Racconti

Franca Maria Matricardi (1914-96) tra l’ingegneria e l’editoria Una conversazione con la biografa Rita Forlini

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Luca Di Lorenzo Latini – In Le prime ingegnere: Da Emma Strada a Franca Maria Matricardi (con Carolina Bartolucci) scrivi “La professione di ingegnere è tra quelle storicamente più contrassegnate al maschile. Le barriere in accesso sono state dunque molto più invalicabili rispetto ad altri ambiti, come l’insegnamento o la medicina, considerati maggiormente compatibili con la natura femminile.” Cosa significa studiare ingegneria civile per una donna negli anni 30 del Novecento?
Rita Forlini – Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica Franca sceglie di iscriversi alla facoltà di Ingegneria civile ed industriale presso la Regia Università di Roma. Probabilmente sia per restare nel solco dell’impresa di famiglia (n.d.r. il padre Giuseppe Maria era ingegnere e titolare di un’impresa edile), sia per la personale attitudine agli studi scientifici. Le facoltà di ingegneria dell’epoca erano strutturate con percorso iniziale unico all’interno della Facoltà di Matematica, Fisica e Scienze Naturali a cui seguiva quello specifico di ingegneria. Dalle ricerche effettuate nell’ambito del progetto Tecniche sapienti promosso nel 2021 dall’Università La Sapienza di Roma, risulta che Franca è stata l’unica donna laureata nel suo corso di studi e si cimenta in ogni avventura e sfida intellettuale e sportiva. Dall’epistolario sappiamo che Franca frequenta ambienti prettamente maschili in posizione di protagonismo paritetico, tesse amicizie stimolanti come con i ragazzi di Via Panisperna incrociando anche Enrico Fermi con cui condivide esperienze sciistiche.

LDLL – Che ruolo ha avuto il viaggio e l’esperienza negli Stati Uniti?
RF
– Il percorso universitario di Franca si conclude con una tesi discussa nel 1938 dal titolo: “Ponte a travata Gerber in calcestruzzo armato a tre luci”. Non ancora laureata, viene selezionata dal Ministero degli Affari Esteri per un corso di perfezionamento in scambio reciproco con gli Stati Uniti, presso l’università di Purdue a Lafayette nell’Indiana. Il 5 novembre 1938 salpa da Napoli diretta in America. L’esperienza si rivela un grande successo e una straordinaria opportunità. Si distingue come studentessa per le sue discettazioni su un tema tecnico molto specifico e innovativo quale il calcestruzzo armato e, al tempo stesso, con le sue conferenze nei circoli culturali, come testimone di quella società italiana maschilista che incuriosisce molto gli Americani, scettici sulle possibilità che una donna ingegnere possa trovare spazi professionali in un paese maschista come l’Italia.

LDLL – In Franca Maria Matricardi: l’atleta, l’ingegnera, i suoi viaggi (in M. Severini, La scelta del viaggio, Marsilio, Venezia 2017) scrivi che “il carattere di Franca, forgiato in un’atmosfera familiare permeata di amore per l’arte e per la tecnica, incarna il duplice temperamento: quello artistico-creativo e quello tecnico-scientifico; in lei Arte e téchne trovano un proficuo equilibrio”. È la famiglia il focolaio entro cui la Matricardi ha sviluppato la passione per l’ingegneria?
RF – La solida e stimolante famiglia ha svolto sicuramente un ruolo decisivo nel percorso esistenziale e professionale di Franca che cresce in un ambiente carico di amore sostenuto dalla mite saggezza materna e dallo spirito geniale e intraprendente del padre. Dall’impresa edile Matricardi e dal padre ingegnere eredita la passione verso le scienze e dalla madre, volitività e pragmatismo. Il padre è suo consigliere e destinatario dei suoi consigli; il fitto e intenso scambio epistolare ci rivela molto della personalità dell’ingegnera: mette a nudo l’intensità degli affetti e la razionalità della sua visione delle aziende di famiglia. Il padre è porto sicuro e punto di riferimento: le relazioni d’amicizia con le personalità più illustri del tempo contribuiscono al dispiegarsi della sua vocazione alla libertà. È poliglotta, pratica sport, anche estremi, alcuni a livello agonistico; prende lezioni di volo da Italo Balbo, gode di privilegi di esclusivo appannaggio maschile. Si mostra competente su molti fronti, ad esempio è una profonda conoscitrice del travertino e dell’attività estrattiva, peculiarità della poliedrica intraprendenza imprenditoriale dell’ingegnere Giuseppe, artefice della modernizzazione urbanistica della città turrita – ricordiamo la realizzazione ad esempio della sede della Cassa di Risparmio progettata da Cesare Bazzani e il ponte nuovo di Campo Parignano sul fiume Tronto – e dall’altro espressione creativa ed artistica della prestigiosa fabbrica di maioliche impiantata dal nonno Francesco.

“The Hammond Times”, 31 gennaio 1939, pag. 7. Articolo dedicato all’ospite speciale della Purdue University con il quale il giornale auspica sarcasticamente alla Matricardi di restare negli Stati Uniti, paese con più possibilità di carriera per una donna ingegnera. Stralcio traduzione: “L’attraente giovane donna dagli occhi scuri, venuta da oltreoceano per perfezionarsi, ha una laurea in ingegneria civile conseguita all’università di Roma. Durante i cinque anni di corso ha studiato matematica e fisica, è interessante per noi, in questo paese dove le donne possono addentrarsi in ogni ambito di studi, il fatto che lei sia stata l’unica donna a studiare ingegneria civile nell’arco dell’intero quinquennio. Adesso a Purdue sta facendo un lavoro eccezionale, sta studiando l’elasticità e la flessibilità del calcestruzzo, il materiale più usato nell’edilizia in Italia.”

Vera Rossi Lodomez e Franca Matricardi (a cura di), Il Nuovissimo Cucchiaio D’Argento, Editoriale Domus, Milano 1972, 6° ed. (1° ed. 1950).

LDLL – Con il dopoguerra diventa un personaggio centrale nell’editoria milanese. Quali sono le tappe fondamentali della sua carriera? Cosa dicevano di lei i suoi colleghi e contemporanei?
RF – Nel dopoguerra, il suo pragmatismo, il senso di responsabilità e le competenze tecniche ne fanno l’animatrice dell’editoria milanese di cui diviene esponente di spicco al fianco di Gianni Mazzocchi prima e di Angelo Rizzoli poi: si racconta che Rizzoli non facesse mai un passo senza di lei. Da Direttore editoriale svolge incarichi cruciali sia in Italia che all’estero. Viene indicata dalle più autorevoli firme del suo tempo come una manager rigorosa e intransigente ma con un’impronta di umanità spiccata. Negli anni Cinquanta si occupa anche di pubblicazioni rivolte alle donne, che sarebbero entrate nella storia dell’editoria, come il Il cucchiaio d’Argento e Grazie sì, Grazie no, vademecum del saper vivere moderno. Con intelligenza e perspicaciaFranca coglie l’importanza di fornire una prospettiva di evoluzione anche rispetto all’universo femminile. Credo che la sua idea di femminile abbia una dimensione che va oltre i confini di genere. Lei è oltre il perimetro ristretto entro cui le donne sono ancora confinate, è fuori dalle dinamiche di relazione stereotipate. Il suo galateo è un parametro di modernità, diventa una chiave di apertura verso una evoluta sfera di relazioni umane informate al rispetto di se stessi e degli altri anche attraverso le più basilari e imprescindibili buone maniere.

LDLL – Cosa significa per te raccontare l’archivio di Franca Matricardi? Cosa ci può insegnare, letto in relazione al tempo in cui ha vissuto: il ventennio fascista da un lato e la Milano del boom economico dall’altro?
RF – C’è un elemento emotivo che mi lega a lei. Ho davvero un debito di riconoscenza nei suoi confronti e della sua famiglia che mi ha affidato il prezioso archivio, perché in un delicato momento della mia esistenza è diventata una importante amica virtuale e allo stesso tempo reale per l’assidua frequentazione con le sue carte e il suo lascito di memoria. È una figura assolutamente concreta in rapporto sia con il suo che con il nostro tempo. Franca vive la prima fase del fascismo da privilegiata (per la sua appartenenza socialmente e culturalmente elitaria), in una specie di parallelismo indifferente al regime. Se da un lato il fascismo c’è e rappresenta l’oppressione, dall’altro lei lo supera con la naturalezza trasgressiva con cui si apre alla vita; il rapporto col fascismo è piegato alla sua Weltanschauung. Ha il suo modo di intendere la vita, le sue vocazioni e le realizza ad ogni costo, in netto contrasto con ciò che il fascismo pensa del ruolo delle donne. Il regime stesso ha un rapporto ambivalente con lei. Da un lato Franca rappresenta l’anomalia rispetto all’ideologia dominante, ma dall’altro, di fronte ad una figura forte e prestigiosa come la sua, il regime la prende come esempio e ambasciatrice del “miglior fascismo” all’estero. Ad un certo punto arriva inevitabile lo scontro. Se prima Franca poteva ritenersi estranea alle parti, c’è un momento in cui deve scegliere da che parte stare e la scelta non può non essere netta e precisa, contro il regime. Quindi viene ingaggiata dal Comando Militare Alleato nell’ufficio per l’autorizzazione della diffusione della stampa in Toscana e si spinge sino ad operazioni funzionali alla Resistenza come staffetta partigiana. Di queste esperienze racconterà agli studenti ascolani al tempo del buen retiro nella città natale.

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