
La mostra Italia in movimento. Autostrade e futuro, voluta da ASPI autostrade per l’Italia per celebrare i cento anni dalla costruzione della prima autostrada italiana, è stata curata da Pippo Ciorra e Angela Parente per il MAXXI di Roma. Attraverso progetti d’archivio, fotografie d’autore, mappe in evoluzione e immagini iconiche, la mostra accompagna il visitatore lungo un itinerario spazio-temporale, fatto non solo della storia della rete ma anche dei suoi luoghi, delle sue comunità e dei suoi temi ricorrenti. Le quattro sezioni della mostra celebrano infatti il ruolo dell’autostrada come protagonista nella costruzione del paesaggio, delle vite quotidiane e della narrazione collettiva: un invito a riscoprire l’Italia come l’hanno vissuta milioni di viaggiatori, nel corso delle varie epoche. E lanciare uno sguardo al futuro.



Il progetto di allestimento — PLA/studio
Il progetto di allestimento si basa su un concept chiaro e immediato: ragionare sul rapporto tra display e contenuto cercando di potenziare il racconto della mostra attraverso un’esperienza spaziale vicina a quella del viaggio in autostrada. La galleria 3 del museo, un continuum fluido basato su una crescita progressiva del piano di calpestio, si articola lungo un percorso tra spazi differenziati e dai forti contrasti luminosi, prima ampi e luminosi e poi stretti e in ombra. L’allestimento cerca di dialogare con le qualità architettoniche della galleria manipolando alcuni elementi propri del paesaggio autostradale per farne dispositivi allestitivi. In questo senso, l’allestimento asseconda l’articolazione dello spazio ospite potenziandone il valore.
I dispositivi di allestimento ribadiscono la progressione a salire scandendo il racconto di mostra articolato in sezioni (Rete, Viaggio, Paesaggio) sulla sequenza dei tre gradoni. La sezione Tecnologia e Futuro si colloca invece nel braccio vetrato, dopo le pieghe della rampa, in un contesto spaziale fatto di passaggi stretti, soffitti ribassati, alternanza di luce e ombra.
Nei tre gradoni della sala, l’allestimento garantisce l’ostensione di materiali differenziati (mappe e diagrammi, modelli e disegni di progetto, brochure, libri e documenti, foto e video) articolandosi attraverso un sistema multiplo. È la combinazione di più dispositivi espositivi, declinazioni di un solo elemento strutturale, un semplice telaio fatto di tubolari metallici. La sequenza orizzontale dei parapetti è usata come sistema di ancoraggio di display continui di “attraversamento”: se dal lato basso del gradone, il telaio metallico sospende la parete allestitiva sulla fascia di vetro che permette di traguardare il piazzale di ingresso, dall’altro lato realizza un piano espositivo tamponato con lamiere microforate e pannelli in legno laccato, semplicemente appoggiati. In verticale, i telai modulari permettono di avere frammenti di superfici espositive su supporti esili per garantire continuità visiva. Pannelli in legno sospesi attraverso semplici ancoraggi si alternano a teche in vetro inserite in piani di lamiera microforata: materie diverse si stratificano insieme ai messaggi garantendo profondità di comunicazione e possibilità di prospettive lunghe, per piani progressivi e tagli diagonali. Le basi per i modelli si adattano agli oggetti da mostrare piegando la geometria esatta del telaio alla forma del frammento. Queste strutture si dispongono liberamente, a volte condizionando, a volte solamente occupando, i vuoti dell’arcipelago dei piani e delle pareti espositive. Il modello dell’autostrada A1 si distende in una teoria di frammenti che sembrano solamente accostati, mentre i telai wireframe su cui poggiano i modelli di architettura rendono astratto il volume puro del supporto.
Il percorso laterale che distribuisce gli ingressi ai vari livelli diventa invece una galleria sospesa sul visitatore. Ospita, come in una quadreria, una “collezione autonoma” di foto d’epoca dei cantieri autostradali e di collage di foto zenitali che dimostrano come la costruzione delle autostrade abbia condizionato la crescita di città e la trasformazione di territori. Nella coda della sala, l’installazione degli scatti della committenza fotografica sono disposti come frammenti di paesaggio sospesi sopra il percorso che scende all’interno del braccio vetrato. Le foto di Iwan Baan raccontano il paesaggio dell’autostrada dal cielo, proponendone una visione non consueta. L’allestimento consolida il valore perturbante di questa esperienza proponendo salti di scala, punti di vista ad altezze diverse e livelli multipli.
Autonoma, ma contigua nel percorso, la sezione Tecnologia e Futuro segue le stesse logiche generali nel disegno dei dispositivi, ma si adatta alle condizioni spaziali del braccio vetrato. Organizzando i materiali in una sorta di piano sequenza, l’allestimento dispone lungo un percorso lineare prima le innovazioni tecnologiche per il controllo e la sicurezza della rete (i nuovi dispositivi ASPI), poi le proposte per le architetture di servizio lungo le autostrade (i progetti di RPBW) e le visioni oniriche di paesaggi immaginifici (le illustrazioni di Emiliano Ponzi).
Lungo il percorso espositivo, non impostato su un’unica direzione, alcuni elementi puntuali di comunicazione offrono punteggiature cromatiche e sottolineature formali che, come pietre miliari, permettono di misurare, orientare e chiarire il racconto. Trovano spazio anche “eccezioni”, segnalate da elementi autonomi, che impongono alcune pause nella lettura dei materiali. Sono video storici dell’Istituto Luce, brani di film d’autore, che si offrono come elementi mobili di individuazione di specifici temi.
Con pochi gesti, attraverso la combinazione tra leggerezza dei supporti e presenza fisica degli elementi espositivi, tra continuità del bianco e puntualizzazioni cromatiche, tra astrazione del segno e trama dei materiali, l’allestimento re-agisce alla fluidità degli spazi del Museo, cercando di restituire per frammenti la complessità del tema. Senza stabilire gerarchie o categorie scalari.
Nella versione “off” della mostra, per il Meeting di Rimini, l’allestimento deve confrontarsi con uno spazio profondamente diverso dalla sala di un museo: un padiglione fieristico è un vuoto, enorme per dimensioni, per qualità spaziali e controllo ambientale. E non solo. È necessario confrontarsi anche con altri allestimenti adiacenti, tutti lontani per finalità espositive e configurazione formale. Non proprio costruiti con lo scopo di raccogliere i materiali di una mostra di architettura. È necessario, quindi, ritagliare uno spazio senza isolarlo, chiuderlo senza nasconderlo. Per questo motivo l’allestimento costruisce un padiglione volumetricamente riconoscibile, una scatola aperta all’interno di un grandissimo contenitore. Usando i materiali propri di un allestimento fieristico (i pannelli modulari in tamburato poi rivestiti di tessuto stampato), il progetto di allestimento configura lo spazio di una sala espositiva caratterizzata da pareti discontinue. Un sistema di cantinelle di legno realizza il telaio wireframe che ricostruisce il volume e realizza il diaframma che segna l’ingresso e definisce la lounge, sullo sfondo di uno degli scatti più iconici di Baan. A differenza dell’allestimento al MAXXI, le fotografie cercano di costruire una relazione con il modello dell’A1. La sequenza è organizzata da Nord a Sud, cercando di costruire una corrispondenza con il tracciato autostradale. Senza perdere salti di scala e prospettive multiple tra i frammenti di paesaggio. Un allestimento unitario, dove i frammenti di parete hanno massa tale da consentire all’apparato grafico di assumere il valore tattile e immaginifico di un tatuaggio. Dove il ricorso al telaio diventa strumento per dare valore volumetrico al padiglione e garantirne la riconoscibilità nel contesto.
Nella terza versione della mostra, alla Triennale di Milano, l’allestimento deve fare di nuovo i conti con uno spazio museale. Ma di dimensioni notevolmente inferiori e con caratteristiche sensibilmente diverse rispetto alla sala del MAXXI: il soffitto a shed, le finestre in sequenza, lo spazio regolare e tutt’altro che fluido. L’allestimento combina le soluzioni studiate per le altre due: strutture a telaio e pannelli di grandi dimensioni che costruiscono i supporti per le grandi stampe su telo. Da una parte il ritorno alla dimensione più spiccatamente museale e dall’altra il ricorso alla forza comunicativa amplificata dalle grandi superfici. La necessità di avere una quantità di superficie espositiva maggiore di quanto i telai ne possano garantire rende necessario coinvolgere le pareti dello spazio ospite, ibridando le due soluzioni proposte nelle mostre precedenti. L’impostazione per setti sfalsati, in sequenza lineare, consente comunque di avere prospettive diagonali e spazi inattesi. Viste profonde lungo tutta la sala, anche grazie ai vuoti lasciati tra i telai metallici. Le sezioni di mostra sono contigue e connesse, ma articolate in modo che la lettura, lungo un percorso non univocamente determinato, in spazi senza soluzione di continuità, sia comunque chiara, anche grazie al contributo di immediatezza del progetto grafico.







Il progetto grafico — Cinzia D’Emidio
L’identità visiva della mostra si fonda su un concept forte e riconoscibile: i grandi nodi autostradali diventano lettere, le lettere si trasformano in strade. A partire da questa suggestione, il linguaggio grafico combina tipografia e campiture cromatiche attraverso forme che evocano svincoli, raccordi e arterie autostradali. Il sistema tipografico si articola su due famiglie di caratteri: Obviously, prodotto da OH no Type, carattere sans serif ispirato ai cartelli pubblicitari e adatto per l’uso in grandi dimensioni, è utilizzato in versione Black per il titolo della mostra e Condensed Medium per titoli delle sezioni e nomi degli architetti; Maison Neue, carattere istituzionale del Museo usato nei pesi Book e Italic per garantire leggibilità ai testi. La palette cromatica lavora con il percorso narrativo nelle sezioni attraverso quattro colori identitari che richiamano la segnaletica autostradale: arancione per RETE, giallo per VIAGGIO, verde per PAESAGGIO, blu per TECNOLOGIA E FUTURO. Questa scelta rafforza l’identità di ogni sezione e facilita l’orientamento definendo la gerarchia visiva dei contenuti.
La mostra allestita in Galleria 3 al MAXXI si sviluppa in dialogo con lo spazio espositivo, attraverso pannelli grafici che supportano la lettura dei contenuti. Ogni terrazza della galleria corrisponde a una sezione e a una cromia. Lettere maiuscole, frecce direzionali e campiture grafiche ispirate alla segnaletica stradale guidano il visitatore lungo il percorso. I prospetti lasciano respiro ai contenuti mostrando un lavoro per architetto. La grafica, precisa e leggera, accompagna il racconto senza imporsi sullo spazio garantendo un’esperienza chiara ed efficace.
Nella versione di Rimini, l’allestimento si adatta a dimensioni più contenute costruendo un padiglione che offre un’esperienza immersiva. La forza comunicativa del progetto grafico si amplifica: la stampa diretta su tela conferisce alle pareti una diversa matericità, più morbida e tattile, pur preservando l’efficacia del sistema visivo. Il linguaggio rimane coerente — carattere tipografico, sagome e colori — ma è calibrato per spazi più raccolti, garantendo leggibilità e impatto visivo anche in formato ridotto.
Alla Triennale di Milano è stata esposta una terza versione della mostra che si configura come ibrido tra la prima a Roma e la seconda a Rimini: la grafica è stampata direttamente sui teli che ricoprono pannelli in nobilitato, posizionati a 50 cm da terra su telai metallici. Le grandi campiture aumentano la loro forza nelle prospettive allestitive, pur mantenendo eleganza. Un arcipelago di segni in dialogo con i testi e gli accenti cromatici costruisce un paesaggio grafico che ribadisce il sistema espositivo. L’identità della mostra, scalabile e adattabile, mantiene riconoscibilità e coerenza in contesti espositivi differenti.