Fotografia
- Mappe N°24

Il Sacro Ferito Scherza coi fanti e lascia stare i Santi

Mappe °24


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Avevo pensato di selezionare le foto che qui presento già qualche tempo fa, dopo alcuni anni dagli eventi sismici disastrosi del 26 ottobre 2016, fenomeni che avevano seguìto quelli di agosto e hanno preceduto le scosse fatali di domenica 30 ottobre. Erano trecento anni che il centro Italia non veniva colpito da un evento tettonico di una tale violenza da cambiarne, per sempre e in tutti i sensi, la fisionomia. Le immagini scelte sono state scattate nell’arco di quattordici mesi — senza alcuna velleità — con uno smartphone o, nel migliore dei casi, con una fotocamera amatoriale mentre ero impegnato nel recupero delle opere d’arte dagli edifici con forti danni e nella successiva campagna di realizzazione delle opere provvisionali finalizzate a scongiurare ulteriori crolli alle strutture. Le inquadrature, queste sì, sono attente, ma assolutamente prive di alcuna preparazione di set e scattate con l’immediatezza delle operazioni di sopralluogo e di recupero, sotto il costante controllo dei Vigili del Fuoco, che ci raccomandavano massima prudenza e rapidità di azione.

La fretta di agire in situazioni di pericolo di crollo, con la minaccia di repliche sismiche anche significative, il costante sottofondo di quei sordi boati che si avvertono solo nelle zone vicine alle faglie, mi hanno così regalato istantanee imperfette, un po’ sfocate o mosse, talvolta con entrambi i difetti. Tuttavia ognuna di queste — alcune delle quali avevo scelto con il fondamentale supporto di Alberto Pellegrino per una piccola mostra autogestita negli spazi polivalenti della Pinacoteca «P. Tacchi Venturi» di San Severino Marche — sembra trasmetterci un sentimento vivo e forte. Così aveva sottolineato la scelta lo stesso sociologo, esperto di immagini e di comunicazione: «Tutti questi reperti diventano personaggi di un dramma che non ha più come palcoscenico le ombre e le calde atmosfere delle chiesette di paese. Le Madonne Addolorate volgono gli occhi al cielo tra macerie di strade e relitti di campanili; si affacciano smarrite a ciò che rimane di un simulacro di porta. Eppure, fra tanto squallore, queste Marie (anche quando sono ridotte a pochi detriti appena intelligibili) non dimenticano di essere “Regine del Cielo” e stringono dolcemente fra le braccia il Bambino a voler ricordare di essere sempre una Mater misericordiae pronta ad accogliere la voce del popolo».

Questi simulacri, scendendo forzatamente dagli altari cui sono consacrati, si animano fino a sembrare umani, trasmettendoci le paure, il dolore, la perplessità, lo smarrimento che le persone in carne, ossa, anima, provano in situazioni di criticità. Ecco il perché del titolo, che ho avuto in mente fin dal primo momento in cui ho pensato di raccogliere queste foto, recuperandole dalle decine di cartelle nelle quali rischiavano di perdersi per sempre. Ho davvero il serio timore che ciò accadrà, purtroppo, per la maggior parte delle nostre immagini digitali: queste svaniranno, perché i supporti magnetici saranno nel frattempo deperiti e i formati della memoria diverranno obsoleti e, quindi, illeggibili. Così, paradossalmente, nell’era in cui ognuno di noi ha scattato decine di migliaia di immagini, della propria vita non rimarrà memoria iconografica. Nelle case delle nostre famiglie resteranno i ritratti dipinti degli avi, alcuni pochi scatti dei nonni, solo qualche decina di foto dei genitori e dei primi trenta anni di vita di noi pre-millennials. Poi più nulla. Un preoccupato allarme in questo senso ha lanciato, già qualche anno fa, Vinton Gray Cerf — tra i padri di internet e vice presidente di Google.

Tornando al titolo “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”, che ho preso in prestito da uno dei passi più famosi della Tosca, mi auguro che esso non venga ritenuto irriguardoso: l’avevo volutamente scelto per esprimere un contrappunto rispetto a quella malinconia, quel disorientamento e quello stupore che ognuno di quei santi-fanti umanamente sembra volerci trasmettere, per esorcizzare la tragedia che abbiamo vissuto, ora che se ne avvicina il decennale.

Foto sghembe e di bassa qualità, spesso sfocate e mosse, eppure sembrano trasmetterci vivissime emozioni: stupore, paura, straniamento. Un po’ d’ironia, venata di immancabile dolore per quanto abbiamo perso, basteranno a farci esorcizzare tutto questo a dieci anni dal sisma?

Con un po’ di leggerezza — fermo restando l’incolmabile dolore che hanno comportato le gravissime perdite umane e materiali di cui conserveremo per sempre il ricordo — penso che sapremo meglio affrontare il lungo percorso di riabilitazione delle aree colpite da una così grave catastrofe, ora che la ricostruzione materiale sembra aver ingranato la giusta marcia. A patto però che la leggerezza sia riservata al ripensare ciò che ormai è passato e non c’è più possibilità di cambiare, ma che siano d’ora in poi la serietà e l’impegno al massimo livello a progettare un futuro anche per coloro che tenacemente resistono e sono attaccati a queste meravigliose terre appenniniche. Nella presentazione della mostra, così aveva scritto Maria Francesca Alfonsi: «Cristini — come suo carattere — sceglie la serietà ironica e sapiente di “Scherza coi fanti e lascia stare i Santi” anche in quelle immagini che sono lì a ricordarci — con quegli sguardi clementi — che abbiamo poco tempo ancora per non disperdere definitivamente la superba memoria: non solo la grande arte, ma anche la lunghissima pratica democratica, poiché su questi monti nacque anzitempo l’idea d’Europa. Poco tempo contro l’umana indifferenza. E si sa, senza la memoria non si costruisce il futuro».

Il Tuo silenzio è quello delle statue. Noi obliammo il segreto che diceva l’anima loro nuda, rivelata: ed ora il nostro spirito s’addorme polveroso tra polverosi volti. Torna ad essere sorgente, dura pietra, mazza, scalpello, forma che diviene; riporta l’orma tua dentro le vene nostre, sino a quando s’avverta il rombo del Tuo silenzio accompagnare il sangue. Luca Ghiselli (1910-1939)

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