Piazza Diaz è parte integrante del paesaggio urbano del quartiere di Campo Parignano ad Ascoli Piceno, ritagliata in un arcipelago fatto di villini liberty, edifici razionalisti ed emergenze storiche. La piazza, in realtà baricentrica, appare paradossalmente come periferica perché ingabbiata all’interno di un disegno urbanistico primo novecentesco, basato su assi di accesso a 45 gradi rispetto alla matrice principale ortogonale. Questa condizione di “retro urbano” è stata nel tempo aggravata da una zona giochi in cemento e recintata, posizionata a sigillare l’unico sfogo a est, verso via Pasubio e il complesso dei SS. Pietro e Paolo. Del disegno degli anni Cinquanta restano memorie nella fontana circolare, oggi adibita a seduta, e nei dodici tigli posti ai quattro angoli dello spazio verde. Il prospetto della Casa del Mutilato (Cesare Bazzani, 1930) è l’elemento di pregio della piazza. Il progetto nasce da tre idee forti basate rispettivamente sul ruolo urbano della piazza nel quartiere, sull’identità storica del luogo e sull’etica del riciclo.
La prima strategia si traduce nella volontà di connettere, sia fisicamente che percettivamente, Piazza Diaz al sagrato della chiesa dei SS. Pietro e Paolo attraverso via Pasubio. Il progetto architettonico risente di questa impostazione urbana, basando le scelte progettuali sulla demolizione dell’area giochi recintata a est e sull’evidenziazione dell’asse portante di via Pasubio,che Piazza Diaz introietta attraverso una fascia pedonale bianca in calcestruzzo architettonico effetto “sasso lavato”. Questa direttrice sottolinea e sancisce l’unione delle due parti della piazza, prima divise da una strada anulare oggi non più utile
al suo scopo. Il risultato è un ambiente unico e continuo, che moltiplica lo spazio e integra la zona verde centrale con il sistema dei marciapiedi che si dirama nella città.
Il secondo spunto affonda le sue radici nella storia e nell’identità del quartiere, legata da un lato ai ritrovamenti piceni (a Campo Parignano sorgeva la necropoli ascolana) e dall’altro ai residui formali della piazza del dopoguerra basata su geometrie concentriche. Il nuovo progetto unisce queste due storie, diventando un vero e proprio viaggio nel tempo
e nell’iconologia, fatta di elementi circolari ricorrenti. Ogni spazio funzionale della piazza nasce dalla reinterpretazione formale di monili e reperti piceni conservati al Museo Archeologico Statale di Ascoli Piceno. L’anello rosso e giallo dei giochi dei bambini prende spunto dall’anellone a sei nodi “tipo Cupra”, l’arena centrale ricavata nell’antica fontana ricalca un collier con capi a pigna in bronzo, i due cerchi del relax nascono dalla scissione di una fibula a occhiali, la trama del campetto circolare gioca sul motivo geometrico inciso che decora una fibula a disco.
La terza volontà è quella di riutilizzare quanto più possibile l’esistente: alberi e zone verdi, panchine, cestini, giochi, impianti di illuminazione e videosorveglianza, fontanella, rastrelliere per bici e cordoli. La tabula rasa è un errore economico ed etico, tanto più quando si deve bilanciare da un lato un budget circoscritto e dall’altro le aspettative e i desideri di un intero quartiere. Questo concetto esteso di sostenibilità si esplicita in primo luogo nel giocare con ciò che si ha a disposizione in loco, eredità dei precedenti progetti di riqualificazione della piazza, e fare con esso di necessità virtù. Un esempio su tutti:
la piattaforma di calcestruzzo nell’area recintata è stata riutilizzata in gran parte come sottofondo della nuova pavimentazione.
Infine i colori (rosso, giallo, azzurro, verde, bianco, grigio, marrone), i materiali (gomma, cemento drenante, pietra, pavimenti al quarzo, legno) e le specie arbustive di nuovo impianto (mirto, viburno, rosmarino, lentisco, Callistemon, Pyracantha, lavanda) giocano un ruolo fondamentale nella caratterizzazione degli spazi e delle funzioni. L’anello rosso segnala l’area dei più piccoli, bordata dal percorso giallo più esterno. L’azzurro definisce il playground per giocare con la palla, con porta da calcetto e canestro da basket. I colori terrosi ospitano spazi relax, uno piccolo e uno grande, che vanno ad occupare i due triangoli di tigli a nord, molto usati come luogo di sosta dalle persone anziane. Il quadrato grigio-verde della palestra all’aperto si avvale di un muretto-panca e dell’ombra del Pino d’Aleppo. L’area coperta dalla pergola in acciaio e doghe in legno è pavimentata in cemento spazzolato. Ogni settore è ben delineato. Ognuno ha il suo spazio, ma tutti gravitano e si mescolano nel grande spazio di condivisione: la fascia bianca che si prolunga verso est e determina, grazie anche alla disposizione dei tre lecci centrali, l’asse d’ingresso più scenografico e solenne.
Le geometrie picene come palinsesto della piazza odierna.
- Arena (ex fontana): Torques-collier con capi a pigna appartenente ad un corredo femminile del piceno arcaico di gusto tipico medio-adriatico. Bronzo, VI sec. a.C.
- Anello dei giochi: Anellone tipo Cupra a sei nodi lenticolari tra coppia di costolature. Molto diffuso nella valle del Tronto, si ipotizza rappresentazione di affiliazione civile o religiosa.
Bronzo, VI sec. a.C. - Cerchi del relax: Fibula ad occhiali con cappio a 8 e supporto a barretta, in tre pezzi, appartenente a corredo femminile riservata a donne di rango principesco. Bronzo, IX sec. a.C.
- Campetto: Fibula ad arco e staffa a disco cuoriforme, decorata con motivo geometrico inciso, di influenza villanoviana. Arco semicircolare tipico dei corredi femminili.
Bronzo, IX sec. a.C. - Pergola: Alfabeto italico di tipo umbroide usato dal maceratese fino alla costa teramana. Deriva dall’alfabeto greco calcidese, introdotto nel Piceno attraverso i Sabini.
- Palestra: Corredo maschile composto da punta di giavellotto con costolatura centrale a sezione poligonale, e punta di lancia foliata a contorno sinuoso. Bronzo, IX sec. a.C.