
Michele e Sergio
Con le fotografie fatte da un prete, Gualtiero Giamagli, si rinnova il filo invisibile tra Padre e Figlio. Le Marche di Michele – che ogni tanto sfoglia quel libro di poesie visive, pezzi di vita, storie locali e universali – sono le Marche di Sergio, radici personali e antropologiche. Michele, il sofisticato esegeta di sintassi e immagini in movimento, rende cinema questi frammenti visivi, epopee queste piccole tracce. È la dimestichezza che le Marche, e Senigallia in particolare, hanno con la fotografia. Un’identità peculiare.
Lo Spazio che siamo
Fano, città pienamente dentro lo spirito del tempo, città delle ibridazioni e dei dialoghi. Con un’azienda che ha inventato la prima tuta spaziale intra veicolare – per una vita quotidiana nello Spazio, un “oltre” che si fatica a immaginare ma già è; con una scoperta che promette di inaugurare una nuova centralità non solo archeologica, non solo architettonica, non solo culturale. La sfida di Vitruvio oggi è alta – al di là delle divertenti declinazioni vernacolari tra pesce azzurro e realtà virtuale. L’eventuale musealizzazione dell’area centrale e dei reperti della Basilica contiene non ammette scorciatoie, né di metodo né di merito. Vedremo cosa accade. Oltre a Vitruvio, Urbino con gli interventi a Palazzo Ducale, e Ancona con i depositi aperti del MAN Marche sono un’immanenza che unisce scoperta, riqualificazione, riappropriazione. Programmi di sviluppo che rigenerano funzionalità e valorizzazione, ma soprattutto aprono a un patrimonio accogliente, pienamente consapevole, progettuale.

Cabine, capanni, cabanes
Ci sono territori italiani – la costa adriatica del nord, la costa tirrenica – che con orgoglio, storicamente difendono le microarchitetture balneari temporanee. Tema sempre molto attuale anche per i rimandi che l’idea di cabane continua a suggerire. Il paesaggio costiero disegnato dall’infrastruttura dei capanni rappresenta, per alcune località turistiche italiane, l’equivalente di un museo da visitare, l’elemento iconico del valore e dei valori locali. Processi che non riguardano le Marche né la città adriatica costiera, ma qualcosa accade. Moreno a Mariella Cedroni hanno investito sui luoghi oltre che sui menù e l’accoglienza, sulla coerenza delle forme e sulle architetture. I capanni collegati al “Clandestino”, in un format pubblico/privato che mantiene l’accessibilità e la dimensione “selvatica” del luogo, sono un bell’esempio di quando citazione progetto e funzione stanno insieme – con garbo equilibro e misura.

La grafica che cura, le parole che avvicinano
più interessanti della scena nazionale e internazionale. Osservare e restituire le loro buone pratiche significa preparare lo sguardo ai messaggi e ai codici di comunicazione del futuro.
A Rimini muri e pubbliche affissioni, ma anche asfalti, parchi, percorsi, camminamenti, campi da gioco, moltiplicano empatia e prossimità. È la pratica dello stare insieme nei paesaggi del welfare e della cura, della mobilità e del gioco. Nelle aree di rispetto dove corpo e salute cercano punti di accoglienza e approssimazione gentile – in ambienti per converso spesso incomprensibili, ostili, indifferenti.
Nei punti di decompressione tra percorsi di guerra per chi è già in guerra. E negli spazi dove la conoscenza della strada è un’intimità pubblica con il colore allegro del benessere, che è anche il respiro delle cose.

