
Imponenti macchine urbane in grado di caratterizzare interi quartieri delle nostre città, teatro di eventi epocali, espressioni di grandi passioni individuali e collettive, oggetti identitari per la comunità e spesso anche progetti autoriali significativi, a lungo gli stadi sono state opere piuttosto trascurate dalla storia e dalla critica dell’architettura. Occuparsi oggi di questi luoghi, delle loro costanti trasformazioni fisiche, della loro fruizione e percezione nella società significa inevitabilmente occuparsi di città e di rigenerazione urbana, di antropologia sociale, di questioni politiche ed economiche e anche di espressioni artistiche e culturali. La mostra ha ripercorso i momenti storici più importanti della trasformazione degli stadi di tutto il mondo, dagli antesignani storici dell’antichità greco-romana a quelli che, dopo un ‘vuoto’ temporale di quasi quindici secoli, si sviluppano a partire dalla fine dell’Ottocento, fino ad arrivare all’oggi. Parallelamente si sono ripercorsi momenti chiave, capaci di modificare il modo di progettare e vivere questi spazi come ad esempio la prima radiocronaca nel 1928, il concerto dei Beatles del 1965 al Shea Stadium di New York, gli incidenti di Hillsborough e dell’Heysel che hanno spinto ad una profonda trasformazione degli impianti. Un tema centrale è quello della relazione con gli spettatori. La mostra ha analizzato i cambiamenti del pubblico, esplorato le emozioni e i rituali dell’esperienza dello stadio nel corso del tempo. È emersa con chiarezza una forte dimensione socio-antropologica, capace di lasciare tracce nella letteratura, nella poesia, nel cinema, nel fumetto, nella fotografia e nell’arte. All’interno di questa narrazione un approfondimento specifico è stato dedicato agli stadi italiani anche alla luce dell’acceso dibattito pubblico attuale, raccontati in mostra anche dai progetti fotografici realizzati ad hoc da Stefano Graziani e Filippo Romano. La mostra al museo MAXXI ha voluto dunque restituire per la prima volta in Italia in modo compiuto e sistemico il ruolo che lo stadio svolge nell’immaginario contemporaneo. Per dirla con le parole dell’antropologo Marc Augé lo stadio è “un luogo di senso, di controsenso e di non-senso, un simbolo di speranza, di errore o di orrore”.



Il progetto grafico — Studio Fionda
L’identità visiva della mostra nasce da una soluzione tipografica che trasforma i cinque caratteri bastoni del titolo in elementi piegati e resi in assonometria, richiamando sedute e spalti degli stadi. La loro moltiplicazione in cromie diverse evoca la dimensione corale e la moltitudine proprie di queste architetture pubbliche. Il tema dei gradini diventa così la matrice non solo del sistema espositivo ma anche di quello informativo: lunghe strisce verticali organizzano i livelli didascalici, mentre la tipografia scorre senza adattarsi alle variazioni dello “scalino”, rafforzando l’idea di continuità. Una palette di cinque colori guida e distingue i contenuti lungo il percorso, sui tavoli e sulle superfici verticali. Le infografiche trasformano infine i segni dei gradoni in unità quantitative, temporali e diagrammatiche, traducendo dati complessi in un repertorio visivo coerente che completa modelli, disegni, opere e fotografie.




Il progetto di allestimento — Lorenzo Bini, BINOCLE
Ogni mostra di architettura è una rappresentazione (e quindi una riduzione) della realtà. Gli edifici vanno infatti abitati, percorsi e attraversati, e solo così possono essere realmente compresi e vissuti, mentre la loro rappresentazione (grafica, fotografica o miniaturizzata) non riesce mai a competere con l’esperienza della realtà. Per questo abbiamo deciso, nel nostro allestimento, di ribaltare la relazione tra spettatore e spettacolo invitando i visitatori a trasformarsi in atleti e organizzando i contenuti della mostra su metaforiche tribune. Attraverso questa inversione di prospettiva e grazie ad alcuni accorgimenti scenici attentamente studiati — tra cui due video installazioni, una di Douglas Gordon e Philippe Parreno, l’altra di Yuri Ancarani — i fruitori della mostra si ritrovano a percorrere un immaginario campo da gioco, circondati da spalti gremiti di contenuti e informazioni che sembrano guardare, oltre che essere guardati.