
Studio per una libreria
Matita su carta
68,5 x 50 cm
Courtesy l’artista
Assumere una dimensione insieme lirica e beffarda costituisce una chiave interpretativa preziosa per avvicinare la pratica di Enrico David, la cui poetica si colloca in un territorio di oscillazione calibrata tra analisi formale e un’ironia rarefatta, quasi in filigrana mozartiana. Questa postura — nutrita dalle radici del “natio borgo” marchigiano — agisce come una forza di emancipazione percettiva, una spinta a liberarsi dalle costrizioni della visione ordinaria per accedere a un immaginario più poroso, sensualmente stratificato. Come afferma l’artista: “Deriva, disorientamento, delirio. Relazioni messe alla prova. Convivenze forzate, armonie improbabili. Penso al mio lavoro come ad una cosmologia, elementi sviluppati nel tempo nella speranza che diventino una sola cosa. L’idea della segretezza, della diversità, messaggi inseriti nel lavoro, missive. Il corpo è giocare con l’inspiegabile, siamo a capo di un impero che è un mistero. L’arte è dove puoi garantirti il diritto a non spiegare”.
Ancona e il mare Adriatico — definito “mare di servizio” — emergono nel percorso dell’artista come coordinate incarnate, non solo geografiche: luoghi dove sedimentano sensazioni umide, percezioni sfasate, un erotismo sottilmente atmosferico. Qui, lo smarrimento diventa materia viva, una condizione che avvolge e disorienta, restituendo all’identità una vibrazione incerta, quasi liquida. Ad esempio il progetto espositivo al Castello di Rivoli elabora questo ritorno dopo la distanza degli anni Ottanta attraverso una cartografia di presenze sospese, relazioni implicite, tensioni latenti che si manifestano come corpi in transito tra visibilità e dissolvenza. La sospensione del giudizio e la rarefazione semantica diventano così strumenti che permettono alle metafore visive di affiorare in modo tattile, come superfici che si sfiorano senza mai collidere del tutto come in un romanzo di Tondelli.
David ama procedere secondo una logica che sfugge alla linearità temporale, coltivando l’attrito tra opposti sensoriali — luce e ombra, fragilità mentale e densità materiale, attrazione e perturbazione — in una tessitura ritmica e pulsante. Nelle opere, fantasmi, attese e immagini temporalmente scivolate si legano al corpo come a un luogo di risonanza, rivelandone un’essenza che sembra aderire alla materia con una morbidezza intima, quasi epidermica. La complessità dell’oggetto si riduce così a forme essenziali ma intensamente vibrate, capaci di evocare una presenza sospesa, persino respirante. Il riferimento all’oggetto, come ricorda l’artista, è costitutivo del suo metodo: “Il mondo del design e dell’arte applicata ha rappresentato il mio primo punto di accesso alla creatività. La matrice del funzionale, dell’oggetto d’uso o del décor è qualcosa a cui ho fatto ricorso nel tempo in diverse modalità. Al di là del riferimento autobiografico, rispecchia l’idea che queste cose prendano in alcuni casi le sembianze di prototipi per una vita migliore”.
In questo orizzonte, la manualità assume una valenza quasi sensoriale: il disegno diventa un dispositivo generativo che modella e orienta trasformazioni materiche complesse, in cui fibre, superfici e volumi si contaminano come sostanze organiche in lenta fusione. Il tempo esteso della produzione si inscrive nella pelle stessa delle opere, generando un’atmosfera costruita per accumulo, dove ogni snodo formale funziona come una pulsazione, un segnale che contribuisce a un racconto fluido, in continua metamorfosi, capace di insinuarsi nelle pieghe percettive dello spettatore e di riformulare incessantemente la propria presenza.

Gesso polimerico, grafite, staffe in acciaio inossidabile e zoccolo in acciaio placcato in rame con patina bronzo
200 x 91 x 40 cm
Courtesy l’artista e White Cube, London

Gouache su carta
116 x 83 cm
Speck Collection, Cologne

Lana su tela tinta
300 x 200 cm
Raf Simons Collection, Antwerp