Pensieri
- Mappe N°25

Le mie Marche #25 Notabili e popolani

Mappe °25


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Quando non ho molto da fare, e con l’età bisogna inventarsi le cose da fare nella speranza poi di poterle fare, do volentieri uno sguardo a un vecchio libro di fotografie. Si chiama “Polverigi, paese gentile nelle fotografie di Gualtiero Giamagli 1873-1934”. Ne curò la pubblicazione mio padre, lo storico Sergio Anselmi, insieme ad Alberto Nodolini, che non conosco, nel lontano 1998, su iniziativa, immagino, del piccolo Comune in provincia di Ancona.

Chi era Gualtiero Giamagli? Un prete fotografo, pure cacciatore, nato a Polverigi da una famiglia di antiche origini locali; lì decise di trascorrere tutta la sua vita, usando il suo occhio non professionale, ma ispirato, per cogliere nello sguardo e nei gesti lo spirito dei suoi compaesani: i borghesi e i contadini, gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini. Quelle lastre erano rimaste per decenni in una soffitta, dimenticate, finché non vennero alla luce nel 1977, un pò per caso, e per molti, a partire dal sindaco di allora, il professor Domenico Mancia, furono una sorpresa: per modernità e vividezza, per gusto antropologico e condivisione emotiva.

Il lavoro di ripulitura e di catalogazione di oltre 600 negativi su vetro, parzialmente in pessimo stato, durò – leggo – circa un anno, e ancora più tempo ci volle per decodificare le foto, scattate nell’arco di oltre un trentennio, tra la fine dell’Ottocento e il 1933, specialmente per riconoscere le persone ritratte, molte delle quali rimaste senza nome e cognome. Mi piace ogni tanto rivedere quegli scatti tornati a nuova vita perché custodiscono una sorta di storia sociale marchigiana, facendo di Polverigi, nei decenni diventato conosciuto anche fuori dalle Marche per via di un festival teatrale d’avanguardia, in un microcosmo rivelatore di una comunità alla quale rivolgersi, se non con nostalgia, almeno con curiosità, proprio per l’espressività intensa racchiusa da quei visi, oggi a tratti così somaticamente remoti (per atteggiamenti, abiti, contesti, acconciature).

Mi chiedo sempre: che cosa avranno pensato quelle persone mentre il loro parroco, minuto e osservatore, le inquadrava certo senza l’ambizione di eternarne in qualche modo il ricordo, anzi il passaggio terreno? Scriveva mio padre, all’epoca pensionato da anni, quindi alla ricerca di stimoli e argomenti da approfondire, in uno dei capitoli: «A Polverigi, come in quasi tutti i paesi delle Marche, esistevano due società: quella dei possidenti di terre e case, quella dei popolani, perlopiù esclusi dalle decisioni. La prima, tranne momenti particolari e con sfumature diverse, si allineò subito con il nuovo indirizzo sabaudo, la seconda, tra pressioni e incertezze, sostenne le iniziative del parroco, per altro quantitativamente spalleggiata dai contadini. Questi, del resto, stecchiti nella miseria delle colonie mezzadrili o nella piccola proprietà diretto-coltivatrice, potevano contare soltanto sulla Chiesa, concretamente visibile nei battesimi, nelle cresime, nelle estreme unzioni, nei funerali, nelle processioni».

E già, la vita ripetitiva dei popolani seguiva il ciclo naturale, si lavorava «da sole a sole», con lunghissime facchinate estive e corte giornate invernali. Nei mesi più freddi i contadini stavano chiusi in casa, preferibilmente nella stalla dei bovini, lavorando al telaio, specie donne e bambini, facendo cesti, intagliando legni, costruendo oggetti con notevole abilità. Diversa, più comoda e lunga, era la vita dei possidenti, diciamo pure dei notabili: sacerdoti, sindaci, maggiori proprietari terrieri, medici, notai, avvocati. Comandavano il paese, appartenendo tutti alla società dei vincenti, in stretto raccordo con gli influenti dei centri vicini. Eppure non ci fu lotta di classe a Polverigi, non sorsero sedi socialiste o anarchiche, e anzi il fascismo vincitore anche lì poté contare su una sostanziale adesione di notabili e popolo.

Tutto vero. Ma poi ci sono le fotografie, appunto, che “parlano” più delle parole, anche a non volerle inquadrare in un ragionevole discorso di classe, sulle classi. Senza nulla togliere alla prospettiva storica/sociologica, io quelle osservo quando ho poco o nulla da fare, se non scribacchiare le mie cosette di cinema, leggere qualche romanzo e suonare la chitarra resofonica che tanto mi piace.

Quelle foto – ne ho scelte quattro che vedete qui tra le circa centoquaranta proposte dal volume, davvero tutte rivelatrici ed esteticamente pregevoli – non sfigurano a mio parere nel confronto con il lavoro di altri campioni marchigiani del ramo. Perché vi trovo dentro, pur nell’artificio legato alla postura talvolta ingessata, uno sguardo intriso di genuino interesse, perfino di affetto verso gli umili e i miseri, come se monsignor Giamagli in fondo li preferisse ai suoi simili, i benestanti borghesi. Guardate.

Il contadino che d’estate imbraccia la chitarra probabilmente per finta e “duetta” con la bambina in lacrime alle prese con un mandolino napoletano fa di sicuro più simpatia dei quattro notabili di paese stretti nei loro caldi pastrani e un pò tronfi nell’atteggiamento verso l’obiettivo. Ma in fondo ha davvero senso scegliere, serve esprimere una preferenza? Sì e no. Vale anche per le due immagini femminili: la fiera e bella balia contadina che sembra uscire da uno scatto di Dorothea Lange sulla Grande Depressione americana degli anni Trenta e l’azzimata Argentina Giamagli, immagino parente del parroco, abbigliata di tutto punto, curata in ogni dettaglio, ma dallo sguardo vagamente enigmatico, con una punta di affiorante irrequietezza.

«Bisogna avere orecchio» recita il titolo di una nota canzone di Enzo Jannacci.
Ma anche avere l’occhio, ossia lo sguardo giusto, aiuta: se vuoi cogliere davvero, e farlo arrivare agli altri, ciò che il reale insieme mostra e nasconde.

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