane – la Federico II di Napoli, la Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte dell’Università la Sapienza di Roma e l’Università Carlo Bo di Urbino – con cui riscriveremo tutta la narrazione interna del Palazzo Ducale, grazie a nuove didascalie e al nuovo materiale informativo sulle opere conservate.</p>
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		<title>Intervista a Davide Quadrio, neo direttore del MAO di Torino</title>
		<link>https://mappelab.it/intervista-a-davide-quadrio-neo-direttore-del-mao-di-torino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 15:49:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È una visione fortemente contemporanea quella del nuovo direttore del Museo d’Arte Orientale di Torino. In questa intervista fa il punto sul programma del prossimo biennio.</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p class="wp-block-paragraph" style="font-size:1.2rem">Condividiamo con piacere l&#8217;intervista realizzata da <strong>Claudia Giraud</strong> a <strong>Davide Quadrio</strong>, neo direttore del <strong>MAO di Torino</strong>, recentemente pubblicato sul sito di <strong>Artribune</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una visione fortemente contemporanea quella del nuovo direttore del Museo d’Arte Orientale di Torino. In questa intervista fa il punto sul programma del prossimo biennio. <strong><em>“Il MAO può diventare un luogo di studio ‘contemporaneo’ della relazione tra Asia e Torino, l’Italia e l’Europa”</em></strong>: con queste parole il neo direttore di MAO Museo d’Arte Orientale, introduce il nuovo corso di una delle realtà più significative del Belpaese, e tra le maggiori a livello europeo, per la conoscenza e lo studio dell’arte orientale, ospitato nello storico Palazzo Mazzonis e parte della Fondazione Torino Musei. Insediato da meno di un mese, lo abbiamo intervistato per conoscerne visione e programmi per i prossimi due anni.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Intervista a Davide Quadrio</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Partiamo dalla fine: hai co-curato&nbsp;<em>Hub India</em>, il progetto fuori fiera di&nbsp;Artissima&nbsp;sull’arte contemporanea del subcontinente indiano che ha coinvolto due musei della Fondazione Torino Musei, tra cui il MAO, e l’Accademia Albertina. Che bilancio fai di quella esperienza?</strong><br><em>Hub India</em>&nbsp;è stato un progetto che ci ha un po’ travolto, nato nel 2020 poi rimandato nel 2021, ha permesso a me e Myna Mukherjee di lavorare su un side project come&nbsp;<em>Sama</em>, un film che ha creato le basi per&nbsp;<em>Hub India</em>. Ricerca, assonanze e fluidità di questo percorso hanno portato poi alla mostra tripartita in condizioni globali pandemiche, che hanno davvero reso l’operazione anche fin troppo estenuante. 300 opere in mostra, quando non si riusciva neanche a trasportare una cassa dall’Asia in Europa: è stato veramente un miracolo. Con il senno di poi avremmo fatto alcune modifiche importanti, non sulla selezione delle opere, ma su come avremmo presentato testi e introduzioni. Abbiamo fatto un lavoro immenso online con QR code, ma ci siamo poi resi conto che il visitatore ancora non è particolarmente avvezzo a questi strumenti e non riusciva a trovare i lavori nelle varie mostre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come ha risposto la città?<br></strong>Si è trattato di un progetto gestuale: letteralmente stendere la mano, portare lavori di artisti e metterli in relazione con le sedi. Tutto qui. La città ha risposto positivamente anche ad Artissima, dove abbiamo presentato una decina di gallerie e istituzioni indiane. Il booth era sempre affollatissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È stato un assaggio dell’imprinting che darai al Museo di Arte Orientale di Torino in veste di direttore?</strong><br>Questo progetto non è di per sé un prodromo del programma del MAO. In museo ci saranno interventi che hanno a che fare con il contemporaneo, non tanto come arte contemporanea ma come coinvolgimento di artisti, curatori, conservatori che lavorino nel MAO sulle collezioni e sugli archivi. Il museo diventerà un luogo aperto al pubblico al di là delle mostre e accoglierà lo studio delle collezioni attraverso lo sguardo di artisti, conservatori, curatori, studiosi e studenti. II MAO è potente, ma ha ancora grandi potenzialità inespresse: credo che abbia in sé la possibilità di diventare un luogo di studio “contemporaneo” della relazione tra Asia e Torino, l’Italia e l’Europa.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-01-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-3397" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-01-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-01-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-01-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-01.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Giappone, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, courtesy Fondazione Torino Musei, photo Roberto Cortese</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-02-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-3398" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-02-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-02-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-02-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-02.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, courtesy Fondazione Torino Musei</figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il MAO secondo Davide Quadrio</strong></h3>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ora sei appunto il nuovo direttore del MAO che arriva da una trentennale esperienza in Asia, dove hai fondato nel 2007 Arthub Asia, una piattaforma di ricerca dedicata a promuovere progetti di mobilità per curatori e artisti e collaborazioni internazionali. Cosa porterai in dote a Torino di quel patrimonio di conoscenze e strategie e come pensi di applicarle al contesto torinese?</strong><br>Ogni progetto ha bisogno di essere radicato nel suo tessuto sociale e geografico immediato e da lì si può aprire. Rispetto ad Arthub, e prima ancora a BIzart a Shanghai, dove per ragioni anche anagrafiche e professionali ero all’inizio della mia carriera, al MAO arrivo con un network internazionale consolidato e porto con me un modo di fare super energetico e coinvolgente. Per me il MAO è innanzitutto le persone che ci lavorano e mi sto concentrando su di loro attraverso una serie di attività che le coinvolgano direttamente. Poi la collezione, altro elemento per me fondamentale: la collezione ‒ o meglio le collezioni ‒ sono il centro del MAO, la sua potenza ancora in parte inespressa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è la tua visione?<br></strong>Il lavoro dei prossimi quattro anni sarà incentrato proprio sulla collezione, su produzioni originali che da lì prendano avvio e che possano viaggiare nel mondo in collaborazione con altre istituzioni italiane e globali. Il 16 marzo ho presentato il programma del prossimo anno analizzando, con contributi di direttori di musei come il Mori Art Museum (Tokyo), M+ (Hong Kong), KNMA (New Delhi), aspetti che hanno a che fare con collezioni asiatiche in contesti occidentali, problematizzazione dell’oggetto di origine asiatica e della sua interpretazione e restituzione nel contesto museale etc. Insomma il lavoro che farò con il team è veramente quello di energizzare la collezione, renderla viva e superare un’idea ghettizzante dell’Asia: MAO come luogo di studio ed espansione, per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Subentri nella direzione a Guglielminotti Trivel, conservatore per l’Asia Orientale, che ha contribuito alla prima apertura al pubblico del museo nel 2008 e al riallestimento della galleria dedicata alla Cina nel 2015. Come pensi di valorizzare le collezioni esistenti ed eventualmente incrementarle?</strong><br>Sto lavorando per invitare conservatori e curatori asiatici e del mondo arabo attraverso residenze lunghe. Sto anche mettendo a punto un programma di artisti (italiani e stranieri) che lavorino sulla collezione. Sicuramente ci saranno mutamenti negli allestimenti anche se solo con pochi gesti, ma che reputo essenziali. Si lavorerà sulle rotazioni della collezione e su parti della collezione mai viste prima. Uno degli obiettivi è certamente quello di incrementare la collezione ed espandere le collaborazioni con musei importanti nel mondo. Quindi per riassumere: da una parte valorizzazione della collezione ed espansione attraverso un lavoro scientifico e artistico locale e internazionale, dall’altra un lavoro di collaborazione museale internazionale per creare progetti di espansione (mostre) con musei e collezioni prestigiose globali.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-03-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-3406" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-03-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-03-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-03-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-03.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, courtesy Fondazione Torino Musei</figcaption></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-04-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-3407" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-04-1024x683.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-04-300x200.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-04-768x512.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2022/04/mao-04.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Panoramica Asia, MAO Museo d&#8217;Arte Orientale, Torino, courtesy Fondazione Torino Musei</figcaption></figure>
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il futuro del MAO di Torino</strong></h3>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si posiziona il MAO, in termini di riscontro presso il pubblico, rispetto agli altri musei di arte orientale in Italia? E a livello internazionale? Pensi di instaurare sinergie e collaborazioni?<br></strong>Il pubblico del MAO è in realtà molto fedele e il museo è visitato (con mio grande piacere) da migliaia di persone, soprattutto nel weekend. I numeri sono molto più alti di quelli che mi aspettavo. Sicuramente c’è spazio per crescere ancora, anche se l’edificio ha dei vincoli strutturali importanti. Avere 1000 visitatori al giorno già richiede uno sforzo strutturale.<br>Credo sia molto importante accrescere la presenza del MAO attraverso collaborazioni importanti, prima fra tutte la collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, dove si sta insediando il nuovo direttore Andrea Viliani, con cui stiamo già tessendo fila interessanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E con gli altri musei cittadini c’è l’idea di fare sistema? In che modo?<br></strong>Importantissimo per me il rapporto con GAM, Palazzo Madama e Artissima, che fanno parte della Fondazione Torino Musei come il MAO, con cui condividiamo archivi estesi e con cui sicuramente stiamo già mettendo a sistema le nostre risorse. Come con Hub India, credo che sia importante lavorare in Fondazione espandendo le possibili sinergie. Per natura io credo in un lavoro di sistema: lavorare assieme vuol dire espandere la propria presenza e anche portare energia nuova. Sul territorio stiamo già lavorando con gli Amici della Fondazione Torino Musei e i volontari del MioMAO e poi naturalmente con la Consulta per la Cultura, siamo in contatto per esplorare collaborazioni con Torino Danza, Add Edizioni, Castello di Rivoli…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ci puoi anticipare la programmazione museale del prossimo biennio?<br></strong>La prima mostra, Il Grande Vuoto, sarà sviluppata intorno a un bellissimo thangka tibetano del XV secolo. Non vi anticipo altro, ma sarà una mostra immersiva con una collaborazione illustre di Vittorio Montalti, compositore, e con una serie di performance di Montalti con la virtuosa Gloria Campaner. Avremo due artisti in residenza, Lee Mingwei e Charwai Tsai, che lavoreranno all’interno del museo con il nostro staff. Marzia Migliora trasferirà provvisoriamente il suo studio al museo per lavorare sugli archivi di stampe giapponesi. Con la fondazione De Ying di Hong Kong porteremo in residenza due conservatori che si occupano di arte sociale e di musica tradizionale cinese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cosa succederà in autunno?<br></strong>La mostra autunnale sarà, invece, in collaborazione con il Museo delle Civiltà e porterà in mostra sculture buddhiste cinesi delle due collezioni, la maggior parte delle quali mai esposte prima. Antonella Usai sarà artista in residenza at large per lavorare sul gesto rituale nella collezione. Stiamo poi definendo una collaborazione con la Fondazione Paola Besana sul retaggio della tessitura manuale. Una collaborazione importante iniziata dal mio predecessore con la Facoltà di Architettura di Torino lavorerà, invece, sulla restituzione di lavori in collezione in una maniera innovativa, lavori che parleranno di inclusività, esperienza tattile e nuove tecnologie. Molto altro si sta definendo con Paesi dell’area araba e del Sud Est asiatico. Sono direttore da soli quindici giorni… nonostante viaggi ancora con ritmi cinesi, mi serve qualche mesetto per essere veramente a regime.</p>
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<p class="wp-block-paragraph" style="font-size:0.9rem"><em>L&#8217;articolo è stato pubblicato sul sito di <a href="https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2022/04/intervista-davide-quadrio-neo-direttore-mao-torino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Artribune</a>.<br>I testi e le immagini presenti sulla pagina di questo articolo appartengono ai legittimi proprietari.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/intervista-a-davide-quadrio-neo-direttore-del-mao-di-torino/">Intervista a Davide Quadrio, neo direttore del MAO di Torino</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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		<title>Toraldo</title>
		<link>https://mappelab.it/toraldo-libridazione-dei-media-dei-saperi-delle-culture/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adm_mappelab]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2021 10:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cristiano Toraldo di Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo incontrato tante volte Toraldo in questo ventennio di vita in cui 3D Produzioni ha raccontato sul web e in tv la storia e l’attualità del mondo del design e dell’architettura. Abbiamo avuto spesso bisogno della sua memoria, della sua visione, di un pensiero in cui sopravvivesse un po’ di utopia. Le interviste, eppur condotte davanti alla telecamera, si sono sempre trasformate in lunghe chiacchierate, non si risparmiava Toraldo, dava sempre più di quanto gli chiedevi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://mappelab.it/toraldo-libridazione-dei-media-dei-saperi-delle-culture/">Toraldo</a> proviene da <a href="https://mappelab.it">MappeLAB</a>.</p>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Abbiamo incontrato tante volte Toraldo in questo ventennio di vita in cui 3D Produzioni ha raccontato sul web e in tv la storia e l’attualità del mondo del design e dell’architettura. Abbiamo avuto spesso bisogno della sua memoria, della sua visione, di un pensiero in cui sopravvivesse un po’ di utopia. Le interviste, eppur condotte davanti alla telecamera, si sono sempre trasformate in lunghe chiacchierate, non si risparmiava Toraldo, dava sempre più di quanto gli chiedevi. L’ultima volta è stato al MAXXI in occasione della mostra Superstudio 50, retrospettiva allestita nel 2016 per festeggiare i 50 anni dalla fondazione di Superstudio. Ne riportiamo una parte, un contributo alla memoria, un piccolo omaggio postumo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ci racconti come ha avuto inizio l’avventura Superstudio?</strong><br>Erano i primi anni ‘60, un momento di passaggio critico per l’Italia: il boom economico si stava ormai esaurendo e le discussioni politiche si stavano facendo molto aspre. Quindi, anche all’interno delle università, cominciavano ad affiorare dibattiti. Nel ’63, con alcuni compagni dell’università che poi si uniranno a me nel Superstudio, abbiamo fatto la prima occupazione di facoltà per poter affrontare nuovi discorsi legati all’idea di architettura. Allora si pensava che l’architettura fosse un sistema di risoluzione di problemi; noi invece volevamo trasformare l’architettura in un sistema teorico, in un sistema di indagine dei problemi, in un laboratorio di ricerca del pensiero, insomma, in un pensiero politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali mezzi espressivi scelse Superstudio per comunicare le proprie idee?</strong><br>La prima mostra del collettivo doveva essere una mostra di pittura, ma venne fuori una mostra che sfiorava i limiti dell’arte, dell’architettura e del design; una delle nostre preoccupazioni maggiori è sempre stata quella del superamento della disciplina, dell’ibridazione dei media, dei saperi, delle culture. Ci sembrava che l’architettura fosse troppo legata alla fiducia, oramai illusoria, che l’industria avrebbe risolto tutti i problemi dell’umanità, producendo l’oggetto definitivo. Questo ovviamente non successe, perché il mercato ha continuamente bisogno di nuovi modelli, necessari a rinnovare il desiderio del consumo. Quindi il mercato era ormai artificiale e noi eravamo dei componenti di questo mercato artificiale.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cosa vi legava all’arte?</strong><br>Adolfo Natalini era un pittore e faceva anche molte mostre; io ero un fotografo, mi guadagnavo da vivere con questo mestiere. Era una passione che veniva da lontano: mio padre, che era fisico e insegnava all’Università, in gioventù aveva progettato le lenti per la microcamera Ducati Sogno, piccolissima macchina fotografica prodotta subito dopo la guerra. Per tale motivo aveva installato nel bagno di casa una camera oscura e io, fin da bambino, mi appassionai alla fotografia. Una volta nato il Superstudio, lo scatto fotografico è diventato lo strumento di registrazione del nostro lavoro: appena finiti i disegni o i fotomontaggi, li fotografavo, e ancora oggi possiedo l’archivio fotografico del Superstudio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Portavate avanti l’analisi di un mondo distopico, un po’ legato a quello della fantascienza?</strong><br>L’idea del portare avanti questo mondo distopico in realtà è una visione che hanno avuto gli altri, perché il fatto stesso di chiamarci “super architetti” significava che volevamo essere all’interno del sistema, perché noi lo accettavamo in maniera molto realistica cercando di essere più irrealisti degli altri. Il nostro obiettivo era quello di immettere una fantasia rivoluzionaria nelle case degli italiani. Se noi fossimo stati subito considerati degli architetti radicali, fantastici, non avremmo avuto più alcun potere di lavorare all’interno dei deserti domestici, cioè deserti di creatività, luoghi nei quali il consumismo aveva tolto la possibilità creativa. Quindi, le prime produzioni, erano produzioni che cercavano di sconvolgere l’equazione secondo la quale la forma segue la funzione. Per noi la forma veniva prima e aveva la possibilità di creare delle nuove funzioni. Funzioni sensoriali ed emozionali. Dunque, con questa operazione di riempire i nostri oggetti di qualità tali da provocare amore o odio, cercavamo di produrre una forte reazione nel pubblico, provocando intenzionalmente una partecipazione alla creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Siete stati solo dei teorici dell’architettura o avete progettato degli edifici che sono stati effettivamente costruiti?</strong><br>Spesso si dice che non abbiamo mai costruito nulla, ma questo non è affatto vero perché noi eravamo dei super architetti e ci finanziavamo attraverso il lavoro di architettura pragmatica. Abbiamo fatto negozi, banche, edifici di tutti i tipi, ma sempre portando all’interno della professione nuovi materiali e nuovi sistemi di innovazione, gli stessi che portavamo nel design.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il design, che in quegli anni rappresentava l’Italia creativa, vi permetteva di sperimentare maggiormente?</strong><br>Sì, il design ci ha permesso di sperimentare tecniche diverse e di affrontare molteplici avventure. Per noi fiorentini è stato fondamentale il professor Cammilli, proprietario della Poltronova, un’azienda che aveva come art director Ettore Sottsass e che ha visto la collaborazione di Gae Aulenti, Superstudio, Archizoom e artisti come Max Ernst. Era un’azienda che aveva capito l’importanza di mescolare il design classico con le arti figurative ed era disponibile alle nuove sperimentazioni. Con loro abbiamo fatto le prime poltrone senza struttura, il Sofo. Successivamente Aurelio Zanotta ci chiese di produrre alcuni pezzi della serie Misura, che lui chiamò “Quaderna”. Durante la presentazione a Parigi di questa serie di tavoli lui fece fare per sé stesso e per tutto lo staff dei vestiti a quadretti, comprendendo il nostro spirito che vedeva l’architettura e la vita in dialogo, come una performance teatrale.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/CTF-a-Superstudio-50-2016-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-1299" srcset="https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/CTF-a-Superstudio-50-2016-1024x768.jpg 1024w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/CTF-a-Superstudio-50-2016-300x225.jpg 300w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/CTF-a-Superstudio-50-2016-768x576.jpg 768w, https://mappelab.it/wp-content/uploads/2021/07/CTF-a-Superstudio-50-2016.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Cristiano Toraldo di Francia<br>alla mostra<br><em>Superstudio 50<br></em>MAXXI 2016<br>foto Gabriele Mastrigli</figcaption></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come nacque Quaderna?</strong><br>Dopo il primo periodo di super architettura e super design, ci siamo resi conto che le nostre produzioni non facevano altro che alimentare il sistema, creando sempre più povertà e inducendo nuovi bisogni. Dunque perché focalizzarsi sulla qualità degli oggetti se potevamo lasciare sul tavolo una serie di quantità neutre a disposizione? Così nascono gli istogrammi, dei diagrammi tridimensionali di spazio che creano una griglia fatta di quadratini di 3&#215;3 centimetri. Nel panorama culturale italiano dell’epoca sono stati un unicum.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi erano i vostri maestri?<br></strong>I nostri maestri erano tutti gli architetti che avevamo conosciuto e studiato durante il periodo dell’università, non c’era un maestro unico. Anche il fatto stesso che noi non ci siamo chiamati con il nostro nome ma abbiamo scelto di fondare un collettivo, aveva questo significato. Proclamavamo la fine dell’architetto superstar. Chiaramente ognuno di noi aveva delle preferenze e degli interessi, ma quello che ci interessava era capire che cosa stava succedendo al di fuori dell’Italia. Dialogavamo e ci confrontavamo con i nostri colleghi esteri, ma ci distinguevamo da essi per via dell’impronta politica del nostro lavoro.</p>
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