

Quando il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha parlato di una scoperta capace di dividere la storia dell’archeologia (e non solo) “in un prima e un dopo”, e ha definito Fano il cuore della più antica sapienza architettonica dell’Occidente (ha parlato di nuovo “centro del mondo”), ho pensato che quelle parole restituissero finalmente alla città una responsabilità, prima ancora che un primato.
La notizia ha avuto una risonanza internazionale immediata: non solo perché a Fano riemergeva un grande edificio romano, unico di uno dei padri dell’architettura e della civiltà occidentale, ma perché quel ritrovamento toccava il fondamento stesso della cultura architettonica (e non solo) europea.
La Basilica di Fano è infatti un caso unico. Nel De Architectura Vitruvio descrive molte regole, molti principi, molti esempi; ma un solo edificio rivendica come proprio, dicendo di averlo collocato e curato: la basilica costruita nella Colonia Julia Fanestris. Per secoli quel passo è rimasto sospeso tra testo, memoria urbana e ipotesi grafiche. E anche leggenda sostenendo in più in base a scienza e buon senso che quell’edificio non sarebbe mai stato costruito. Ma i trattatisti l’hanno disegnata, discussa, corretta, talvolta messa in dubbio. Un’architettura che senza essere mai stata vista da alcuno ha fondato il linguaggio dell’architettura classica e occidentale. Anche questo un caso unico. La città, comunque, riteneva di conservarne tracce frammentarie: racconti di colonne, materiali reimpiegati, rilievi ottocenteschi, muri ipogei nel complesso di Sant’Agostino. Insomma si è sempre tentato di alimentare questa leggenda con brandelli di realtà che erano sempre molto molto forzati, più vicini a una speranza che a una certezza.
La mia storia con la Basilica comincia da lì, molto prima dell’annuncio ufficiale.
Da quell’intreccio di leggenda, testo e realtà che mi affascinò subito. Nel 1994, durante il dottorato in Disegno e Rilievo del Patrimonio Edilizio, mi imbattei in quella che allora sembrava una questione quasi laterale, ma che in realtà conteneva un problema enorme: come verificare, con gli strumenti del rilievo e della rappresentazione, se una tradizione secolare potesse ancora produrre conoscenza?
La mia tesi, discussa nel 1997, aveva un titolo programmatico: La Basilica di Fano di Vitruvio: dalla critica storiografica a nuovi rilievi e ipotesi di ricostruzione. Non era una ricerca solo bibliografica.
Era un tentativo di mettere insieme fonti, misure, geometrie, modelli, archeologia e tecnologia.

I primi rilievi furono tutt’altro che semplici. Gli ambienti ipogei di Sant’Agostino (quelli che allora i più attribuivano alla basilica e mio primo oggetto di studio) erano stretti, irregolari, segnati da trasformazioni stratificate. Occorreva costruire un sistema di riferimento solido, prima ancora di disegnare. Si lavorò con piani quotati, fili, livelli, trilaterazioni, misure sovrabbondanti di controllo. Ogni muro, nicchia, risega, paramento, bucatura o elemento strutturale veniva numerato, schedato, ricondotto a una planimetria verificabile. La restituzione digitale, allora ancora pionieristica, avveniva in scala reale con AutoCAD: non per “fare un disegno”, ma per controllare errori, incrociare misure, far emergere coerenze e anomalie. Il rilievo, in quel momento, diventava uno strumento critico.
Da quelle campagne emerse con forza l’importanza del grande muro a paraste e delle strutture radiali conservate nell’area di Sant’Agostino. Per anni quelle evidenze hanno alimentato l’idea che lì potesse trovarsi la basilica. Ma la ricerca, se vuole essere scientifica, deve anche saper mettere alla prova le proprie ipotesi. La tecnologia digitale ci aiutò proprio in questo: non a confermare ciò che desideravamo, ma a verificare ciò che i dati permettevano di sostenere. Con quello stesso metodo si procedette ad analizzare e a simulare possibili resti o collocazioni della Basilica. Qualcosa che andava al di là dell’archeologia pura.
Negli anni successivi il lavoro si è allargato. Il testo vitruviano fu riletto non come una formula astratta, ma come una descrizione tecnica estremamente precisa. La Basilica di Fano non era una basilica “normale”. Vitruvio immaginava un edificio chiuso sui quattro lati, con una grande aula centrale, il lato maggiore affacciato sul foro, una galleria superiore e, sul lato opposto all’ingresso, l’Aedes Augusti. Soprattutto descriveva un ordine gigante: colonne di circa cinque piedi di diametro e cinquanta piedi di altezza, alle quali si addossava un elemento strutturale rettangolare, una sorta di pilastro o parasta, necessario a sostenere la complessità della galleria superiore. Era proprio questo dettaglio, così anomalo e così tecnico, a rendere la basilica difficilmente riducibile ai modelli noti. Ed era questo che portava ad allontanare questa costruzione dal modo canonico di costruire dei romani in quel periodo (siamo circa intorno al 15 a.C.) e quindi dalla sua esistenza.
La svolta arrivò con la possibilità di estendere lo sguardo alla città romana nel suo insieme.
Le tecnologie geofisiche, in particolare il georadar integrato con dati GPS, permisero di leggere il sottosuolo senza scavare, intercettando piani riflettenti compatibili con murature antiche.
Nel 2013 pubblicai una ricostruzione che collocava la Basilica tra Piazza degli Avveduti e Piazza Andrea Costa, lungo il decumano massimo, in continuità con l’asse dell’Arco d’Augusto. Non era una mappa del tesoro, ma un’ipotesi controllabile: un disegno nato dall’incrocio tra fonti storiche, rilievi, misure urbane, dati georadar e modelli tridimensionali. Ed era l’ultima ipotesi possibile. Tutte le altre erano state “scientificamente” escluse. O lì o leggenda.
Per questo il ritrovamento recente mi ha colpito in modo particolare. La grande colonna emersa in Piazza Andrea Costa, con diametro di circa un metro e mezzo e con il pilastro addossato, non è solo un reperto monumentale. È una verifica materiale di quella descrizione vitruviana e delle ricostruzioni che avevamo elaborato negli anni. La successiva individuazione di altre colonne, del muro di fondo e di un ulteriore riscontro in Piazza degli Avveduti ha trasformato un’ipotesi in un sistema di prove. Il dato più emozionante, per me, è proprio questo: non la conferma di un’intuizione personale, ma la conferma di un metodo.
La Basilica di Vitruvio ci insegna che il patrimonio non si scopre mai in un solo giorno.
Il giorno della scoperta è il momento in cui una lunga catena di domande diventa visibile a tutti.
Dietro ci sono archivi, rilievi, modelli, tentativi, errori, prudenza, ostinazione. Ci sono le mani di chi scava e gli occhi di chi misura. Ci sono tecnologie sofisticate, ma anche la pazienza antica del confronto tra un testo e una pietra.
Ora comincia una nuova fase. La Basilica non è più soltanto una pagina del De Architectura, né una ricostruzione grafica, né una traccia nel georadar. È un luogo reale, fragile e potentissimo, da studiare, proteggere e raccontare. Per Fano significa ritrovare una parte decisiva della propria identità romana; per la cultura architettonica significa poter osservare, finalmente nel terreno, l’unico edificio che Vitruvio attribuisce a sé stesso. Per chi, come me, ha iniziato questa ricerca in un dottorato, significa vedere il disegno, la rappresentazione, le metodiche scientifiche del digitale tornare alla loro funzione più alta: non rappresentare soltanto ciò che esiste, ma aiutare a far emergere ciò che la storia aveva quasi cancellato.
Adesso inizia un’altra affascinante storia.


digitali dell’edificio secondo due ipotesi di restituzione:
in alto, con aperture lungo le murature esterne;
in basso, con murature continue e fronte colonnato.
Le immagini evidenziano l’articolazione dei volumi,
il sistema delle coperture e il rapporto tra corpo
basilicale, portico e ordine monumentale.
(1997 elaborazioni dell’autore)


