Cos’è vicino, cos’è lontano? Cosa accade alle cose quando lo sguardo passa dal lassù al quaggiù al lassù? Cos’è una distanza? – ce lo siamo chiesti qualche anno fa, a Demanio, nella performance dell’artista Giovanni Gaggia, concepita per rinnovare la legacy di Guglielmo Marconi. Vista da lassù, dai satelliti della costellazione Cosmo Sky Med, Marzocca è una piccolissima composizione di pixel in sequenza ordinata, un accesso alle sensibilità digitali, alla filosofia del colore, un paesaggio aumentato, un dato, un’immagine intelligente, un aggregato di informazioni, un file sorgente dal linguaggio specifico. La realtà scomposta in pixel – l’atomo dell’universo digitale in bilico tra l’astrazione matematica della macchina e la percezione sensibile dell’uomo – agisce come dispositivo della 16° edizione, sguardo eccentrico e laterale, affaccio sulla frammentazione nella terra di mezzo – o di nessuno?! – tra ordine e caos. Del resto questa lettura – basata sull’unità quadrata della griglia – che ignora le linee curve e le sfumature del reale, moltiplica le interrogazioni e i fuori sincrono, e agisce come affondo rigido su un mondo fluido, elemento finito chiamato a raccontare un mondo infinito. Uno sguardo fatto di sorvolo, assenza di contatto, ricognizione – un insieme di tecnicismi che determina letture progressive sempre più raffinate, evolute, precise, distaccate che non contemplano l’umano, il vivente. Un bel cortocircuito linguistico, concettuale e semantico.Vista da quaggiù, quella linea di costa che si appoggia sull’Adriatico è DMKM-278, un punto dove la geografia è divenuta storia, comunità, progetto contemporaneo. Tanto che in quell’immagine, restituita col linguaggio liquido della scala RGB, permane l’origine, il grumo vitale e seminale di uno spazio pubblico fatto di intelligenza collettiva e immaginazione. Un osservatorio sulle stratificazioni delle terre in movimento – quando sono metamorfosi, quando sono attraversamenti. Con uno sguardo sul mondo fatto di empatia, partecipazione, relazione, co-creazione e co-progettazione, che viceversa pone al centro l’umano e il vivente. Così in un’immagine, il punto di vista del cielo e il corpo a corpo con la terra trovano una convergenza, il senso di una condizione umana sfidata sui fundamentals della coesistenza, della cittadinanza, dell’accesso. Lì, nei paesaggi tutti da decifrare, nelle discipline da comprendere, negli ecosistemi da preservare; accompagnati dalle intelligenze differenti che abitano gli ecosistemi naturali e artificiali, nelle coabitazioni tra assetti cognitivi e processi di accumulazione della conoscenza, nelle intersezioni insospettabili spazio temporali.In questo tempo ansioso e inquieto, potenzialmente, le connessioni si moltiplicano, il campo delle possibilità si espande, il panel degli ascolti e delle relazioni tra le cose si complica e si dilata alla ricerca del senso – trattenuto nella metamorfosi, nei cambi di stato, nei salti di specie. Tra l’abito di Marilyn e le tempeste solari, le acque l’etere e il linguaggio, le radio libere, la geopolitica travolta dai sovvertimenti, i dilemmi della coscienza nel confronto col discorso pubblico, i postulati imperituri di Vitruvio alla prova della modernità, l’Adriatico dell’Altrove, l’arte e le nuove architetture. A queste condizioni i pattern di Demanio 2026 sono l’apertura alare sulla vita reale e quella simbolica, gli scandagli che cercano nella natura, nelle comunità e negli immaginari, nelle frontiere e negli sconfini, le forme ordinate del caos o forse il caos intrinseco all’ordine. Per questo, nella nudità radicale della sua spiaggia, limen tra la Terra il Cielo e il Mare, Demanio accoglie la poesia come necessità, gesto fondativo e per qualche verso salvifico, sguardo irriducibile sul mondo. La poesia riconosciuta nel volto nella voce e nella storia dei protagonisti; nella parola nella pagina e nell’armonia della composizione; nell’astrazione che diventa immanenza; nei palpiti del creato e nei tremori del vivente sentiti nelle cose che abitano la storia umana. La poesia come crinale – tra umano e disumano.