Pensieri
- Mappe N°25

Nani sulle spalle dei giganti

Mappe °25


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Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti*, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti*¹.

Durante i gloriosi tempi della formazione, quando si accennava al rapporto tra architettura e storia, questa era la metafora ricorrente per ricordarci che atteggiamento avere con le testimonianze del passato. Confesso: ho sempre cercato di tenere il tema lontano da queste pagine, per timore di topiche scivolate. Ma in regione accadono importanti fatti architettonici che rendono necessarie alcune considerazioni in merito. I ritrovamenti della Basilica di Vitruvio a Fano, gli interventi di relamping per lo Studiolo di Federico a Urbino, o l’apertura degli archivi del Museo Archeologico di Ancona impongono una consapevole testimonianza.
E non solo. In un territorio come il nostro, così fortemente segnato da stratificazioni, il progetto contemporaneo deve necessariamente fare i conti con le tracce di una storia (di molteplici storie) che, a tutti i livelli per qualità architettonica e valore artistico, compone il nostro patrimonio. Urge, quindi, offrire una riflessione: Mappe è pur sempre una rivista che racconta luoghi, percorsi e progetti.

Solo a pensarci un attimo, però, i polsi tremano di fronte allo sconfinato orizzonte di riferimenti possibili, al corpus poderoso della letteratura di settore e alle testimonianze infinite della storia del pensiero. Non sono uno storico e nemmeno un critico. Quindi proverò a parlare del tema usando gli strumenti argomentativi del progettista. Peraltro non così incline a scorrazzare nei territori della conservazione. In questa sede ci interessa ovviamente cogliere il senso e il peso che l’aforisma dei nani sulle spalle dei giganti ha per l’azione progettuale contemporanea, e il valore che la metafora del sollevarsi per guardare lontano assume, oggi, nei processi di valorizzazione e trasformazione del patrimonio. Farò domande.

Introduzione

La prima domanda che ci si deve porre nell’interpretarlo, è se l’aforisma sia “umile” o “superbo”. Come lo si voglia intendere, rimane sempre il dubbio se, e in quale misura, chi usa l’aforisma stia sostenendo la primalità dei moderni o la continuità della storia. Senza ripercorrere tutte le tappe interpretative, ben descritte da Umberto Eco in Storia della civiltà europea (2014), mi limito a riportare le considerazioni di Bernardo di Chartres che rimproverava gli allievi che copiavano servilmente gli antichi affermando che il problema non consisteva nello scrivere (e quindi progettare) come loro ma nell’imparare da loro a scrivere (progettare) bene quanto loro, in modo che in seguito “qualcuno potesse ispirarsi a noi come noi ci ispiriamo a loro”. Quindi un appello al coraggio innovativo nell’aforisma c’è. E allora, da progettista, mi vengono in mente due domande per Bernardo di Chartres:

1. Per poter guardare lontano basta essere totalmente immersi nell’autonomia disciplinare e nello studio dei modelli antichi?

2. Poggiandoci esclusivamente sui modelli antichi potremo mai essere capaci di opere del tutto innovative, persino strabilianti per invenzione?

Nell’incertezza sul diritto a rispondere, provo a spiegare, con la leggerezza di chi non vuole macigni sul cuore, e usando una cautelativa forma dubitativa.

Risposta 1

Se fosse così non potremmo far altro che ammettere che l’architettura si fa con l’architettura, o meglio, che l’architettura deve rendere conto unicamente a sé stessa, ovvero alla sua storia. Se così fosse dovremmo confermare ciò che Aldo Rossi scrive nella sua Autobiografia scientifica: “Mostrare l’architettura per i dati che le erano propri significa impostare il problema in maniera scientifica togliendo ogni sovrastruttura, enfasi o retorica”. Questo significherebbe legittimare il fare architettura con fini e mezzi esclusivamente disciplinari. Come dire che solo il rapporto con la storia protegge l’architettura dalle false illusioni, dalla sua mercificazione, e non ultimo dal kitsch.

Non solo: considerare l’architettura come una disciplina intransitiva, che rende conto solo a sé stessa, ovvero alla sua storia, permetterebbe di perpetuare la storia stessa, di non spezzare il legame con ciò che ci ha preceduto.

Allora diventa indiscutibile la frase di Martin Amis per cui “il desiderio di non ereditare è tipico di ogni barbarie”: la professione di fede degli architetti, considerabili avveduti, imporrebbe di frenare la barbarie combattendo con ogni mezzo chi non concepisce l’architettura come un fine.
Il fare architettura rimarrebbe, per quel che riguarda la forma, essenzialmente basato sui modelli del passato.

Risposta 2

La risposta è tutta nell’etimologia latina del verbo inventare: invenire significava letteralmente “trovare scoprendo” qualcosa che già esisteva ma che era nascosto o sconosciuto. Quindi inventare significa avere a che fare con ciò che già c’è. Si copia inventando (o si inventa copiando): è questo l’auspicabile destino dell’architettura, specialmente oggi, nel mondo del predominio della tecnica e delle false retoriche. Copiare per riscriversi all’infinito. È la sola azione possibile per perpetuarsi con una certa continuità e proteggersi da quelle sovrastrutture che, oggi più di ieri, non solo l’appesantiscono, ma la banalizzano al punto di renderla irrilevante. Avanzano tesi che sembrano riferirsi allo storicismo assoluto di Benedetto Croce: “tutto è storia e null’altro che storia” e dunque “la storia è sempre attuale”. Come a dire che si studia qualunque azione o forma umana attraverso la sua storia, non tanto per predire il futuro, quanto per dare continuità al passato, nutrendosi di esso.
Il corollario operativo di queste tesi atterra su una pratica che concede al fare architettura un’unica aspirazione, nobile, quasi irraggiungibile: testimoniare con la sua presenza la presenza stessa della storia.

Note conclusive

A questo punto mi costringo a una traduzione operativa e a un leggero spostamento di prospettiva.
Il tempo e lo spazio che determinano un’opera architettonica, o che da essa sono determinati, non si esauriscono nella rovina. I legami con la storia di un luogo possono affievolirsi ma il filo che lega edifici di epoche diverse, in uno stesso luogo, difficilmente si spezza: i legami che uniscono architetture, paesaggi e città si intrecciano indissolubilmente nel tempo. È il tempo dell’architettura, soggetto ad accelerazioni e ritorni, legato a evoluzioni lente, a spazialità che mantengono la loro riconoscibilità a distanza di millenni perché rispondono a esigenze umane primarie. Anche per questo sembra non interrompersi, fino al paradosso apparente che i resti storici non possono mai essere del tutto separati dalla contemporaneità. L’influenza delle tracce delle architetture del passato, in molti casi, permane, in quanto memorie o puri materiali, magari amplificata dal mito o dalla leggenda. Se però le condizioni che nel passato hanno generato un edificio o un’architettura non svaniscono mai del tutto, la loro evidenza può ridursi sino a rendersi invisibile. Ciò può determinare uno stato di insignificanza che equivale a una sparizione sostanziale pur in presenza di strutture evidenti.

Per questo l’architettura contemporanea può svolgere un ruolo fondamentale nel chiarire ragioni non più evidenti o nel resuscitare relazioni esaurite. Ma per fare questo chi ha nelle mani il progetto della conservazione dovrebbe convincersi che l’architettura contemporanea non può svolgere solo un compito di servizio. Il suo campo d’azione non può limitarsi a un ruolo che si sviluppa in termini prevalentemente tecnologici o funzionali, rispondendo spesso a una sorta di stile che rende gli interventi in questo settore molto simili tra loro per uso di materiali e di forme.

Se la contemporaneità riesce sempre più frequentemente a depositare strutture di acciaio e volumi di vetro vicino a resti storici, ben più rara è la capacità di interagire con essi affinché una parte della loro vita torni a manifestarsi. Non vuol dire rimpiangere i completamenti di un tempo, che seppure con arbitrarietà avevano il pregio di ricostruire forme e dimensioni, bensì di promuovere un attento lavoro su relazioni più sottili che passano attraverso la vista, l’udito, il tatto. Per una rinnovata esperienza conoscitiva di architetture, città, territori. Ripristinare condizioni ambientali, evocare racconti, rendere di nuovo possibili viste interrotte, esaltare forme spezzate, re-immettere elementi in modo non decorativo laddove svolgevano un ruolo, ricostruire il colloquio tra materiali edilizi, colori, vegetazione, sottolineare l’importanza di percorsi, valorizzare spazi sino a ricollocarvi funzioni simili alle storiche, vuol dire ampliare enormemente il campo dei significati di luoghi altrimenti condannati al decadimento, affidando solo a narrazioni specialistiche la conoscenza della loro storia. Se questo ruolo fosse ripreso in mano dall’architettura contemporanea si aprirebbe un grandissimo campo di intervento che in un paese denso di storia come il nostro non riguarderebbe solamente il campo specifico della conservazione, ma interferirebbe inevitabilmente con quello più ampio della progettazione urbana e del paesaggio. Permetterebbe di guardare lontano.

E allora queste poche note possono chiudersi soltanto con un augurio: chi sarà chiamato a progettare spazi e sistemi di valorizzazione dei resti della Basilica di Vitruvio o a intervenire su tutti i beni del patrimonio storico artistico della regione (palazzi, musei, chiese, paesaggi), o a trasformare per adeguare a nuovi usi compatibili le preesistenze che conservano la memoria individuale e collettiva, possa sentire forte il bisogno di non cedere alla dimenticanza, a quell’oblio che inesorabilmente si deposita sulle cose se si dimentica di agire con coraggio innovativo nella riscrittura delle tracce del passato.

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